About Us

Hearts of Eagle, il calcio che torna in strada

07 Nov Hearts of Eagle, il calcio che torna in strada

dravelli_refugee_team_pre_partita1“La grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza, in ogni angolo del mondo, c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi”. Niente come questa frase di Zdeněk Zeman può sintetizzare lo spirito degli Hearts of Eagle: la squadra torinese composta dai rifugiati politici africani che milita nel campionato dilettanti.

L’obiettivo della squadra? “divertirsi e rivendicare il diritto all’accoglienza”, ci ha spiegato Thomas Pozzato, allenatore della squadra e presidente dell’associazione Balon Mundial. Ma anche imparare a praticare uno sport e stare insieme. E se si vince, tanto meglio.
In altri termini, gli Hearts of Eagle sono la fotografia di un calcio che esce dai palazzi d’avorio del professionismo e si riappropria delle piazze e delle strade. Abbiamo chiesto a Thomas Pozzato di raccontarcelo.

dravelli_foto_bm_2013 2Chi sono i ragazzi che alleni?
Una squadra composta interamente da rifugiati politici. Quasi tutti fanno parte dell’ondata di persone cacciata da Gheddafi durante la guerra in Libia. Molti di loro adesso vivono nelle ex residenze olimpiche a Torino, lasciate abbandonate dal 2006. L’associazione Balon Mundial ha incontrato per la prima volta i ragazzi nel marzo 2011, quando alcuni di loro vivevano nel centro di accoglienza di via Calabria, a Torino. L’idea iniziale era di dare la possibilità di uscire dal contesto chiuso dei centri di accoglienza, creando un momento ludico e di scarico dallo stress. Il progetto, oramai attivo da quasi 3 anni, ha visto la partecipazione di numerosi ragazzi, le cui storie di vita hanno poi preso percorsi differenti.  Lo snodo cruciale è stata la fine della cosiddetta emergenza Norda Africa, nel marzo 2012. In quel periodo molti ragazzi della squadra hanno deciso di emigrare all’estero: in Germania, Francia, Inghilterra o Norvegia. In quel momento il gruppo iniziale ha subìto un forte cambiamento. Abbiamo salutato molti ragazzi che facevano parte del gruppo iniziale, tra cui un gruppo di ragazzi bengalesi che hanno iniziato un percorso lavorativo.
Al momento tutti i nostri giocatori provengono dal continente africano: possiamo dire di rappresentare una buona fetta dell’Africa Nord Orientale, con calciatori della Costa D’Avorio, Ghana, Nigeria, Guinea Bissau, Burkina Faso, Senegal, Mali, Ciad. Ho la fortuna di allenare una squadra molto giovane, il più anziano ha 27 anni.
Molti di loro non hanno mai giocato a calcio, nemmeno da bambini. Nella loro infanzia, spesso, al posto del pallone c’era il lavoro nei campi. In questo senso, il calcio è stata una scoperta, trasformata subito in passione.
Oggi In seguito alla chiusura dei centri di Accoglienza l’obiettivo del nostro progetto è mutato per seguire le esigenze dei nostri atleti. Oltre ad inserimento nel tessuto sociale cittadino, i ragazzi hanno l’urgenza di trovare un lavoro. Per quattro di loro, ad esempio, si sono aperte le porte di uno stage presso la L’Orèal di Settimo Torinese. L’obiettivo è continuare su questa strada, aiutando i ragazzi anche nelle pratiche quotidiane: rinnovo del permesso di soggiorno o aiuto nell’inserimento scolastico.
La scolarizzazione, ad esempio, è importantissima. Dopo due anni di vita insieme, infatti, alcuni di loro faticano a parlare l’italiano, mentre in soli tre mesi in Libia hanno imparato Questo perché molti di loro in Libia avevano un lavoro.

Dunque il calcio è uno strumento per creare una comunità di cittadini.
Il calcio crea entusiasmo e in tutte le squadre del mondo. Sportivamente gli Hearts of Eagles sono una squadra dalle potenzialità atletiche incredibili, ma a cui mancano alcuni passi formativi che spesso si danno per scontate. I miei ragazzi possono fare una spaccata o essere capaci di scatti impensabili, ma il non avere mai praticato sport nell’infanzia o a scuola, li priva di gestualità ed elementi coordinativi elementari. Ho capito quanto quelle poche ore di educazione fisica fatte a scuola quando si è bambini siano fondamentali per la crescita di un uomo.
Poi c’è il fattore umano: i ragazzi sono portatori di una cultura diversa e lontana. Il loro modo di affrontare i modi e gli usi della nostra società è condizionato dal loro background. Non dimentichiamoci che questi ragazzi hanno vissuto migrazioni, deportazioni, sfratti e fame. É significativo come possano insegnarti quanto sia relativo il concetto di distanza, nel senso di km da coprire a piedi o in bici, o di fatica sul lavoro.
Piccoli gesti o comportamenti più ampi sono condizionati dal contesto di appartenenza. Essere figli di un leader religioso o provenire da un particolare villaggio, ad esempio, influisce molto sul modo di relazionarsi.
Quali sono i vostri rapporti con gli avversari?
Siamo al secondo anno di partecipazione al campionato e iniziamo ad essere abbastanza conosciuti. Ci è stato riconosciuto di essere una squadra corretta.
Ma non è sempre stato così. Soprattutto all’inizio, il gioco dei ragazzi era piuttosto ruvido, vista la fisicità imponente e la poca esperienza sui campi da gioco. Alcuni contrasti erano carichi di foga. Gli avversari non apprezzavamo. É stata cura dello staff, prima di ogni partita, spiegare agli avversari la particolare storia dei ragazzi. A volte ci scusavamo in anticipo per eventuali irruenze nei tackle. Allo stesso modo abbiamo lavorato molto per insegnare il fair play. Con il passare del tempo abbiamo ricevuto molti complimenti da diverse squadre avversarie, per la correttezza dei ragazzi. Non abbiamo mai avuto espulsi o ammoniti per gioco scorretto.

In Italia si parla tanto di calcio. Spesso questo sport è sinonimo di opulenza e i calciatori famosi sono descritti come ragazzi ricchi e viziati. Credi che questo sport debba tornare nelle piazze e nelle strade?
Il calcio non si è mai spostato dalle piazze o dalle strade. Ragazzi di tutte le età continuano a giocare ad ogni livello. Il problema è che spesso si tenta di emulare i professionisti, non tanto per i look azzardati, quanto per l’arroganza e la maleducazione. Non è raro sentire di arbitri chiusi barricati negli spogliatoi, violenze sui campi o risse tra genitori sugli spalti durante le partite dei bambini.
Credo che sia giusto, chiedere ai professionisti un certo tipo di comportamento, per il loro messaggio mediatico, ma credo soprattutto che, dalle scuole calcio ai campionati amatoriali, bisognerebbe ripensare e rieducare gli appassionati a un gioco corretto. Insomma, riportare il calcio alle sue origini: un gioco. Credo che se si mettesse in pratica questo principio, anche negli stadi si respirerebbe un clima differente.

Torino è descritta come una città accogliente, forse perché ha una lunga storia di immigrazione. Credi sia vero o è solo un pallido luogo comune?
È difficile dare una risposta definitiva. All’interno del panorama italiano, Torino è, senza dubbio, una città con politiche e progetti pilota che spesso fanno da apripista. Tuttavia se confrontati con altre realtà, mi immagino, ad esempio, una città cosmopolita come Parigi, non siamo che all’inizio di un processo. Fino a quando non ci abitueremo alle differenze, anche nella vita quotidiana, significa che abbiamo ancora della strada da fare. Bisogna fare un salto di qualità culturale. Spesso i pregiudizi sono ancora vivi nella nostra città, ma fortunatamente le strade ci stanno dimostrando una realtà in evoluzione. Non è raro vedere come le seconde e terze generazioni siano parte del tessuto cittadino. Questi ragazzi sono il nostro futuro, sono cresciuti insieme a noi e hanno lo stesso percorso formativo. Tuttavia mantengono le loro identità culturali.

(andrea dotti)



Facebook

Twitter

YouTube