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Italia a rischio banlieue. A Nord più precarietà sociale che al Sud

30 Mar Italia a rischio banlieue. A Nord più precarietà sociale che al Sud

no_racismC’è un’Italia che non riesce (più) a scrollarsi di dosso la patina discriminatoria. E c’è un’Italia, quella solitamente considerata più di sbieco – che è quella anche economicamente più indietro – che, viceversa, sa includere. Corriere della Sera eFondazione Moressa l’hanno stampato nel e con lo studio La precarietà socialenelle città italiane. Un report complesso, che fa un’analisi di quanto, come e dove si consumi la marginalizzazione degli stranieri in Italia basandosi su un indice ottenuto incrociando indicatori come il tasso d’acquisizione della cittadinanza, quello della disoccupazione straniera, il differenziale Irpef tra autoctoni e non, le percentuali straniere sui delitti e sui detenuti, i livelli di servizi e interventi dedicati.
Risultante è che, oggi, specie al centro-nord (eccezion fatta per la città di Bolzano), si sta correndo quello che, dalle righe del Corriere della Sera, il giornalista Goffredo Buccini ha delineato come rischio banlieue. Città ghetto, dunque, dove le differenti condizioni di lavoro, di diritto ed economiche, accentuano e appesantiscono l’esclusione.
Sotto i colpi del report crollano vecchi miti e modelli storicamente ritenuti perfetti esempi di uguaglianza. Come, fra tutti, quello toscano e quello emiliano. E così, tra i 116 comuni italiani, Livorno è la città con il più alto tasso di precarietà sociale, mentre tra i capoluoghi di regione, è Bologna (quinta anche nella graduatoria nazionale) quella che fa registrare il maggior gap tra italiani e stranieri. Nelle prime dieci posizioni anche Cremona, La Spezia, Lodi, Piacenza, Pavia, Trieste e Trento. Oltre all’eccezione Rieti (quarta, soprattutto a causa dell’altissima disoccupazione straniera).
Più si scende nello Stivale, più scemano le differenze. Reggio Calabria, Napoli e Bari sono, nell’ordine, i capoluoghi di regione dove italiani e stranieri vivono minori diseguaglianze tra loro. E se incide di certo il tasso Irpef minore (al Sud i cittadini guadagnano meno che a Nord, dato che, da solo, contribuisce a ridurre la forbice), è pur vero che il conflitto oggi si è spostato nella parte più alta del Paese (lo dichiara, sul Corriere, Mario Abis, collaboratore di Renzo Piano nel gruppo G124 inventato da quest’ultimo per rammendare le periferie italiane).
Educazione, formazione e un aumento di spesa per i settori culturali potrebbero aiutare a ridurre le differenze. Restano tuttavia vuoti istituzionali che il solo terzo settore non può colmare oltre. Con inevitabile spirale discriminatoria. E rischio banlieue.

 

(piero ferrante)



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