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Immigrazione: don Ciotti, l’Europa non lasci sola l’Italia

15 Apr Immigrazione: don Ciotti, l’Europa non lasci sola l’Italia

15.04.2011 | Ansa

Cagliari – “La costa è lì ad un passo da noi, siamo in emergenza. L’Italia non deve essere lasciata da sola. L’Europa deve darci una mano: aiutateci ad accoglierli”. E’ l’appello per l’accoglienza dei migranti in fuga dal Nord Africa lanciato da don Luigi Ciotti, oggi a Cagliari per un incontro con gli studenti di alcuni Istituti tecnici sui temi della giustizia e legalità. “Non vorrei che l’Europa – dice il sacerdote all’ANSA – ci facesse pagare le ambiguità delle politiche italiane sull’immigrazione, volte ad aggirare il trattato di Schengen, per difendersi dagli ingressi incontrollati. L’Italia comunque ha la memoria corta e si è scordata dell’immigrazione italiana all’estero e in Tunisia”. Per il presidente di Libera, la legislazione italiana è la più arretrata d’Europa in materia di accoglienza. “Non c’é accordo tra politiche italiane ed europee – ribadisce don Ciotti – anche perché, spesso e volentieri, l’Italia ha aggirato Schengen attraverso misure legislative che prevedevano il reato di clandestinità. Reato che ora rende difficilmente applicabili quelle norme sui permessi di soggiorno temporanei. D’altronde – argomenta – la Corte Costituzionale nel 2010 ha dichiarato illegittima l’ aggravante della clandestinità. Restano tanti altri ostacoli: la questione della cittadinanza, il permesso di soggiorno a punti, l’esame di lingua e soprattutto i problemi legati alla sanatoria. Il risultato è un circolo vizioso difficilmente superabile: ti offro la possibilità di sanare la tua irregolarità ma proprio perché eri irregolare non puoi accedervi”. Don Ciotti sottolinea come molte Procure, a partire da quella di Torino, abbiano fatto prevalere le norme europee su quelle nazionali. “Siamo di fronte ad un problema di coscienza, di affermazione dei diritti della persona – sottolinea il prete antimafia, che però non ama essere etichettato così – Siamo sommersi di parole che dividono e offendono, noi vogliamo costruire parole di speranza. Allora smettiamo di chiamarli clandestini, profughi, migranti. Sono persone con un nome e un cognome, una storia e diritti. Il vocabolario deve essere riscritto. Quando parliamo di integrazione – osserva ancora don Ciotti – leverei la ‘g’, così diventa interazione, ovvero attenzione al patrimonio culturale dell’altro”.



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