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Irresponsabilità dell’impresa? In troppi non vogliono vedere

16 Dec Irresponsabilità dell’impresa? In troppi non vogliono vedere

gallinoIn che modo le scelte “indipendentiste” di Fiat, maggiore industria italiana, possono influire sul futuro del lavoro nel nostro Paese? Gli effetti della globalizzazione sui diritti dei lavoratori sono davvero soprattutto negativi? Ed è ancora in qualche modo praticabile l’opzione della “terza via” riformista, che puntava a conciliare i giustizia sociale e mercato? Ne abbiamo parlato con Luciano Gallino, sociologo torinese, voce fra le più autorevoli sui temi del lavoro.


Lei ha definito “irresponsabile” un’impresa che non voglia essere vincolata ad alcun patto con i dipendenti, con i sindacati e con la propria federazione. Cosa pensa dell’uscita, seppure temporanea, di Fiat-Chrysler da Confindustria?
È sicuramente un passo verso l’alleggerimento se non la totale rinuncia al contratto nazionale, e un avvicinamento a un modello di tipo americano, dove i contratti sono perlopiù stipulati con la singola azienda. Non in tutti i casi né in tutti i settori, ma le relazioni industriali americane si giocano prevalentemente in questo modo. Per quanto riguarda Fiat, bisognerà vedere come la cosa poi si concretizza, perché la situazione è ancora in evoluzione. Ma la direzione di marcia sembra quella dei contratti fatti su base aziendale e non di categoria o di settore, meno che mai nazionale.

Le dinamiche della globalizzazione potrebbero contribuire a diffondere nei Paesi emergenti la coscienza di quei diritti che in Occidente abbiamo acquisito attraverso decenni di lotte. Ad oggi però sembra che avvenga soprattutto il contrario, cioè che, pur di conservare posti di lavoro, siamo noi ad accettare una progressiva diminuzione delle nostre tutele. Si può sperare di cambiare questa tendenza?
Per il punto a cui sono giunte le cose, non è facile immaginare di invertire la rotta. L’importazione nel nostro Paese di salari più bassi e meno diritti – che non avviene solo dai Paesi emergenti, ma anche da Paesi sviluppati come gli Stati Uniti, dove però il quadro legislativo sui diritti del lavoro è meno sviluppato rispetto al nostro – è già andata molto avanti.
Oggi la pressione internazionale in questa direzione è tale che si registra anche un consenso delle principali organizzazioni internazionali, come l’Unione Europea o il Fondo Monetario, e dei principali governi.
D’altra parte è vero che le condizioni di lavoro nei Paesi emergenti sono un po’migliorate rispetto a qualche anno fa. Si osserva qualche timido atto sindacale, qualche forma di rivendicazione e di conquista, anche sul piano salariale. Ma di fatto la differenza fra diritti, stipendi e sistemi di protezione sociale “nostri” e “loro” rimane enorme. E la politica dei Paesi europei tende a riportarci indietro a quei livelli in nome del “credo” liberista.

Come fare, quindi, per riaffermare nella pratica, ma prima ancora nella coscienza delle persone, che quei diritti sono un vantaggio per tutti?
Tecnicamente dovrebbe essere possibile, ma bisogna tenere conto dei rapporti di forza anche sul piano ideologico e culturale. A livello internazionale, 9 studiosi di economia su 10 ritengono che questa impostazione dell’economia vada benissimo, perché contribuisce allo sviluppo mondiale. Un’ideologia – perché questo è il termine corretto – che ormai è diffusa anche da noi. La maggior parte dei commentatori di materie economiche che scrivono sui grandi giornali ritengono – anche quando sono leggermente critici – che l’erosione dei diritti e delle tutele legate al lavoro sia un processo a cui non ci si può opporre.
Per sperare di cambiare queste dinamiche bisogna allora innanzitutto cambiare la prospettiva culturale. A partire dai giovani, che oggi sembrano cominciare a capire quale destino si prepara per loro nel mondo del lavoro.

A proposito di questi temi, Marco Revelli ha scritto che nel nostro Paese “il lavoro ha perso”. Che responsabilità hanno i sindacati in questa sconfitta? Quanto invece è un fallimento della “terza via” riformista, che ha cercato di tenere insieme la dimensione dei diritti e quella del mercato?
Parliamo di una sconfitta maturata negli ultimi 30 o 40 anni, frutto di una strategia diretta a eliminare le conquiste dei lavoratori. Strategia che non ha colpito solo gli operai: anche le classi medie hanno perso molto in termini di posizione sociale e di speranze.
La responsabilità di tutto questo è in particolare della politica. I sindacati possono certo avere le loro colpe, facendo le opportune distinzioni perché c’è sindacato e sindacato: alcuni più disponibili e aperti all’intermediazione e all’accordo, altri più oppositivi. Ma la responsabilità principale, ripeto, è della politica, dei partiti politici, e sicuramente della cosiddetta “terza via”, che si è rivelata nei fatti una sorta di apertura alla teoria neoliberale, di cui si sono cercati semplicemente di “limitare i danni” anziché contrastarla sul piano culturale.

L’Italia è uno dei Paesi occidentali dove la distribuzione del reddito è tra le più diseguali. Una situazione evidente in particolare nel settore industriale: il reddito di un operaio di Pomigliano, ad esempio, è di oltre 400 volte inferiore a quello del manager più pagato del gruppo Fiat. Come si è arrivati a un simile divario?
Questo divario è il risultato della finanziarizzazione dell’economia e della finanziarizzazione industriale, che è poi un aspetto della finanziarizzazione del mondo. L’enorme espansione del peso della finanza rispetto a quello dell’economia reale è un percorso storicamente documentabile. 30 anni fa lo stipendio dei top-manager delle prime 100 società europee e statunitensi era pari a circa 40 volte uno stipendio medio. Se oggi è arrivato a 300/400 volte dipende dal fatto che la produzione è diventata solo un’appendice della finanza.
Se si pensa che lo scopo dell’impresa sia esclusivamente l’interesse dell’azionista, è ovvio che si scelgano manager che puntano a massimizzare i profitti, e ricevono compensi astronomici non tanto perché creano innovazione, ricchezza, lavoro, ma perché creano valore per gli azionisti. È questa impostazione che dovrebbe essere modificata.

(cecilia moltoni)



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