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“Il manicomio dei bambini”, un libro di denuncia

23 Jan “Il manicomio dei bambini”, un libro di denuncia

 

“Collocato al centro di Tutela dei minori in un collegio, là inghiottì una biglia giocando; fu ricoverato in ospedale, da dove, per il suo comportamento vivace e irrequieto, finì nel centro psichiatrico di Collegno, solo e abbandonato tra adulti e anziani malati di mente”. Questo è solo l’inizio della storia di Alberto B., un bambino di otto anni di “spiccata intelligenza” la cui unica colpa era solo quella di soffrire di carenze affettive per essere stato abbandonato dai genitori. Il travagliato percorso continuerà poi presso “l’Istituto psico – medico – pedagogico” di Villa Azzurra, a Torino. Di fatto un manicomio per minori, all’epoca diretto da un medico psichiatra soprannominato “l’elettricista” per il suo frequente ricorso alla pratica dell’elettroshock, definita dallo stesso medico “argine all’aggressività e antidoto all’angoscia in virtù della sua funzione espiatrice nei confronti dei bambini”. A Villa Azzurra Alberto vivrà un incubo fatto di sopraffazioni, abusi e violenze, perpetrate con un sadismo così feroce che la cosa costerà anche una denuncia a “l’elettricista”.
Ma non c’è solo la storia di Alberto: nel libro Il manicomio dei bambini. Storie di istituzionalizzazione (Edizioni Gruppo Abele) Alberto Gaino ripercorre il fenomeno dei minori internati negli istituti psichiatrici – 200 mila nel 1967 –  documentandone le terribili condizioni di vita quotidiana e le pratiche “normalizzanti” a cui erano sottoposti. Un esercito di bambini “invisibili”, la maggior parte dei quali di modesta estrazione sociale, di cui la società ha ignorato l’esistenza. Almeno fino all’approvazione della legge 180 del 1978, detta anche “Legge Basaglia” –  dal nome del suo ispiratore – che sancì la chiusura dei manicomi e la liberazione di tutti quelli rinchiusi al loro interno. Ma, allo stesso tempo, delegò la cura di queste persone alle famiglie e alle scuole. In mancanza di un sistema di tutela efficace e di un welfare degno di questo nome.

(giacomo pellini)

 



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