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Il disagio rinchiuso

11 May Il disagio rinchiuso

Si chiamano Opg, Ospedali psichiatrici giudiziari. Una Commissione d’inchiesta parlamentare, guidata dal senatore Ignazio Marino, ha recentemente denunciato lo stato di degrado e di abbandono in cui vivono le circa 1400 persone che sono rinchiuse in sei ospedali sparsi sulla Penisola e che sono stati definiti “luoghi infernali, rimasti inalterati dal 1930″. Molti detenuti vi si trovano per scontare reati minori, commessi decenni prima e spesso la pena viene prorogata per mancanza di percorsi alternativi e di assistenza, fino ad arrivare a una condizione che gli stessi magistrati definiscono “ergastolo bianco”. Lo scorso 25 gennaio Palazzo Madama ha votato un emendamento che stabilisce, per marzo 2013, la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari presenti sul territorio, ma il timore fondato di chi lavora in questo settore è che il nuovo anno e la nuova legge non bastino a scrivere la parola fine su questo argomento. Abbiamo chiesto al cantautore Simone Cristicchi, che ha messo in musica e scritto un libro-documentario su questo argomento, di darci il suo punto di vista sul futuro (e il presente) degli Opg.

 

Nella tua carriera hai dedicato ampio spazio allo studio della realtà degli ex manicomi. Oggi nel nostro Paese queste strutture non esistono più, ma ci sono (nonostante un recente decreto di chiusura) gli Ospedali psichiatrici giudiziari. Raccontare gli ospedali psichiatrici giudiziari e le carceri stesse significa raccontare l’inattuale, qualcosa da cui la gente fugge? Qual è la tua esperienza in questo senso?
Una recente inchiesta di “Presa Diretta” ha raccontato la situazione di queste strutture nel nostro Paese: un servizio documentato e attento, ma che è stato visto da poche persone, facendo toccare il punto di share più basso alla terza rete. Lo capisco, perché l’argomento è drammatico e scioccante. Riesco a comprendere quelli che hanno cambiato canale. Riesco a capirli grazie alla mia esperienza personale. Girare il documentario “Centro di igiene mentale” non è stato semplice: abbiamo trovato diverse porte chiuse. Tuttora, girando l’Italia, per promuovere il libro realizzato a partire da quel documentario, mi sono reso conto che esiste una sorta di resistenza verso questa realtà. La gente fa fatica a vederla. Molti di noi camminano parallelamente al problema della malattia mentale e della sua gestione, ignorandola.

Tra i rischi che il comitato Stop Opg e altri segnalano all’indomani dell’annuncio della chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, c’è quello del perpetuarsi, magari in strutture più decorose, della logica manicomiale criminale. Qual è il cambiamento di prospettiva di cui i 1.400 ospiti degli Opg hanno bisogno?
Gli Opg sono ancora aperti ma, fortunatamente, verranno chiusi entro breve. Tuttavia esistono – già oggi – cliniche private che trattano i pazienti nella stessa maniera. Insomma, non bisognerà aspettare l’indomani della chiusura per trovarsi di fronte al problema di strutture che riproducono gli schemi del manicomio. Questi posti esistono già e sopravviveranno agli Opg. Sono strutture in cui è impossibile entrare con una telecamera, come ho avuto modo di vedere durante la realizzazione del documentario sui centri di igiene mentale. Il problema dunque non sono solo gli Opg. Il vero problema è come fare interagire, inserire nel territorio queste persone relegate ai margini, cercando di contenere il pregiudizio della gente nei loro confronti. I traumi che questi individui portano su di sé sono stati, quasi certamente, amplificati dalla “soluzione” proposta finora dalle istituzioni. Saremo noi tutti a dover cambiare e a farci carico di accogliere queste persone. Solo in questo modo si risaneranno le ferite, solo in questo modo ci potremo definire società “civile” e progredita.

La realtà manicomiale, la campagna di Russia, gli anni della guerra, ma anche il G8 a Genova e i bambini di Bucarest: sei un cantautore che racconta cose scomode, realtà dimenticate o rimosse…
Per alcune pagine della storia esiste sia lo stigma sia la volontà di dimenticare. Con il primo si etichetta, con il secondo ci si dice come comportarsi. È estremamente difficile estirparli. Io posso dire, nel mio piccolo, di aver fatto un lavoro, minimo rispetto a tanti altri che studiano questi settori da molti anni, un lavoro di sensibilizzazione tramite la musica, l’arte, la scrittura. E posso anche dire di essere stato fortunato. Non avrei mai pensato con una canzone, “Ti regalerò una rosa”, che parla di un argomento trascurato e difficile, di vincere il Festival di Sanremo. Eppure è accaduto e questo è per me un segnale che esiste una sensibilità nascosta, temuta con vergogna. Una sensibilità, però, che se riesce ad uscire dal luogo in cui viene relegata può essere foriera di un cambiamento.

Quali sono secondo te i “rimossi” ancora da raccontare oggi?
Diverse parti della storia d’Italia meritano una canzone, o uno spettacolo, o quantomeno una riflessione. In questo momento mi sto concentrando su un avvenimento in particolare, l’ho chiamato “Magazzino 18″. È una storia, tra le tante, dell’esodo italiano dall’Istria. Molti italiani dovettero scappare dalla propria terra nel 1947, un territorio poi diventato Jugoslavia, ora Croazia. Alcuni di loro finirono in un magazzino del Porto Vecchio di Trieste.”Magazzino 18″ è una storia di foibe, molto nascosta e altrettanto terribile. E sebbene sia stata istituita qualche anno fa la giornata del ricordo, credo sia qualcosa che valga ancora la pena raccontare.

(federica grandis)

(Fotoservizio di riccardo ruspi)



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