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Il difficile superamento degli Opg

16 Jul Il difficile superamento degli Opg

roba_da_matti_MM“Uomini e donne sospesi tra le ragioni (e i torti) del diritto e della psichiatria, tra punizione e compassione”, questi sono i pazzi criminali, tecnicamente folli-rei. Individui che hanno commesso dei crimini, anche per la loro instabilità mentale.Individui di un piccolo gruppo in Italia, che dal 31 marzo 2015 dovrebbero aver cambiato casa, passando dalla detenzione in Ospedali psichiatrici giudiziari a nuove strutture. Superando così il concetto di manicomio criminale, “estremo orrore per un Paese civile”. A poco più di tre mesi da quel 31 marzo, abbiamo chiesto quanto sarà difficile questo superamento a Michele Miravalle, coordinatore nazionale dell’Osservatorio sulle condizioni detentive dell’associazione Antigone e recente autore del saggio Roba da matti (Edizioni Gruppo Abele).

Prigioni e Opg non sono sempre esistiti. Perché la nostra società fa così tanta fatica ad abbandonare il concetto di istituzione totale?
Non sono sempre esistiti. Il manicomio stesso ha un’evoluzione parallela rispetto alla storia del carcere. Nel libro racconto questa storia intrecciando alcuni esempi storici, con un particolare riferimento a Foucault e il suo Storia della follia nell’età moderna. L’autore parlava di una nave dei folli. Una figura storica e metaforica allo stesso tempo. Sostanzialmente un battello che navigava nei fiumi della Renania e accoglieva al suo interno, tramite riti ben codificati, tutti i folli della città, tutti coloro che erano capaci di turbare l’equilibrio della comunità in cui vivevano. Il manicomio, quale istituzione totale segregante e ben divisa dal mondo libero, assolve lo stesso compito: nasconde l’umanità in eccesso, le persone che turbano il quieto vivere. Gli Opg sono un retaggio di questa storia. Una tappa di un percorso. Siamo riusciti a chiudere i manicomi civili con la legge Basaglia, e decine di uomini e donne sono riusciti a inserirsi in altri percorsi, a riconquistare diritti
negati. I pazzi criminali invece non sono stati direttamente presi in considerazione dalla legge 180/1978 (la legge Basaglia), continuando ad evocare paure ataviche.

Perché i criminali con disagio psichico sono le persone più escluse dalla società?
Probabilmente per il carattere atipico di questa doppia devianza: ossia l’essere criminali e autori di un reato allo stesso tempo. Se ci fosse una sola di queste due caratteristiche probabilmente il trattamento di queste persone sarebbe più semplice.
Sulla testa di queste persone si costruisce una retorica particolare: i fatti criminali compiuti da persone con disagio psichico sono enfatizzati. La società nei loro confronti prova sentimenti contrastanti: la paura, ma anche l’attrazione per azioni inspiegabili. Delitti pur atroci compiuti dai sani prima o poi vengono rielaborati dalla collettività. I delitti dei folli-rei no, rimangono buchi neri incolmabili. Ecco perché gli autori di questi reati devono essere nascosti, dimenticati, rifiutati.

Quale definizione di pericolosità sociale riesce meglio a spiegare lo stato attuale in cui versano coloro che ne sono etichettati?
Innanzitutto trovo assurdo che la pericolosità sociale sia definita dal punto di vista giuridico. E’ semplicemente indefinibile, perché non è un concetto giuridico. Si tratta di una costruzione artificiosa dovuta all’intenzione di accordare due visioni contrastanti. Quando nel 1930 venne redatto il codice penale, la scuola classica e la scuola positiva di stampo lombrosiano si scontravano sul concetto di libero arbitrio. Da questo scontro nacque la definizione di pericolosità sociale, l’intento era quello di dividere la popolazione criminale tra imputabili e non imputabili socialmente pericolosi. Per i primi sono riservate pene certe, i secondi vengono invece sottoposti a misure di sicurezza. E’ il complesso sistema del doppio binario su cui si basa il nostro sistema sanzionatorio. Nonostante aspre critiche sia da parte dei giuristi che da parte degli psichiatri, il concetto di pericolosità sociale è ancora ben presente nel nostro codice penale. Nessun giudice e nessun perito psichiatra intellettualmente onesto saprà darvi una definizione convincente e ineccepibile. Neanche il codice penale attualmente in vigore riesce a definirla. La descrive come la prevedibilità che un soggetto compia un nuovo reato. Si capisce quanto sia pericoloso parlare di previsione di un uovo reato,  lasciando questa previsione a un giudice, un tecnico del diritto che si occupa di diagnosi, non di prognosi. Il giudice dovrebbe limitarsi a dare un’interpretazione giuridica ad un fatto storico passato, non prevedere il futuro.
L’unica soluzione dunque è eliminare la definizione alla radice e ripensare, dopo tanta attesa, un codice penale all’altezza delle nuove conquiste scientifiche in ambito psichiatrico. La Germania per esempio nel codice penale parla di “soggetti bisognosi di cure”, non di “pericolosi socialmente”.

Il superamento degli Opg in Italia sarà, come molti si aspettano, solo il passaggio da un’istituzione violenta a una tenera?
Riguardo al superamento, la mia impressione è che, almeno all’inizio, ancora scossi dalle terribili immagini girate dalla Commissione Marino all’interno degli Opg, si sia sbagliato il focus dell’attenzione.
Partiamo dai numeri: negli Opg sono internate circa 800 persone. E già da questo dato, si svela l’ordine di grandezza del problema: 800 persone in un Paese di 60 milioni, con una popolazione carceraria di 60 mila persone, significa parlare di una quota talmente ridotta, per cui è inammissibile non riuscire a trovare una soluzione sostenibile.
Aggiungiamo che quasi due terzi di queste 800 sono state giudicate non più pericolose socialmente. E quindi, per legge, non devono stare in una struttura altamente contenitiva come l’Opg. Bastano strutture più leggere, diffuse sul territorio, anche di tipo ambulatoriale. L’esigenza di contenimento sarebbe ridotta a poco più di 250 persone.
Invece di cominciare a ragionare sul perché due terzi degli internati in Opg si trovassero ancora chiusi lì dentro, in una situazione di chiara violazione di legge, e dunque su come organizzare percorsi di uscita rapidi, si è preferito prima pensare a costruire (e finanziare) nuove strutture, chiamate Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (R.e.m.s.).  Avremmo invece dovuto affrontare questo argomento per ultimo. Prima si sarebbe dovuto discutere della deistituzionalizzazione delle persone dai percorsi di internamento, e solo poi ci si sarebbe occupati di quel piccolo gruppo che pare abbia bisogno di un’istituzione totale.

Quali finalità avranno le nuove strutture previste dalla riforma, come le Rems?
Si dice che queste Rems debbano essere strutture sanitarie. Dove non ci sarà personale di polizia penitenziaria, come è attualmente negli Opg. Dove il direttore non sarà un dipendente del ministero della Giustizia bensì un medico psichiatra dipendente dell’Asl. Si parla di sanitarizzare la misura di sicurezza. E questa sembra essere considerata unanimemente cosa buona e giusta.
Bisogna però essere attenti a non accontentarsi di mettere camici bianchi al posto delle divise. Non basta, soprattutto se si pensa che la moderna cultura psichiatrica, salvo piacevoli eccezioni, sta tornado ad essere molto repressiva e reazionaria, l’humus culturale in cui era germogliata la riforma Basaglia è ormai un lontano ricordo. Basta guardare i dati sull’uso degli psicofarmaci (somministrati spesso in dosi talmente forti, da diventare forme di contenzione vera e propria, al pari di una camicia di forza).
In ogni caso voglio rimanere ottimista, purché tutti, psichiatri e giuristi, siano disposti a mettere da parte le loro granitiche certezze in nome della garanzia dei diritti fondamentali del paziente psichiatrico autore di reato. Sarebbe inaccettabile che il percorso di superamento dell’Opg si trasformasse in un semplice passaggio di potere, da giuridico a medico-psichiatrico.

16.07.2015 (toni castellano)



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