About Us

Il lavoro ‘serve’ meno

02 Jan Il lavoro ‘serve’ meno

ritasanlorenzo_200x200Una Repubblica fondata sul lavoro, diceva di sé l’Italia descrivendosi nella sua Carta Costituzionale. Sessantotto anni fa. Di mezzo, la classe operaia in paradiso non ci è arrivata. Ha lottato però. Ha ottenuto dei diritti, scritti nello Statuto dei lavoratori nel 1970, valevole non solo per gli operai.
Lavoratori che hanno sostenuto il peso di numerose crisi economiche. Fino a quest’ultima. Meno lavoro e meno diritti: dalla flessibilità al Jobs Act, i tentativi di risposta.
Per far luce sulla situazione reale abbiamo chiesto aiuto a un giudice del lavoro, Rita Sanlorenzo, recente autrice, per le Edizioni Gruppo Abele, insieme a Carla Ponterio, del saggio “E lo chiamano lavoro…”

Come si è arrivati a pensare, nel momento in cui le condizioni del mercato del lavoro sono diventate stagnanti, che la soluzione per ripartire potesse essere quella di abbassare le difese dei lavoratori?
Purtroppo non è una risposta di questi giorni. È un’onda che viene da lontano e risponde al prevalere della teoria liberista. Teoria secondo la quale, ad una maggiore liberalizzazione dei mercati, rimossi i lacci imposti dagli Stati, avrebbe dovuto fare da contraltare l’aumento dell’occupazione. Come detto, è una teoria datata. Che nel corso di questi anni ha dimostrato la sua fallacia, i suoi limiti, un’assoluta incapacità di migliorare le sorti del mercato del lavoro. Risultato: si è allargata la forbice, con i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Soprattutto i lavoratori si sono impoveriti, per non parlare dei disoccupati. E ciò nonostante si persiste su questa strada che ha già mostrato i suoi errori.

Il Jobs Act e le modifiche all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori sono il terreno dello scontro attuale nel settore lavoro. Quale sarebbe un sistema equilibrato e adatto alle esigenze italiane?
Penso che in un settore così fondamentale, non soltanto per l’economia ma per la democrazia del Paese – ricordando che la Repubblica italiana è fondata sul lavoro – non si dovrebbe lasciare il terreno libero al confronto tra due parti, gli imprenditori e i lavoratori. Cosa che invece si sta facendo, con una chiara attribuzione di fiducia, oltre che di forza, ad una delle due: quella degli imprenditori. A ciò si oppone un parallelo svilimento della parte del mondo del lavoro e della sua rappresentanza, cioè il sindacato. Occorre una parte pubblica motivata politicamente e capace di introdursi in questo confronto, non soltanto per dettare regole ma per assumere iniziative. Ritengo sia necessario un servizio pubblico per l’impiego più efficiente. Sarebbe utile un intervento pubblico con l’approvazione di una legge che preveda un salario minimo, per tutti i settori, al di sotto del quale non si può andare. Sarebbe buono un sistema di ammortizzatori sociali che copra tutti i periodi di disoccupazione creati da un sistema economico che mostra bisogni più ridotti nel tempo. Quindi, prendere in mano il destino del mondo del lavoro. Una logica di intervento corretta, per esempio, è quella adottata in questi giorni dal governo a Taranto con l’Ilva

Le nuove forme contrattuali, la crisi della rappresentanza e dei sindacati: è ancora possibile pensare un mercato del lavoro dentro alla sfera del diritto?
È necessario pensarlo: di fronte ad un lavoro privo di diritti, non si può parlare nemmeno di lavoro. Perché se si lascia mano libera ai protagonisti assoluti, che sono coloro che gestiscono il potere economico delle imprese, si finisce per avere una umiliazione del lavoro e della sua rappresentanza. Un’umiliazione che non giova a nessuno, neanche alle stesse imprese.
Un mercato del lavoro più ordinato e trasparente darebbe maggior stabilità al Paese. In un mercato del lavoro così indisciplinato in pratica si lascia mano libera ai furbi. Categoria che in Italia è da sempre sulla breccia. Furbi che possono approfittare in modo malizioso, infilandosi nelle zone d’ombra, per strappare condizioni favorevoli che danneggiano non soltanto i lavoratori ma anche i concorrenti. Questo è il dilemma del liberalismo: se si invoca un sistema fondato sulla libera concorrenza la prima regola è quella dell’uguaglianza delle regole, per tutti. Altrimenti il sistema crolla in partenza, ha vita breve. I furbi cacceranno dal mercato coloro che seguono le regole. Moneta cattiva scaccia moneta buona.

Flessibilità del lavoro fa il palio con la modernità mentre la rigidità dei contratti è un valore considerato quasi antico. La mutazione del mercato del lavoro è un passaggio generazionale o il sintomo di un progresso che stentiamo a capire?
Entrambe le cose. La questione è epocale. Il mondo del lavoro è cambiato. Modificato dal progresso tecnologico. C’è chi parla della fine del lavoro. O quantomeno di un bisogno minore di lavoro, di manodopera, di fatica, di sudore, di labor. Perché ci sono le macchine, l’automazione. Ci siamo abituati, almeno in Occidente, a un’iperproduzione di beni che a un certo punto non riusciamo più a smaltire, a consumare. Ora si va verso un cambio epocale: il lavoro serve, e servirà, meno. Saranno maggiori i periodi di inoccupazione. Ciò non vuol dire che alla crescita della inoccupazione debba corrispondere quella della povertà, dell’emarginazione o del disagio sociale. Bisognerebbe pensare a dei sistemi che armonizzino le nuove esigenze dell’economia mondiale che conducano la popolazione tutta a un quadro di benessere più condiviso. Per questo parlavo di ammortizzatori sociali, di reddito minimo di cittadinanza. E al tempo stesso condizioni economiche tali per cui, pur essendo meno, il lavoro venga pagato in maniera decorosa. Serve uno sforzo di progettazione che anticipi i cambiamenti e non si faccia superare clamorosamente. Se i nostri figli saranno portati a cambiare spesso lavoro è anche necessario che siano progressivamente formati per queste diverse possibilità. Se passare da un lavoro a un altro sarà fisiologico dovrà essere naturale anche dar loro la formazione per cui questi passaggi avvengano nel modo più armonico e valorizzante. Che non sia un’umiliazione o un degrado. Purtroppo questa precarietà ha mostrato che di passaggio in passaggio la condizione peggiora. Si va verso inquadramenti e retribuzioni sempre inferiori, perché i lavori che si “acchiappano” pur di sopravvivere sono lavori poco qualificati e poco qualificanti. Che non si sa realmente fare perché non si è stati formati in quel terreno. Ecco perché sarebbe necessario pensare a un accompagnamento di queste vite professionali così diverse, in modo da mantenere un livello più alto di dignità della persona, e non solo del lavoratore.

(toni castellano)



Facebook

Twitter

YouTube