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“Il sociale? Un Prometeo incatenato che abbiamo il dovere di liberare”

13 Sep “Il sociale? Un Prometeo incatenato che abbiamo il dovere di liberare”

zamagni.internoCosa sono una donazione o un fondo etico? Che s’intende per housing sociale o sostegno a distanza? È a questo genere di domande che tenta di rispondere Il Terzo settore dalla A alla Z, un dizionario di 120 parole pensato per rendere più vicino e comprensibile a tutti il mondo del non profit italiano. Ma cosa significa stabilire un “lessico del sociale”? Come è cambiato in questi ultimi 20 anni il significato di termini come “solidarietà”, “società civile” o “bene comune”? Ne abbiamo parlato con Stefano Zamagni, presidente dell’Agenzia per il terzo settore, che ha curato il dizionario.

Da cosa nasce l’esigenza di scrivere un dizionario del no profit?
La necessità che ci ha portato a scrivere questo dizionario è stata quella di aumentare il grado di consapevolezza degli italiani sui temi del Terzo Settore: questo testo è stato pensato soprattutto per i non addetti ai lavori.  È sconcertante vedere come l’Italia abbia il più robusto e organizzato Terzo Settore d’Europa ma sia anche il Paese nel quale a livello di comunicazione sociale si fa di meno. Si tratta di un autentico scandalo e i media, in questo, hanno grandi responsabilità. Spesso però, va detto, sono anche gli stessi soggetti del no profit che tendono a sottovalutarsi e a non fare emergere tutto il bene che vanno facendo: ecco, questo dizionario vuole essere un piccolo segnale per dire al mondo che cos’è e come opera il Terzo settore italiano. Un modo per gridare a tutti: “Guardate, leggete, capite come lavorano le nostre migliaia di operatori e forse cambierete il vostro modo di guardarci”.

Lei parla spesso del no profit come di un Prometeo incatenato: cosa c’è dietro a questa metafora?
Per indicare un soggetto della società civile con un potenziale notevolissimo che non viene però sfruttato adeguatamente, proprio perché incatenato. Prometeo era un gigante che aveva una forza inenarrabile ma non riusciva ad esprimerla perché era bloccato. Nel caso del Terzo settore le catene sono di tre tipi: di natura giuridica, finanziaria e culturale. Quella giuridica la conoscono tutti, basta sapere che la legge sul volontariato è ancora quella del 1991, cioè risalente a 20 anni fa: non ci vuol molto a capire come in tutto questo tempo si sia reso più che mai necessario aggiornare la normativa. La catena finanziaria che ci blocca è invece legata al fatto che il Terzo settore viene sempre considerato come la tipica “mucca da mungere”. Alle onlus e al no profit ricorrono gli enti pubblici, i Comuni in particolare, per ottenere aiuti gratuiti e favori, ma manca sempre puntualmente l’altro lato, quello della reciprocità. In questo senso il Terzo settore è come il portatore d’acqua che, a mò del servo, deve servire gli altri ma non può bere per sé. E quindi non ha risorse sufficienti per sviluppare il suo potenziale. Infine, a bloccarci come tanti Prometeo, c’è la catena culturale dovuta al fatto che in Italia, nonostante abbiamo il più importante e “sostanzioso” Terzo settore a livello mondiale, non esistano ad esempio corsi di laurea o dottorati di ricerca dedicati al no profit, con il risultato che tanti studenti oggi confondono il Terzo Settore con…il settore terziario.

È anche per questo che la scure dei tagli governativi continua ad abbattersi puntualmente sulle onlus e sui lavoratori del sociale?
Sì, certo, si tratta sempre della terza catena, di un blocco culturale che non riusciamo a superare. Siamo vittime di una sorta di tentazione perversa alla sottovalutazione, per cui produciamo il 5% del Pil nazionale ma non lo facciamo sapere in giro, con risultati che danneggiano prima di tutto a noi stessi e poi a tutto il Paese.

In un suo recente articolo Ilvo Diamanti ha scritto che “termini comesolidarietà, bene comune o consumo critico sono diventati parole di successo, manifesto di un cambiamento sociale in atto: mentre ieri il bene lo si faceva senza dichiararlo, tanto più se comune, cioè attinente alla sfera pubblica e comunitaria, oggi conviene pronunciare in pubblico e nella vita quotidiana queste parole”. Come è cambiato in questi ultimi anni il lessico del Terzo Settore?
Non condivido affatto l’analisi di Diamanti, come lui sa bene. Credo anzi che sia vero esattamente il contrario: fare il bene in silenzio è il massimo degli errori, il bene va dichiarato.  A meno che, è chiaro, uno non abbia una concezione del reale e della società di un certo tipo, però bisogna dirlo, va dichiarato. Io ho concezione della società che si ispira ai principi del personalismo, per cui credo che le virtù vadano declamate. Di più, io credo che vadano sbandierate ai quattro venti. Diamanti invece pensa che si debba anzitutto parlare dei vizi, non delle virtù. Io sto dalla parte di Aristotele, dalla parte di San Tommaso, di una lunga tradizione di pensiero che arriva in Italia fino a Giacinto Dragonetti: il bene va dichiarato, non certo tenuto sotto traccia. Piuttosto, è il male che va tenuto nascosto, dato che la virtù è più contagiosa del vizio.

Bisogna prima di ogni altra cosa decidere da che parte stare…
Esattamente: io sono dalla parte filosofica di chi afferma il primato del Bene sul Giusto. A me interessa il bene, per cui appena vedo che qualcuno fa del bene in una forma o nell’altra io la reclamizzo, la diffondo ai quattro venti. Se invece il bene non ci interessa ma ci interessano soltanto le procedure o i legalismi allora, è chiaro, seguiremo la linea di chi dice che è meglio fare il bene tenendolo per sé. Il fatto è che se continuiamo a parlare sempre e solo dei vizi il rischio, come sta già avvenendo, è che molti si lascino trascinare.

A questo punto però viene da chiedersi con quale legittimità possiamo scegliere di parlare di una concezione del Bene rispetto ad un’altra…
No, non serve arrivare a questo. Ognuno è libero, rispetto al mio ragionamento sull’opportunità di parlare e di raccontare il Bene, di assecondare la propria visione del mondo.  Nessuno può dire tu non devi o non puoi pensare così: una volta che si rispettino le regole del gioco, ognuno, in una società liberale, deve essere lasciato appunto libero di perseguire il proprio fine.

Ma queste regole comuni del gioco come riusciamo a stabilirle?
Se nonostante le violenze e gli orrori che si vedono in giro il mondo va avanti, pur tra mille atrocità, significa che il bene vince sul male. È da qui che dobbiamo partire.

E le ingiustizie? Come si giustificano le profonde ingiustizie che lacerano il mondo?
Succede proprio perché si parla solo del male e non del bene: a forza di parlare di delinquenza e degli orrori che ci circondano senza dare risalto a quelle persone, quei gruppi, quelle associazioni che ogni giorno si battono nel mondo per realizzare maggiore giustizia, le ingiustizie dominano. Questo è il punto: se i giornalisti e se chi racconta questo pianeta modificassero strategia, stia sicura che le cose cambierebbero. Il problema è che la gente non sa che il Terzo settore oggi arriva a sfiorare il 5% del Pil, occupando in forma retribuita 750mila persone e 3.3 milioni come volontari, la gente non conosce le storie incredibili e piene di speranza che il mondo delle onlus ci offre quotidianamente e pensa che sia normale rubare, avere la meglio, sopraffare gli altri. La vera rivoluzione copernicana inizierà nel momento in cui nella testa dei bambini e in quella degli adulti si innesterà il pensiero in base al quale il bene c’è, esiste, e lo si può fare. In questo senso il compito della società civile sarà quello di consentire di fare il bene a chi vuole farlo. Con il dovere di parlarne, sempre.

(federica grandis)



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