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“Impossibile immaginare economia italiana senza immigrati”

06 Feb “Impossibile immaginare economia italiana senza immigrati”

copertinafondaz moressaSi chiama, non a caso, “Il valore dell’immigrazione”. Ed è l’indagine curata e pubblicata dalla Fondazione Leone Moressa con l’intento, preciso, di far uscire la figura dell’immigrato dalla gabbia della cronachistica per – testualmente – “colmare i pregiudizi sulla popolazione immigrata attinenti alla sfera economica e finanziaria”. Ovvero, su quanto, nel gioco dello scambio, all’Italia convenga il lavoro degli stranieri. D’altronde, i numeri non mentono mai: 2 milioni e 400 mila occupati; 123 miliardi di euro immessi, in tempo di crisi, nel circuito economico del Paese, pari all’8,8% del Prodotto Interno Lordo; un differenziale tra costi e benefici per il Paese che fa segnare un +4 miliardi. Il tutto, senza contare la ricaduta sociale in termini d’integrazione e soddisfazione, che il Pil non tiene in conto.
Ne abbiamo voluto parlare con Enrico Di Pasquale, ricercatore della Fondazione Leone Moressa e tra gli autori della pubblicazione.

Dottor Di Pasquale, il rapporto dipinge una precisa traccia antropologica della nuova Italia: un paese multiculturale, con un’immigrazione in fermento, parte attiva non soltanto dal punto di vista culturale, ma anche economico. Sfata, con le cifre, quel vecchio refrain dell’immigrato che produce solo costi. Anzi, l’attivo c’è ed è notevole. Per la precisione, 4 miliardi. E allora la domanda è: sarebbe immaginabile un’Italia senza immigrati?
Direi proprio di no: si consideri ad esempio che l’invecchiamento della popolazione autoctona rende gli stranieri una risorsa importante per il sistema economico, fiscale e previdenziale. Per citare solo alcuni dati esemplificativi, gli occupati stranieri in Italia sono 2,4 milioni, pari al 10,5% del totale. Rispetto agli italiani, gli stranieri presentano un tasso di occupazione più alto (58,1% contro 55,3%). Pur considerando che non tutti gli aspetti legati all’economia dell’immigrazione sono monetizzabili (si pensi ad esempio al ruolo svolto dalle badanti straniere nel sistema di welfare) si è dimostrato come gli introiti derivanti dall’immigrazione sotto forma di contributi previdenziali, gettito Irpef e altre imposte siano di gran lunga superiori alla spesa pubblica per l’immigrazione (spesa per il welfare, per l’integrazione e per il contrasto all’immigrazione irregolare). In particolare, i contributi previdenziali versati dagli occupati stranieri arrivano a 9 miliardi di euro, da sommarsi ai quasi 5 miliardi di gettito Irpef e a 2,5 miliardi di altri introiti. Stimando la spesa pubblica per l’immigrazione in 12,6 miliardi di euro, il saldo risulta in attivo di quasi 4 miliardi di euro. Questo dato, che a prima vista può sembrare sorprendete, è in realtà spiegabile semplicemente osservando la struttura demografica della popolazione straniera. Considerando che il sistema di previdenza sociale italiano è basato sul principio per il quale la popolazione attiva sostiene quella inattiva, è evidente come la popolazione straniera, mediamente più giovane di quella italiana, svolga una funzione di mantenimento del sistema pensionistico. Infine, nel 2013 il “PIL prodotto dagli immigrati”, ovvero il valore aggiunto prodotto dagli occupati stranieri, ammonta a 123 miliardi di euro, pari all’8,8% della ricchezza complessiva italiana.

Gli immigrati producono in tutti i settori, dal primario al terziario. Ma se un tempo quella straniera era unicamente manodopera, sta salendo, anno dopo anno, il numero degli imprenditori…
La crescita imprenditoriale straniera nel nostro paese è il naturale evolversi del processo di integrazione: è “l’evoluzione” dell’operaio che dopo aver imparato il “lavoro” inizia l’avventura imprenditoriale. La scelta imprenditoriale è quindi un modo per avere un reddito maggiore oppure può essere dovuta alla necessità di non perdere il permesso di soggiorno. Si tratta in ogni caso di persone che si sono inserite o si stanno inserendo pienamente nel tessuto economico e sociale riuscendo a prendere confidenza con il quadro normativo e con la tipologia di lavoro. Le opportunità per il paese ospitante dell’imprenditoria straniera sono molteplici, basti pensare all’occupazione creata dalle imprese straniere (con benefici anche per l’indotto), alla nascita di nuovi servizi rivolti prima ai connazionali e poi anche agli autoctoni, alla possibilità di costruire “ponti” con i paesi d’origine e attrarre nuovi investimenti. Negli Stati Uniti, ad esempio, lo sviluppo delle imprese più innovative della Silicon Valley è stato caratterizzato proprio dalla presenza di ingegneri indiani o cinesi. La stessa Commissione Europea, nel Piano d’Azione Imprenditorialità 2020, ha attribuito agli imprenditori migranti un ruolo importante per il rilancio dell’Unione e del suo sistema economico-produttivo, riconoscendo e sottolineando, per la prima volta, l’importanza del loro contributo all’imprenditorialità. Integrazione che si traduce in un effettivo sviluppo economico; le 500 mila imprese condotte da stranieri presenti nel territorio contribuiscono, con 85 miliardi di €, alla creazione del 6,1% del Valore Aggiunto nazionale.

A livello geografico, tuttavia, resiste una disparità. A Nord i migranti producono più ricchezza rispetto al Sud, dove pure il flusso migratorio è nettamente maggiore…
La migrazione si dirige solitamente verso le regioni più industrializzate, dove si concentrano maggiori opportunità lavorative. La presenza straniera si concentra infatti in Lombardia (22,9%), Lazio (12,5%), Emilia Romagna (10,9%) e Veneto (10,5%). L’incidenza della popolazione straniera, che a livello nazionale rappresenta l’8,1%, nelle regioni del Nord supera il 10% e in alcuni comuni addirittura il 20%.

Molti economisti, dopo la pubblicazione del rapporto, hanno mosso critiche rispetto allo strumento Pil. In effetti, l’indice di ricchezza dà ancora molto valore a indici che, in effetti, cozzano con il vero benessere (in primis, appunto, sfruttamento e criminalità organizzata). Crede che si possa immaginare un nuovo sistema di misurazione del benessere?
Già all’inizio della crisi si era cominciato a discutere di un ripensamento degli indicatori dello sviluppo economico, proponendo l’inclusione di parametri non strettamente finanziari. Già in molte ricerche si cominciano ad introdurre indicatori atti a misurare la qualità della vita.

(piero ferrante)



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