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La Lampedusa che fa spazio ai migranti

15 Feb La Lampedusa che fa spazio ai migranti

lampedusa3Ci sono ventenni, ma anche molti quarantenni, tanti laureati, professori, impiegati. Sono quasi 5.000 le persone tunisine sbarcate in soli cinque giorni a Lampedusa. Il centro di accoglienza, aperto domenica scorsa, sembra non reggere più la mole di arrivi. Don Stefano Nastase, parroco di Lampedusa, da giorni ha aperto le porte della chiesa per dare ospitalità a chi arriva sull’isola.

Don Stefano, com’è la situazione in questo momento?
Ad oggi sull’isola ci sono 2.000 tunisini. Gli altri, arrivati nei giorni scorsi, sono già stati trasferiti altrove. Queste duemila persone ora si trovano nel centro di accoglienza di Lampedusa, che per fortuna è stato riaperto domenica scorsa.

Chi sono le persone tunisine che stanno sbarcando in questi giorni? In che condizioni arrivano?
Sono giovani, dai 20 ai 30 anni, quasi tutti uomini. A differenza di altri sbarchi stavolta ho visto arrivare pochissime donne e bambini. Ci sono studenti, operai, ma anche professori e impiegati. In tanti avevano un lavoro e non sarebbero mai partiti senza la crisi politica e la violenza che si sono scatenate in questi giorni in Tunisia.

Come vengono aiutati gli immigrati una volta arrivati all’isola?
Vengono anzitutto portati nel centro per i primi soccorsi. Prima che il Cie riaprisse li abbiamo ospitati nei locali della parrocchia, tentando in questo modo di tamponare l’emergenza. I primi giorni venivano lasciati dormire sul molo, coperti dai cartoni. Ora comunque tutto si concentra nella struttura del Cie, che certo è più adatto di una parrocchia a gestire sia il flusso degli arrivi sia le diverse situazioni che questi ragazzi hanno alle spalle. Qui vengono fatte visite mediche, possono mangiare, hanno servizi igienici adeguati.

La riapertura del Cie è quindi sufficiente a gestire l’emergenza?
Si tratta di un tamponamento momentaneo della situazione, così come era momentanea la sistemazione in parrocchia. Consideri solo che il Cie potrebbe ospitare al massimo mille persone e attualmente qui ce ne sono duemila.  È vero che si stanno facendo defluire gli immigrati verso altri centri in altre parti d’Italia, ma con estrema lentezza e tra mille difficoltà.

Come funziona la vita nel centro?
Come le dicevo, nel Cie questi ragazzi hanno un tetto dove poter dormire e un dottore che li visita. Anche se il sovraffollamento porta con sé problemi per i servizi igienici, sporcizia, difficoltà logistiche.  I cancelli del centro, per fortuna, restano aperti giorno e notte, perché i tunisini siano in grado di girare anche all’interno del paese. Così da non sentirsi ghettizzati, “chiusi dentro”, e così che possano iniziare a interagire col territorio.

E gli abitanti di Lampedusa come stanno reagendo?
Serenamente, devo dire. Ciò che finora è prevalso è stato il buonsenso, da ambedue le parti. È chiaro che qualche bicchiere in più bevuto da chi è arrivato nei giorni scorsi può avere spaventato chi vive nell’isola, ma il sindaco ha promulgato un’ordinanza che fa sì che non si possa vendere alcol dopo una certa ora.  Molti giornali hanno parlato di “abitanti esasperati”, ma io credo che parlare di esasperazione sia esagerato. La preoccupazione c’è, è chiaro, soprattutto perché si tratta di flussi continui. E perché il Cie rischia di non reggere questi numeri. Ma dire che gli abitanti di Lampedusa siano “tesi ai limiti della tolleranza” non è corretto.

Il ministro Maroni ha parlato di un’isola “che sta esplodendo”, e che sta attraversando “il suo momento più critico degli ultimi anni”.  Dal suo osservatorio può confermare questa dichiarazione?
L’isola è abituata a questo tipo di sbarchi da ormai 20 anni. Ma mentre prima avevamo a che fare con numeri più piccoli, e il flusso di arrivi era più lento, ora in una settimana sono sbarcate sulle nostre coste 5.000 persone. È chiaro che siamo di fronte ad un fenomeno del tutto nuovo, quindi da gestire in maniera diversa. Ho l’impressione che siamo davvero impreparati.

Si sta attivando una rete di volontari?
Certo, e in modo molto significativo. Abbiamo prima di tutto riunito tutte le forze del volontariato e dell’associazionismo sul territorio. Ora si stanno costruendo nuove reti, sia a livello governativo sia di no profit. Stiamo cercando di fare del nostro meglio, anche se siamo di fronte ad un fenomeno del tutto nuovo, di fronte al quale anche noi ci sentiamo sprovvisti degli strumenti più efficaci.
 


(federica grandis)



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