About Us

Ilaria Cucchi: “Stefano vittima di pregiudizio”

06 Oct Ilaria Cucchi: “Stefano vittima di pregiudizio”

ilariacucchiEsce oggi, per i tipi di Rizzoli, Vorrei dirti che non eri solo, dove Ilaria Cucchi, con il giornalista Giovanni Bianconi, ripercorre la tragica vicenda del fratello Stefano, morto a Roma circa un anno fa in circostanze ancora da chiarire in seguito a un arresto per detenzione e spaccio di droga.

Di cosa è stato vittima Stefano?
Innanzitutto del pregiudizio. Chi lo ha incontrato in carcere ha visto solo un tossicodipendente, senza occuparsi di lui in quanto persona, della famiglia di cui aveva bisogno e che gli sarebbe stata vicina. Anche una parte delle istituzioni si è da subito impegnata a sgombrare il campo da possibili accuse nei confronti del proprio operato, prima ancora di capire come stessero le cose. Penso spesso a quanti altri, come Stefano, hanno subito un trattamento simile, ma le loro storie sono rimaste inascoltate, perché è difficile e richiede molta forza e molta ostinazione far sentire la propria voce per ottenere la verità. Con l’apertura del processo preliminare, il 5 ottobre, i nostri avvocati e quelli dell’ospedale Pertini (dove Stefano era stato ricoverato ndr.) hanno richiesto una nuova perizia, perché, con motivazioni diverse, vogliamo che si sappia la verità completa sulle condizioni in cui Stefano è arrivato in ospedale, mentre al momento si afferma che non furono le percosse subite a determinare la morte di mio fratello. Vogliamo semplicemente che si arrivi ad un processo con capi di imputazione che siano credibili. Poi sarà il giudice a decidere chi ha delle responsabilità e quali siano queste responsabilità.

La storia di Stefano ha portato con forza all’attenzione di tanti la preoccupante crescita dello Stato penale a discapito dello Stato sociale. Pensi che qualcosa stia cominciando a cambiare?
Credo che qualche cambiamento stia avvenendo, nell’opinione pubblica e anche nelle istituzioni. Intanto è stato abolito il protocollo ospedaliero che non permetteva ai famigliari dei detenuti di visitarli in ospedale. Per questo molti ci hanno ringraziati. Sentire che questa brutta storia sta portando dei risultati per i diritti di molte persone aiuta me e la mia famiglia ad andare avanti, a trovare quel briciolo di forza in più, in un angolo di noi stessi, per dare un senso a quello che è successo.

Sono tante le donne che, come moderne Antigone, hanno il coraggio e la caparbietà di cercare verità per padri, figli, compagni e fratelli vittime di ingiustizia. Sembra quasi che esista in questa aspirazione uno “specifico” femminile…
Credo che il senso della giustizia sia innato in ciascuno di noi. Forse nelle donne si unisce ad un istinto materno. In quanto madri, diamo la vita e non possiamo accettare una morte, senza che vi sia una ragione, senza che venga ripristinato un ordine nelle cose.

Il Gruppo Abele sostiene da sempre che persone con problemi di droga non devono finire in carcere ma scontare le pene in strutture adeguate. Cosa puoi dire a riguardo?
Ho scoperto con la vicenda di Stefano, grazie al dottor Ardita (Sebastiano Ardita, magistrato a capo della direzione generale detenuti del Dipartimento amministrazione Penitenziaria, ndr.), che esistono delle normative specifiche all’interno delle carceri per le persone tossicodipendenti. Solo che non sempre vengono applicate e molti operatori non ne sanno niente. Credo che un’adeguata formazione per queste persone sarebbe un modo di migliorare le condizioni di vita all’interno delle carceri. E a questo proposito mi sembra un buon segnale che la Provincia di Roma abbia intitolato alla memoria di mio fratello un centro di formazione, dove partirà un corso di “cultura dell’accoglienza” rivolto ad operatori e agenti penitenziari.

 

 

 



Facebook

Twitter

YouTube