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Il Piemonte riscopre la mafia

09 Jul Il Piemonte riscopre la mafia

Immagine 24Non solo tra Sila e Aspromonte, la ‘ndrangheta alloggia anche ai piedi delle Alpi. Ci sono volute le operazioni Minotauro e Albachiara per risvegliare il Piemonte dal torpore e scoprire la criminalità organizzata sull’uscio di casa. Le inchieste hanno portato a centinaia di arresti e allo scioglimento di due comuni del torinese, scoperchiando l’intreccio tra mafie, imprenditoria e mondo della politica.
Dopo le inchieste giudiziarie la società civile ha chiesto alla città di reagire, partendo dal presupposto che la mafia non si combatte solamente a colpi di magistratura, ma è necessaria una risposta politica. In questo contesto a Torino è nata la commissione consiliare antimafia, cui primo lavoro è stata la redazione di un report: una mappatura dei gruppi criminali in Piemonte.
La ‘ndrangheta risulta essere il gruppo più pervasivo e radicato sul territorio, seguita dalle famiglie siciliane. Ma il report ha evidenziato anche la presenza di numerose comunità criminali di origine straniera, sebbene la loro attività sembrerebbe essere confinata all’interno della delinquenza comune.
Mafie vecchie e mafie nuove si incontrano, ma per il Piemonte non è un fenomeno nuovo. Basta pensare all’omicidio del procuratore Bruno Caccia, l’operazione Cartagine e il commissariamento del Comune di Bardonecchia. E lo sa bene Rocco Sciarrone, docente di sociologia, che rappresenta l’Università di Torino all’interno della commissione e che da oltre 15 anni svolge attività di ricerca sul tema.

Il fenomeno dell’infiltrazione mafiosa in Piemonte non è una novità. Come mai è passato così tanto tempo prima di vedere una reazione?
È uno dei nodi cruciali che toccano la questione delle mafie al Nord. Sull’argomento ci sono sempre state resistenze, sottovalutazioni e negazioni, provocando un ritardo nel prendere consapevolezza. Ogni reazione, inoltre, è sempre stata ispirata dell’emergenza e in questo Torino non fa eccezione.
Bisogna sottolineare, però, che la creazione di una commissione consiliare sul fenomeno mafioso in una città come Torino, se pure in ritardo, è un atto considerevole. Significa che l’amministrazione pubblica di una delle città più importanti d’Italia ha deciso di riconoscere il problema. Potrebbe sembrare una cosa da poco, ma a livello politico è molto importante.
Uno degli obiettivi che deve avere la commissione è proprio superare l’ottica dell’emergenza. Il contrasto alle mafie deve essere costante e strutturale. Insomma, andare al cuore della questione: intervenire nella testa delle persone, sul territorio e nel tessuto economico della società. E poi c’è l’aspetto della regolamentazione, che è il campo di lavoro proprio della politica.
Il contrasto alla mafia non deve essere orientato solamente al fenomeno criminale, ma deve colpire anche i fattori che possono favorirne la riproduzione. In sostanza, è necessario contrastare i fenomeni culturali, sociali ed economici dell’attività mafiosa. Bisogna scardinare il modello vincente che la mafia rappresenta.

Il ritardo delle istituzioni nelle reazioni, però, è uno dei maggiori punti di forza della criminalità organizzata.
Certamente. Ed è anche uno dei punti di debolezza dell’antimafia.
Mafia e antimafia vanno osservati insieme. Per capire la forza di una, bisogna guardare le debolezze dell’atra. Sono due facce della stessa medaglia: si configurano a vicenda. Gran parte dell’azione antimafia nel nostro Paese è stata sempre fatta in ritardo e confinata al piano repressivo.
Il lavoro delle magistrature è fondamentale, ma ha anche tutti i limiti di qualsiasi azione di tipo giudiziario e penale. Manca, in questo senso, un’azione preventiva che può avere effetti strutturali di lunga durata e mancano dei meccanismi di controllo extrapenali. È da qui che deve partire la commissione.

Qual è la differenza tra le mafie tradizionali e quelle di nuovo insediamento?
Molti studiosi parlano di clonazione. Io sarei più cauto: preferisco il termine riproduzione.
Le cosche che si insediano al Nord hanno forti elementi di somiglianza con quelle tradizionali, ma hanno anche delle specificità. Sono capaci di operare in modo autonomo, pur mantenendo stretti legami con le cosche nelle regioni d’origine. Per quanto riguarda il Piemonte, ad esempio, la mafia più pervasiva è la ‘ndrangheta, la quale ha forti connessioni con le famiglie di riferimento in Calabria.
Esistono, però, anche dei forti elementi di discontinuità. Le differenze maggiori si trovano nelle attività di questi gruppi, diverse rispetto agli anni passati. Si riscontra, in questo senso, un cambiamento dovuto al mutamento del contesto in cui operano. Oggi sembra meno rilevante la presenza mafiosa nei traffici illeciti, ma più significativa nell’economia pulita. Sono cambiati i mercati illegali, i quali hanno subìto gli effetti della globalizzazione: sono molto più strutturati e rischiosi, l’azione repressiva è più efficace ed è aumentata la concorrenza.
Oggi è importante concentrare l’attenzione sull’infiltrazione nei mercati legali.

Stiamo parlando soprattutto di appalti?
Stiamo parlando di edilizia in generale. Edilizia pubblica e grandi appalti, ma anche edilizia privata. Sembra un campo meno visibile, ma non deve essere sottovalutato.
Non significa che gli uomini di mafia abbiano spiccate qualità imprenditoriali. Il loro punto di forza è riuscire a infiltrarsi all’interno dei contesti economici grazie ad altre competenze. Sono specialisti nell’uso della violenza e nell’uso di capitale sociale. Sono in grado di tessere fitte reti di relazioni e riescono ad adattarsi molto bene al contesto in cui vivono.
Combinando questi fattori, le cosche possono trarre vantaggi dal mondo pulitodell’imprenditoria e della politica: vantaggi che possono essere reciproci. Una delle grandi novità delle mafie di nuovo insediamento, infatti, è la formazione dizone grigie di collusione e complicità: mafia, politica e imprenditoria attuano uno scambio reciprocamente vantaggioso. La metafora della mafia come virus che contagia la società è superata.
La presenza mafiosa è diventata molto più affaristica e può trovare una sponda favorevole in alcuni comitati d’affari che non sono di per sé criminali, ma che prolificano sulla base di scambi occulti e dinamiche di corruzione.
I confini sono molto labili: gli affaristi si muovono al limite delle regole di mercato e la ricerca del consenso politico è al limite della legalità. La difficoltà è tutta qui: distinguere l’impresa buona da quella cattiva e il politico buono da quello cattivo.

Parlando di appalti ed edilizia in una città come Torino non si può fare a meno di pensare alle Olimpiadi del 2006. Le mafie hanno messo le mani anche nelle grandi opere olimpiche?
È difficile dare una risposta. A livello giudiziario non sono ancora emersi casi di appalti controllati in modo sistematico da gruppi criminali. Sono però emerse situazioni di confine. Una zona grigia in cui legalità e illegalità sono difficili da mettere a fuoco.
Sebbene non si possa parlare di un controllo a monte degli appalti, si può affermare che ci sono state infiltrazioni a valle. Si tratta di interventi nei segmenti più bassi: movimento terra, trasporti, contratti e subappalti. Non dobbiamo immaginare che la mafia controlli tutto. La sua presenza è più sottile e pervasiva, come ha dimostrato l’inchiesta Minotauro.
Questo non vuol dire che è meno pericolosa. Significa semplicemente che si vede meno. I gruppi criminali mettono in atto una strategia di sommersione, in cui anche l’uso della violenza è ridotto ai minimi termini.

Il rapporto ha evidenziato la presenza sul territorio di una rete criminale di origine straniera. L’attività di questi gruppi sembra concentrata prevalentemente sulla criminalità diffusa, come lo spaccio e lo sfruttamento della prostituzione. Che tipo di rapporto c’è con la mafia tradizionale?
Sebbene ci siano forme di criminalità straniere che possono costituire un pericolo, non sono minimamente paragonabili alle mafie tradizionali. I gruppi stranieri sono inseriti in alcuni traffici illeciti anche in forme strutturate, ma non raggiungono forme forti di radicamento territoriale. Anche l’azione di contrasto è molto diversa, in quanto sembra essere molto più complicato combattere le mafie tradizionali.
Siamo di fronte a una divisione del lavoro criminale di tipo complementare, senza conflittualità. A differenza di quanto si pensa, le mafie hanno sempre tollerato la delinquenza comune. Questo avviene perché c’è una reciproca convenienza. E i mafiosi massimizzano i loro vantaggi collocandosi all’interno delle reti criminali in posizioni che offrono maggiori profitti e bassi rischi.
Per quanto riguarda il mercato della droga, ad esempio, oggi i gruppi mafiosi tradizionali preferiscono porsi nel ruolo di finanziatori. Non sentono più la necessità di gestire direttamente il traffico. In un mercato rischioso ed esposto ad azioni di contrasto, come il narcotraffico, le mafie tradizionali sono presenti in modo diverso rispetto al passato. È finito il tempo del monopolio.

Si è tornato a parlare anche di gioco d’azzardo. Il controllo di questo mercato sembrava ormai un appannaggio del passato. Quale ruolo giocano le mafie?
C’è una continuità con il passato. Torino è sempre stato un territorio privilegiato in questo settore. Già negli anni ’80 i clan dei catanesi e dei calabresi controllavano le bische clandestine e il gioco illegale. Si può quindi dire che a Torino esiste una tradizione criminale del gioco.
Il settore ha avuto una nuova espansione con la crescita del gioco legalizzato. Si sono venute a creare delle convenienze e delle commistioni tra legale e illegale. Il gioco legalizzato offre alle mafie nuove opportunità di investimento. Le scommesse e i videopoker offrono grandi guadagni con minimi sforzi tecnici, organizzativi e finanziari.
E poi c’è l’usura. Le mafie si inseriscono nel mercato del gioco, non solo investendo, ma intervenendo anche in un secondo momento, con il prestito a strozzo. Ancora una volta, dunque, le cosche mafiose riescono ad approfittare del contesto sociale.
La loro capacità di adattamento è facilmente osservabile in una condizione di crisi come quella attuale. In un periodo in cui diventa difficile accedere al credito legale, è quasi normale che gruppi criminali che si specializzano in questo servizio trovino nuovi spazi.

(andrea dotti)



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