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Gli occhi della possibilità

22 Dec Gli occhi della possibilità

piantareLe realtà e gli amici del Gruppo Abele, si sono ritrovati nella “Fabbrica delle e”, la sede torinese dell’associazione, per scambiarsi gli auguri di Natale. Pubblichiamo un sunto della riflessione di Luigi Ciotti, che dopo aver ripercorso i 45 anni del nostro cammino ne ha isolato alcune parole chiave prendendo spunto dal racconto di Jean Giono, «L’uomo che piantava gli alberi».

Era il Natale del 1965. A Torino, per molti, “non c’era posto”. È per loro che 45 anni fa è nato il Gruppo Abele. Per costruire opportunità di accoglienza e di sostegno a chi faceva più fatica. Dalla droga, alle carceri minorile, allo sfruttamento delle prostituzione, all’Aids, alle cooperative di lavoro, quante persone incontrate e accompagnate. In Italia e nel mondo: il Vietnam, poi il Messico, il Guatemala e oggi l’Africa.  Oggi i nomi, i volti, le storie sono cambiati. Non solo a Torino, ma nel nostro Paese e nel mondo. Ancora per troppi, però, “non c’è posto”. Ecco perché quelle speranze, quei bisogni, chiedono ancora oggi delle risposte. Nel segno di quella fame e sete di giustizia che ha guidato le nostre scelte e che  ci ha fatto scommettere su Libera, quindici anni fa, per contrastare a livello sociale, educativo, culturale le logiche criminali delle mafie, della corruzione, dell’illegalità.
Abbiamo riconosciuto in una storia, L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono, il senso di questo nostro camminare. Una storia, quella di Giono, che celebra la vita attraverso il sogno di una persona che si mette al servizio della vita. L’uomo che piantava gli alberi è ciascuno di noi quando ci impegniamo per affermare bellezza, giustizia, dignità. Quando scopriamo che la libertà più grande non è la libertà dell’io ma la libertà dall’io. Questa storia ci sembra “racchiusa” in dieci parole chiave.
La prima è acqua. L’acqua è la vera protagonista del racconto. Quando arriva nel paese, il narratore trova solo macerie e una fonte secca. Il miracolo del pastore è rigenerare la terra attraverso gli alberi, costruire le condizioni perché l’acqua, rintanata nelle viscere della terra, riemerga in superficie. L’acqua è il bene comune per definizione. Un bene che, come l’aria, non può avere confini né proprietà. Non possiamo permettere di privatizzarla, di farne merce di profitto. Non appartiene a noi, appartiene alla vita. La seconda parola è essenzialità. Il pastore vive in una casa di pietra, fatta di poche cose, ma profondamente dignitosa, pulita, accogliente. Non abbiamo bisogno di troppe cose, quando impariamo a riconoscere l’essenziale.  La terza parola è accoglienza. Per quanto taciturno, il pastore sa offrire al narratore i segni concreti dell’ospitalità. Condivide con lui la minestra, gli offre un letto per riposare, lo lascia libero di fare ciò che meglio crede per riprendersi e rilassarsi. La sua è un’accoglienza fondata sul riconoscimento. È uno stare accanto mai invadente, un accompagnare sempre rispettoso della libertà altrui.  La quarta parola è gratuità. Il pastore non sa a chi appartiene la terra dove pianta i semi ma questo non è un motivo per non prendersene cura. È una terra arida, abbandonata: e questo basta per darsi da fare a farla rifiorire. Bisogna andare oltre i recinti, le isole – nella vita, nei rapporti umani, nel lavoro. La terra è un bene che è responsabilità di tutti tutelare e custodire. La quinta parola è attenzione. La vita del pastore è fatta di gesti meditati, guidati da una coscienza vigile. Mette tutto se stesso in tutto quello che fa: si tratti di dividere i semi migliori da quelli difettosi, di scavare i buchi per interrarli, di decidere dove piantare le querce o altri tipi di alberi. Non è mai distratto: in ogni suo gesto c’è devozione e stupore per la vita. Così un gesto, anche se ripetuto migliaia di volte, è sempre diverso, è sempre un nuovo inizio. Una vita attenta non potrà mai essere una vita monotona. La sesta parola è costanza, continuità. Senza tenacia un’opera del genere sarebbe impossibile. Bisogna impegnarsi quotidianamente, sapendo che dei tanti semi sparsi solo una parte riuscirà a diventare albero. Costanza è anche equilibrio interiore: non esaltarsi per il risultato raggiunto, non abbattersi nel momento di fatica, di scoraggiamento. Quando ci volteremo indietro a guardare le nostre fatiche, scopriremo che in quei momenti di lotta ci siamo sentiti vivi. La settima parola è silenzio. Uomo di poche parole, il pastore ci avverte che bisogna fare silenzio dentro di sé per ascoltare il linguaggio della vita. La parola più autentica, più comunicativa, è quella che scaturisce dall’ascolto più profondo. L’ottava parola è passione. Il pastore ama quello che fa. Ama piantare i semi, ama gli alberi che vede crescere, ama il luogo in cui vive già prima di prendersene cura. Lo ama perché lo vede con gli occhi della possibilità, del futuro, della speranza. Coltiva quel paesaggio con lo sguardo, prima ancora che con le mani. La nona parola è cambiamento. Quella terra non è più quella del passato, secca, arida di vita e di relazioni umane. È rifiorita: l’acqua è ripresa a scorrere, gli animali e gli uccelli arrivano per primi, poi arrivano anche le persone, si riforma una comunità. È un cambiamento che ha radici profonde e, alle spalle, l’opera paziente di un solo uomo. Nessuno lo sa, ma a lui questo non importa. Quel bosco non lo ha fatto per sé, lo ha fatto perché ama la vita. La decima parola è speranza. Ci vuole una grande speranza per sostenere un impegno così grande, ma ci vuole anche un impegno costante per alimentare una così grande speranza. Come una pianta, la speranza si radica sul nostro fare. Se ciascuno di noi si impegnasse di più ci sarebbero attorno a noi meno deserti: meno disuguaglianze, meno egoismi, meno personalismi, meno illegalità, meno giochi criminali. Ogni albero è in fondo un diritto. E i diritti non basta affermarli, vanno tutelati giorno per giorno, fatti crescere in altezza e nella coscienza di ciascuno di noi.
La storia dell’Uomo che piantava gli alberi, è certo una storia eccezionale, solitaria. Ma l’impegno sociale vuol dire “noi”, chiede a ciascuno di coltivare almeno un albero. Qualche settimana fa ci hanno salutato due uomini che nella loro vita, di alberi, ne hanno piantati tanti. Uno è don Franco Peradotto, che se n’è andato il primo novembre, un uomo capace di mettersi davvero al servizio dei poveri, degli ultimi, convinto che proprio la strada, luogo di povertà, di bisogni, ma anche di speranze, doveva essere punto di riferimento costante del nostro lavoro. Un uomo che sapeva bene che non si può essere liberi da soli: si è liberi insieme agli altri, in uno sforzo collettivo, fatto insieme. E tanti, saldi e pieni di frutti sono gli alberi che insieme a lui, in questi anni, abbiamo piantato. A salutarci, il 17 ottobre, è stato anche mio papà Angelo, una presenza essenziale, silenziosa, autentica per il Gruppo. Lui, e non solo metaforicamente, ha piantato per anni i suoi alberi all’Oasi di Cavoretto. Sempre pronto a mettersi in gioco, sempre stupito e rincuorato dai tanti giovani che vedeva impegnarsi nei nostri percorsi di libertà, di responsabilità, di giustizia sociale. Un uomo dalla fede asciutta, essenziale e verticale come le montagne che tanto amava.
Che le piante che Angelo e Franco ci hanno aiutato a coltivare continuino a crescere rigogliose e forti. La foresta la creiamo insieme, vivendo insieme quel coraggio ordinario, quotidiano, che si chiama responsabilità.

(don luigi ciotti)



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