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La denuncia di Lancet e le politiche necessarie

03 Nov La denuncia di Lancet e le politiche necessarie

leopoldo_grossoUna ricerca pubblicata sull’autorevole rivista scientifica The Lancet denuncia gli effetti devastanti dell’alcol su chi ne fa abuso e su chi gli sta intorno: incidenti stradali, danni irreversibili alla salute, incremento del tasso di criminalità e violenza. Abbiamo chiesto a Leopoldo Grosso, psicologo,  vice presidente del Gruppo Abele, consulente per il Ministero delle politiche sociali durante l’ultimo governo di Romano Prodi, di commentare lo studio dello psichiatra inglese David Nutt.

Secondo lo studio dello psichiatra David Nutt l’alcol sarebbe la «droga» più socialmente pericolosa, più ancora di crack ed eroina. Condividi questa affermazione? 
Sono assolutamente d’accordo. È un’evidenza scientifica che l’alcol sia una sostanza psicoattiva alla pari delle altre sostanze chiamate droghe. Non solo. È risaputo che sia tra le più pericolose. Chi lo denuncia, come nel caso di David Nutt (da poco sollevato dall’incarico di consulente governativo nella lotta alla droga per essersi opposto alla decisione di riportare la cannabis ad un più alto livello di pericolosità, ndr.), crea scandalo perché punta il dito contro una sostanza legale.

Nella classifica Ocse l’Italia non figura tra i primi paesi per consumo di alcol pro capite. Eppure si diffondono nel nostro Paese le mode nord europee del binge drinking, il bere «concentrato», e del consumo al di fuori dei pasti. Perché tanti giovani cercano lo sballo alcolico?
Dal dopoguerra ad oggi, in particolare dagli anni 70, il consumo di alcol nel nostro Paese si è dimezzato, soprattutto tra gli adulti. Ma si registra una controtendenza nel consumo giovanile e in quello femminile, che sono invece in aumento: alla cultura tipicamente “mediterranea” di bere durante i pasti e in occasione di festività, si è sovrapposta la cultura anglosassone per cui si beve fuori pasto e in maniera molto concentrata in alcuni periodi della giornata e della settimana. L’induzione al bere è data da un’offerta amplissima e da una cultura giovanile che ricerca l’alcol non per il piacere della degustazione o per fare festa in compagnia degli amici,  ma come indispensabile supporto socializzante, per disinibirsi e superare le difficoltà del rapporto interpersonale. A questo utilizzo dell’alcol come “fluidificatore” dei rapporti, si unisce l’attrattiva che la pubblicità degli alcolici ha sui giovani, legando il consumo dell’alcol al raggiungimento del successo. Nel precedente Governo si era tentato di fare una legge che desse delle limitazioni alla pubblicità degli alcolici, ma ci fu subito una levata di scudi da parte del ministero dell’Agricoltura, portavoce degli interessi dei produttori di vini.

Quali strategie mettere in atto per abbattere i costi sociali ed economici dell’abuso di alcol? In cosa si è sbagliato sinora?
È necessario un insieme di politiche: preventive, educative, di controllo, e di limitazione del commercio e della pubblicità. Sul fronte della prevenzione e del controllo si è fatto qualche passo avanti grazie a maggiori controlli stradali e ad un’accresciuta attenzione nei confronti dei neo patentati (per cui la soglia di alcol tollerata è oggi a zero, ndr.). Positive sono anche le norme che vietano la vendita e la somministrazione degli alcolici dopo le due di notte, nei locali e negli autogrill, così come il divieto di vendita degli alcolici negli stadi. Il limite di queste buone politiche è che si tratta di misure prese sull’onda del momento, in una particolare circostanza, a cui non si riesce a dare una continuità.
Anche l’utilizzo dell’etilometro all’interno dei luoghi di aggregazione, nei bar e nei ristoranti può essere un buono strumento per far capire ai giovani che se dopo aver bevuto passa un po’ di tempo, si riacquistano alcune capacità che l’alcol offusca. Ma dotare i locali di etilometro non basta: servono politiche educative di accompagnamento, sia per i gestori dei locali che per gli avventori. Lo stesso vale per la politica del «guidatore designato», un’abitudine che deve nascere dal basso, dalla consapevolezza del gruppo di amici che consuma alcol durante le uscite, non imposta dall’alto.
Servono inoltre politiche dei trasporti, che favoriscano la mobilità con i mezzi pubblici anche in ore tarde, per evitare la possibilità di guidare ubriachi, di incorrere in incidenti.
La strada da seguire per contenere le problematiche legate all’abuso di alcol non è quella proibizionista, di cui ogni tanto si torna a parlare. È però evidente una contraddizione nell’approccio a questo tema: si lotta con accanimento contro una serie di droghe illegali che gli studi di Nutt e dei suoi ricercatori indicano come socialmente meno dannose e si è invece liberisti nei confronti di una sostanza psicoattiva legale, come l’alcol, che nei fatti dimostra la propria pericolosità sociale. Sull’alcol e le altre sostanze psicoattive servono politiche conformi alle evidenze scientifiche, che rispondano ai pericoli effettivi di ciascuna sostanza e non solo alle paure evocate dalle notizie – molto spesso leggende metropolitane – riportate dai media.

(manuela battista)



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