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Giovani isolati dal mondo. Il fenomeno degli hikikomori

07 Nov Giovani isolati dal mondo. Il fenomeno degli hikikomori

BN-GP883_LAB_il_J_20150126115808Non solo né studiano né lavorano. Un’occupazione nemmeno la cercano, e spesso abbandonano la carriera scolastica. Vivono isolati dal resto del mondo, spaventati dalla competizione del mercato del lavoro. Interagiscono con i coetanei soprattutto attraverso i social media e le chat, e non hanno rapporti nella vita reale. Sono gli hikikomori, il “segmento più fragile dei neet”,  giovani che passano il tempo barricati nelle loro camere ad ascoltare musica o a guardare serie tv. E sono sempre di più.
Il fenomeno è nato in Giappone all’inizio degli anni ’80, e coinvolge soprattutto i giovani maschi adulti: le stime nipponiche variano da 400 mila a 2 milioni. Nel nostro Paese sono circa 100 mila: una cifra molto più contenuta rispetto a quelle del Paese asiatico, ma preoccupante se pensiamo che all’Italia spetta il triste primato europeo.
“Mamma da domani smetto di andare a scuola”: il fenomeno comincia a manifestarsi, con la decisione improvvisa di interrompere gli studi. Segue un progressivo distaccamento sociale e l’interruzione di qualsiasi legame umano.
La cooperativa il Minotauro, che monitora il fenomeno hikikomori, ha da poco pubblicato il rapporto Il corpo in una stanza. Le testimonianze contenute sono significative per capire chi siano questi ragazzi-fantasma. Storie diverse, accomunate dal fallimento nel rapporto con la scuola, che secondo le loro madri “non riesce a raccogliere il loro dolore né ad includerli in percorsi più ampi”. Un problema, quello degli hikikomori, che potrebbe diventare una bomba sociale per il nostro Paese, vista la cifra della dispersione scolastica nel Belpaese (il 15% dei giovani tra i 18 e i 24 anni abbandona precocemente la scuola), che cresce con la disoccupazione.
Ma non c’è solo la scuola. Spesso anche la figura del padre incide sul fenomeno, o perché assente o perché in conflitto con il figlio, arrivando a negare il sostegno economico o, peggio, disconoscendolo. E l’onere di provvedere alla salute, mentale e fisica, dei ragazzi viene lasciato alle madri, sole e spaesate di fronte a questo problema.
Secondo alcuni psicologi, paradossalmente è proprio la fredda Rete a fungere da ancora di salvataggio per alcuni di questi ragazzi, evitando conseguenze ancor più gravi, come l’uso di sostanze o la violenza. Su Skype si instaurano relazioni che altrimenti non si avrebbero nella vita reale, su Facebook si creano network di persone affette da questo problema – cosa che, dicono gli psicologi, è in parte terapeutica. Il tutto senza i risvolti oscuri del bullismo, delle offese e della delusione, magari di non ricevere risposta alcuna dopo l’invio di un curriculum. Un guscio protettivo in cui rinchiudersi dal caos del nostro mondo. Al quale preferiscono l’altro, quello virtuale.

(giacomo pellini)



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