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Il microcredito per arrivare a fine mese

12 Oct Il microcredito per arrivare a fine mese

mariocrostaDisoccupazione e perdita di potere di acquisto fanno crescere il numero di quanti avrebbero bisogno di un prestito bancario, ma non possono accedervi, perché non in possesso di garanzie sufficienti. Gli italiani cosiddetti “non bancabili” (come descritto oggi in un articolo di Repubblica) sono otto milioni e sempre più spesso si rivolgono al microcredito, uno strumento nato per sostenere lo sviluppo dei Paesi poveri ma oggi diffuso “ammortizzatore sociale” anche nelle nostre realtà.
Abbiamo chiesto a Mario Crosta, direttore generale di Banca Popolare Etica come è cambiato dal loro osservatorio il mondo del microcredito.

Dottor Crosta, esiste un identikit delle persone che si rivolgono oggi alla finanza etica? E’ cambiato negli anni il profilo dei creditori?
Quando Banca Etica iniziò la sua attività l’obiettivo era di sostenere l’impegno delle cooperative sociali, delle organizzazioni non governative e delle associazioni di tutela dell’ambiente. Un settore tuttora attivo, accanto a quello che si occupa di concedere prestiti per l’avvio di piccole attività imprenditoriali. Col tempo ci siamo resi conto, anche su sollecitazione delle stesse realtà a cui offrivamo credito, che era auspicabile e necessaria l’apertura ai privati cittadini, trasformando il microcredito in strumento di inclusione sociale delle persone che si trovano in condizione di fragilità. Oggi si rivolgono al microcredito molte famiglie italiane monoreddito, oppure persone al di sopra dei 50 anni che hanno perso il lavoro. Utilizzano il credito concesso per spese di sussistenza: acquisto di medicine, vestiario, medicinali e spesso anche cibo. I prestiti concessi per queste spese non sempre possono essere restituiti. Per questo motivo collaboriamo in sinergia con enti strutturati, come ad esempio la Caritas, e rinunciamo ad una parte dei profitti per costituire dei fondi da utilizzare in caso di insolvenze.

Il settore del microcredito in Italia ha avuto uno sviluppo esponenziale negli ultimi quattro anni. Dai 331 microcrediti erogati nel 2006 ai 1.909 del 2009. Come valuta questo incremento?
Da un lato è cresciuta l’offerta di prodotti pensati per target più specifici e la possibilità di rispondere in maniera professionale alle esigenze di molti cittadini ha avvicinato più persone al microcredito. Ma nell’ultimo anno e mezzo la crescita delle richieste può essere collegata ad un peggioramento delle condizioni economiche di una parte della popolazione che prima riusciva ad avere accesso al credito bancario tradizionale e che ora si rivolge al microcredito per arrivare a fine mese.

La preoccupa l’entrata in campo di grandi gruppi bancari nel settore del microcredito?
Lo scopo delle banche nate per il microcredito non è quello di “fare business”, ma quello di sostenere le persone più fragili dal punto di vista finanziario e consentire loro di ottenere un prestito. Un’operazione che in molti casi consente di evitare a persone in difficoltà di finire nel giro dell’usura. E’ positivo se un numero maggiore di soggetti bancari si rivolge a questo target, perché significa maggiore possibilità di accesso al credito per chi ne ha più bisogno. Tuttavia non si deve dimenticare la componente etica di questo ramo della finanza, per cui all’erogazione del prestito si dovrebbe – e nel nostro caso è così – affiancare un’azione di accompagnamento della persona, affinché le somme prestate vengano utilizzate con cognizione e non inducano a consumi non necessari. In collaborazione con la Provincia di Torino abbiamo avviato un progetto di erogazione di microcrediti che fa in modo che il beneficiario si impegni a costituirsi un piccolo patrimonio di risparmio. L’educazione finanziaria per chi ottiene il prestito è fondamentale affinché dal sostegno economico momentaneo non si cada nel circolo vizioso dell’assistenzialismo, che non consente mai alle persone di emanciparsi.



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