About Us

Giovani non più disposti a tutto

12 Nov Giovani non più disposti a tutto

giovani_non_pi_“Gruppo informatico cerca giovani laureati col massimo dei voti e il minimo di dignità”. Oppure: “Gruppo bancario cerca laureati con master in ingegneria finanziaria capaci di campare senza soldi”. O peggio: “Agenzia di pubblicità cerca account junior con padre pronto a mantenerlo a vita”. Provocazioni o veri annunci? Entrambe le cose, assicurano i “Giovani Disposti a Tutto” ossia un esercito “fantasma” di precari, atipici, stagisti, lavoratori a progetto che da qualche giorno dissemina messaggi simili nel web e sui muri delle città. Nascosti dietro l’anonimato di questo pseudonimo collettivo, hanno creato una pagina Facebook, una su Twitter, manifesti e un sito internet che in poco tempo ha raggiunto oltre 70.000 visite.
Solo oggi Susanna Camusso, fresca segretaria della Cgil, ha rivelato che dietro la campagna c’è proprio il maggiore sindacato italiano. Una mossa pensata anche per sfatare il “pregiudizio” che il sindacato non si occupi abbastanza dei giovani, e un metodo scelto «non per nascondere noi, ma per essere protagonisti in un altro modo». Intanto ieri i “Giovani Disposti a Tutto” sono scesi in piazza, con  manifestazioni pubbliche a Bologna, Roma, Torino e Milano. Una presenza “fisica” e non più solo virtuale, per dire che flessibilità non significa precariato né tantomeno sfruttamento e per dare voce alle centinaia di prospettive mancate, speranze deluse, promesse tradite vissute dai laureati dei nostri tempi.
Alcune ore fa, prima che la “paternità” dell’iniziativa fosse resa nota, abbiamo intervistato i rappresentanti della campagna.

Come e quando nasce l’idea di “Giovani disposti a tutto? Qual è il vostro obiettivo? “Giovani Disposti a Tutto” è arrivato sul web il 31 ottobre, ma non nasce né con il sito né con i manifesti affissi in giro per le città. Nasce da quando la ricerca di un lavoro è diventata impossibile o il prezzo da pagare per trovarne uno è la propria dignità. La nostra storia è la storia della generazione di cui facciamo parte e della sua precarietà, quella di annunci di lavoro così incredibili da stare sul confine tra il tragico e il ridicolo, per i quali nessuno ha mai davvero pubblicamente riso, né si è mai davvero disperato. Le centinaia di commenti e reazioni che ogni giorno arrivano sul nostro sito raccontano prospettive mancate, speranze deluse, promesse tradite. Tutte vissute in solitudine. Per adesso, in fondo, non abbiamo fatto altro che dare un nome alle cose, diffondendo annunci di lavoro non tanto diversi da quelli che si trovano sul web. E il numero di persone che si riconosce in un messaggio che, pur in maniera apparentemente sarcastica, parla della loro vita, cresce di ora in ora. Noi siamo l’imbarazzo che si prova quando chi ti valuta in un colloquio ha la metà delle tue competenze, la delusione di quando mandi un curriculum e nessuno risponde, l’insofferenza di quando ti vogliono giovanissimo ma con una lunga esperienza. Ma mentre il mondo sta continuando a dire che va bene così, che è meglio rassegnarsi e strisciare, noi diciamo tutto il contrario. Diciamo che non siamo più disposti a tutto.

Non solo una provocazione, quindi?
Vogliamo continuare a far sì che se ne parli, che il modo barbaro con cui i giovani vengono trattati nel mondo del lavoro non diventi normalità, o, peggio, abitudine. Vogliamo che il nostro problema diventi un problema di tutti e vogliamo che la rabbia della nostra generazione trovi uno sfogo, diventi una rabbia positiva, anzi, propositiva.

Credete che in questo senso la politica o i sindacati abbiano ancora una “sponda” da offrirvi, uno spazio che sappia ascoltare la vostra protesta?
La nostra azione vuole rovesciare gli schemi: se troveremo chi ci ascolta saremo ben felici di lavorarci insieme. Altrimenti continueremo ad agire da soli: il problema che poniamo non può rimanere inascoltato, è dirompente e non è arginabile in nessuno schema prestabilito. Siamo in tanti a passare dallo stesso annuncio, dallo stesso stage, dallo stesso contratto truffa, dallo stesso datore di lavoro, dallo stesso ufficio Inps, dalla stessa casa indecente presa in affitto con altri coinquilini. Noi poniamo un problema che crediamo meriti una grande attenzione. Pensiamo che i giovani della nostra generazione debbano costruirsi luoghi di partecipazione e smetterla di rimanere soli. È da qui che è necessario partire per costruire un futuro diverso.

Con la vostra prima manifestazione pubblica, tenutasi giovedì in diverse città d’Italia, siete passati dalla piazza “virtuale” a quella reale.  Prove tecniche di discesa in politica?
L’appuntamento di Roma (ma anche di Firenze e Napoli) ha portato in piazza la nostra volontà di gridare a gran voce che non siamo più disposti a tutto. Dopo dieci giorni di condivisione in rete abbiamo scelto di affrontare la piazza reale, quella vera, quella fatta di persone che come noi sono stanche, che si sentono tradite da annunci di lavoro degradanti e promesse non mantenute. Alla nostra generazione è stata raccontata la favola che avremmo avuto un lavoro soddisfacente, con il riconoscimento dei nostri studi e delle nostre aspettative. Siamo scesi in piazza per dire a tutti che questa favola era irreale, falsa, illusoria.

La pesante situazione di precariato dei giovani italiani è una prerogativa tutta nostra o siete in contatto con altri “movimenti” che stanno prendendo vita nel resto d’Europa?
La crisi, che sta attraversando tutta Europa e non solo, fa purtroppo sì che le promesse che i nostri genitori, professori, educatori ci hanno fatto non vengano mantenute, qui come negli altri Paesi. Ma in Italia c’è qualcosa di più che mortifica i giovani e la loro condizione: il silenzio, la retorica dei bamboccioni, lo sfottò continuo verso i giovani e le loro legittime richieste. Di contro, chi fa parte della nostra generazione è sempre stato disposto a tutto. A troppo. Ecco perché crediamo che in Italia il grido di protesta debba levarsi in modo più forte e intenso. Siamo una nuova rete e come tale muoviamo adesso i primi passi, ma di certo non escludiamo una “collaborazione” con altre realtà che, anche al di là delle frontiere, chiedono giustizia. Da soli non siamo in grado di cambiare le nostre vite. Ma insieme, tutti insieme, possiamo fare un piccolo, legittimo miracolo.

(federica grandis)



Facebook

Twitter

YouTube