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La “Linea del pioppo”

02 Feb La “Linea del pioppo”

02.02.2015 | L’Espresso

Il commento di Attilio Bolzoni, nell’inchiesta Così la mafia conquista il Nord Italia, cita don Ciotti e la sua denuncia di metodi mafiosi ai danni del sindaco si San Lazzaro (Bo).

Pensando alla mafia che ormai è dappertutto è ovvio che ci venga in mente Leonardo Sciascia e la sua “linea della palma”. Come ricorderete, verso la metà degli anni Settanta del secolo scorso, lo scrittore siciliano parlò della “linea della palma” (“Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia.. gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il Nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno.. ed è ormai già oltre Roma”) utilizzandola come metafora della “mafiosizzazione” dell’intera Italia. Sciascia ne capiva molto di mafia, avendola respirata nella sua Racalmuto e nei feudi intorno. E ne capiva molto anche della nostra Italia, intuendo l’avvelenamento che il Paese avrebbe inesorabilmente subito.

Sono passati quarant’anni e – se possiamo permetterci un paradosso – oggi non sarebbe poi tanto stravagante parlare della “linea del pioppo” o della “linea del salice”, tipiche piante della Padania e dintorni. E ci piacerebbe anche – usando logore frasi come “se abbassiamo la guardia”, se “non raccogliamo l’allarme”, se “non interveniamo per tempo” – lanciare una provocazione: state (stiamo) tutti attenti, perché se continua così tra qualche anno ci ritroveremo boss e capi mandamento o “santisti” e Cupole di varie dimensioni e forme anche in Sicilia, Calabria e Campania. C’è questo rischio: c’è il pericolo che le mafie prima o poi invadano tutto il Sud per continuare l’opera: depredare quel poco che hanno lasciato prima di spolpare definitivamente il “loro” Nord.

Due Italie lontane. Questa premessa mi è venuta quasi spontanea rileggendo le cronache degli ultimi giorni. Quelle dell’imprenditore di Corleone che ha confessato ai carabinieri della locale caserma di avere subito il pizzo e rivelando i nomi dei suoi aguzzini, quelle della grande retata in un’Emilia Romagna infestata dal malaffare mafioso. Due Italie lontane, molto lontane in questo inizio di 2015. A Corleone il muro dell’omertà si è infranto per la prima volta, in Emilia Romagna nessuno ancora se la sente di parlare. Anzi, peggio: tutti rimuovono, tutti che fanno finta di cadere dal pero. I più coraggiosi si spingono a denunciare l'”infiltrazione”, parola secondo noi da abolire dal vocabolario delle mafie al Nord. Infiltrarsi significa penetrare in un luogo senza che gli abitanti stessi di quel luogo se ne siano mai accorti, come presi alla sprovvista, alle spalle. In realtà nelle regioni settentrionali sarebbe meglio parlare di “radicamento”, di espansione avvenuta con complicità e favoreggiamenti soprattutto locali.

E ciò sta accadendo non da ieri o da ieri l’altro ma dal lontano 1963, data in cui – in quell’anno a Palermo ci fu la strage di Ciaculli, cinque carabinieri e due artificieri dell’Esercito saltati in aria davanti a una Giulietta imbottita di tritolo mentre in città infuriava la guerra fra le cosche – il ministro dell’Interno del tempo, Mariano Rumor, ebbe la felice intuizione di far trasferire fra Veneto, Emilia e Lombardia qualche centinaio di “sospetti mafiosi” (l’istituto del soggiorno obbligato, il famoso confino di polizia) esportando mezza Commissione di Cosa Nostra lontano dall’isola e aprendo la strada alla tanto sbandierata “infiltrazione” mafiosa al Nord.

Sì, è vero, si sono “infiltrati” tranquillamente da più di mezzo secolo e da mezzo secolo tutti li considerano semplicemente “infiltrati”. Questo è il problema. Ogni qualvolta un’indagine giudiziaria o un’inchiesta giornalistica (vedi Giovanni Tizian in Emilia, vedi Lirio Abbate a Roma) svela la loro forza anche là sopra, tutti si meravigliano come se avessero scoperto il giorno prima – e per caso – gli uomini cattivi che si arricchiscono o minacciano qualcuno nel cortile di casa loro. Come appunto in Emilia Romagna, dove il presidente della Regione Stefano Bonaccini il 26 gennaio, prima prendeva le distanze dalle denunce di don Luigi Ciotti sulla “mafiosità” di certi metodi contro il sindaco di San Lazzaro Isabella Conti, e poi – in generale, molto in generale – sosteneva che “per un periodo, magari in buona fede, al Nord non si è voluto vedere il fenomeno mafioso.. ma qui c’è l’anticorpo per potere sconfiggere questo vero e proprio cancro, che fa male a tutti”.

Gli “anticorpi”. Li abbiamo visti quegli “anticorpi” nella recentissima operazione dell’Arma dei carabinieri, affari sul dopo terremoto, voto di scambio, patti tra ‘ndranghetisti camuffati da imprenditori e costruttori locali, il business dei rifiuti speciali, sindaci, prelati e giudici nella ragnatela del boss Nicolino detto “Manuzza”, appalti pilotati e tanto altro ancora che prima o poi verrà allo scoperto. E poi, cosa intende “per un periodo”, il presidente della Regione Emilia? Lo sa quando è arrivato Giacomo Riina (lo zio del capo dei capi di Cosa Nostra) a Budrio, ventitré chilometri da Bologna? Nel 1967. Sposato con una sorella di Luciano Liggio, aveva scelto un piccolo comune alle porte di Bologna come suo quartiere generale. Dal 1967, un periodo lungo, molto lungo. E’ sempre una “sorpresa” ritrovarsi la mafia fra i piedi. E di certo non solo in Emilia. Basta ricordare tutti quei sindaci e quegli amministratori da Roma in su, quei prefetti (memorabile la battuta negazionista del rappresentante di governo di Milano di qualche anno fa), quei magistrati distratti o privi di una specifica competenza in materia antimafia, un paio di ministri dell’Interno di qualche governo fa, soprattutto di milioni e milioni di italiani sicuri e convinti che mafia e mafiosi – ancora oggi – siano “patrimonio” di un altro Paese. Solo verso sud, da Napoli fino a Trapani. Non c’è consapevolezza, non c’è coscienza. E c’è anche un po’ di tornaconto.

Prendiamo come altro esempio la vicenda di Mafia Capitale. Possibile che quasi nessuno si sia mai accorto delle scorrerie de Er Cecato e della sua banda (con amici non solo in Comune ma in tutto il sottobosco politico, non solo nelle zone tradizionalmente criminali della città ma con agganci ministeriali) prima dell’arrivo dei procuratori Pignatone e Prestipino e di un gruppo di carabinieri che venivano dalla Sicilia e dalla Calabria? Vi sembra normale che uno come Er Cecato sia andato liberamente in giro per Roma per così tanto tempo e così indisturbato? Forse qualche complice che l’ha “coperto” ci sarà pure o no? Forse sarà anche arrivata l’ora di ridiscutere tutti insieme cos’è mafia e cosa non è mafia. A meno che, da Roma (compresa) in su, non si voglia condividere il pensiero di Giuseppe Pitrè, illustre letterato e antropologo di fine ‘800. Quello che sosteneva che la mafia “non era una setta né un’associazione a delinquere”. Ma uno stato d’animo. Dei siciliani, solo dei siciliani.



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