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La ‘ndrangheta e le donne

10 Dec La ‘ndrangheta e le donne

Immagine 2“La mia ‘ndrangheta” è il titolo del libro scritto a quattro mani da Emanuela Zuccalà e Rosy Canale. A metà tra romanzo e inchiesta giornalistica, intreccia le storie delle donne di San Luca che vivono a contatto diretto con la criminalità. Sullo sfondo la violenza della mafia calabrese. 

San Luca è l’ombellico della ‘ndrangheta: nessuna decisione viene resa operativa senza l’approvazione dei boss. È una metafora che serve a fotografare il paese della Locride dove ristagna da decenni il centro della mafia calabrese. Quattromila abitanti, appollaiato alla pendice dell’Aspromonte a pochi chilometri dal mar Ionio. E proprio a San Luca nasce il Movimento delle donne su spinta di Rosy Canale: imprenditrice reggina vittima della violenza mafiosa della sua terra.
Esperienza nata nel 2008, e conclusa pochi anni dopo, che ha visto l’impiego delle donne calabresi nella gestione di una ludoteca e un laboratorio tessile. Dalla violenza, dunque, è nata una comunità femminile, dove il lavoro e le relazioni sono un’alternativa alla criminalità. La storia di questo movimento è stata raccolta da Emanuela Zuccalà, giornalista del Corriere della Sera e dalla stessa Rosy Canale. Ne è venuto fuori un libro: La mia ‘ndrangheta (edizioni Paoline). Una storia che parla di donne.
C’è Teresa Strangio madre di Francesco Giorgi e sorella di Sebastiano Strangio, entrambi morti nella strage di Duisburg nel 2007, nella faida che coinvolse i clan Nirta-Strangio e Pelle-Vottari. La stessa Teresa Strangio che partecipò ai funerali del figlio vestita di bianco e che perdonò mandanti e sicari. E ci sono le storie delle donne di San Luca: mogli, sorelle e madri di vittime e carnefici.
Nulla a che vedere con pentite o testimoni di giustizia. «Ma non chiamiamole donne di ‘ndrangheta – ci tiene a precisare Zuccalà – noi non vogliamo giudicare nessuno, condanniamo i criminali, ma in queste terre è bene sapere che esistono un sacco di sfumature. Abbiamo voluto liberare le loro storie da ogni pregiudizio». E poi le donne hanno un’importanza particolare: «sono portatrici di valori, possono chiedere vendetta per un morto ammazzato o tenere lontani i figli dalla criminalità organizzata».
La mia ‘ndrangheta, però, è soprattutto la storia di Rosy Canale, co-autrice del libro. Dopo essersi rifiutata di far diventare il suo locale di Reggio Calabria una piazza di spaccio, viene aggredita e picchiata. Decide allora di andarsene e trasferirsi negli Usa. Ma dopo la faida sfociata nell’attentato di Duisburg è tornata nella sua terra. Da quel momento, a San Luca, nasce il movimento, la ludoteca e il laboratorio.
La storia di Rosy e delle donne della Locride viene mescolata al racconto giornalistico di Emanuela Zuccalà. Il romanzo si intreccia con l’inchiesta e la narrazione con l’informazione. Abbiamo incontrato la giornalista per approfondire l’argomento.


Questo libro parla di donne. Chi sono?
La storia principale è quella di Rosy Canale, aggredita e massacrata di botte per essersi rifiutata di far diventare il suo locale una piazza di spaccio. Poi c’è Teresa Strangio, che si è presentata al funerale del figlio e del fratello vestita di bianco. Ha perdonato gli assassini e ha fermato la faida, almeno simbolicamente. Ha dato un segnale fortissimo, di rottura con l’immagine che di solito si ha delle donne di San Luca.
Ci sono le storie delle donne di San Luca: mogli, sorelle e madri di uomini delle ‘ndrangheta. E poi tutto l’universo femminile che gravita intorno al movimento. Sono persone che hanno fatto comunità grazie a Rosy Canale e che si sono trovate a lavorare fianco a fianco.

Molte di loro sono donne di ‘ndrangheta, quindi.
È una definizione che non mi piace, perché è carica di giudizio. Abbiamo, invece, voluto raccontare una realtà senza stereotipi. Certamente la ‘ndrangheta è il filo conduttore che lega le loro esperienze, ma ricordiamoci che in un territorio come San Luca essere a contatto con i clan è molto facile.
Non condanniamo né assolviamo queste donne. E poi teniamo presente che a San Luca tra mafia e antimafia c’è una scala di grigi infinita, non abbiamo voluto raccontare solo il bianco e il nero.
Rosy Canale, nella creazione del movimento ha fatto una scelta precisa: non porsi immediatamente come alternativa antimafiosa, nel senso classico del termine. Non è possibile rivolgersi a queste donne dicendo loro: «denunciate i vostri figli e mariti». Non si otterrebbe nulla. Per molte di loro, gli uomini dei clan sono innanzi tutto mariti, figli o vicini di casa.

Hai descritto queste donne come sottomesse: fossilizzate a una realtà degli anni ’50. Anche questo, però, è un luogo comune sulle donne calabresi.
È ciò che deriva della mia esperienza e dalla mia osservazione sul campo. Inizialmente può sembrare una condizione stereotipata, ma è proprio per questo motivo che la storia che raccontiamo è ancora più significativa. Si tratta di una ribellione a un modello maschilista: è bastato dare loro un input e le loro condizioni di vita sono migliorate.
Rosy Canale è andata da queste donne e le ha dato un’opportunità. Ha creato qualcosa che con il tempo è diventato, di fatto, un movimento antimafia. Molte di loro hanno anche manifestato a San Luca contro la ‘ndrangheta, ché è cosa ben diversa che farlo a Roma o Milano. E donne imparentate a uomini di clan rivali lavoravano una al fianco dell’altra. È una cosa molto rivoluzionaria. Purtroppo le istituzioni si sono defilate e l’esperienza si è conclusa. Credo, però, che qualcosa sia rimasto: abbiamo piantato un seme.

Nel 2007 Nando Dalla Chiesa ha scritto Le Ribelli, nel quale racconta di donne siciliane che si sono opposte alla mafia. Si tratta, spesso, di nomi molto conosciuti come Felicia Impastato e Rita Atria. Delle donne calabresi, invece, ci sono poche tracce nelle cronache. Come mai?
Perché la realtà calabrese è molto più isolata rispetto a quella siciliana. La storia dell’antimafia in Sicilia è molto più antica e radicata e ha raggiunto il suo apice negli anni ’90, quando la mafia si è opposta in maniera diretta allo Stato, nella sua fase stragista.
In Calabria non è successo. Questo ha permesso alle organizzazioni criminali di muoversi nell’ombra e proliferare, espandendo i propri confini. Le operazioni giudiziarie che hanno acceso la luce sulla ‘ndrangheta al nord ne sono la prova. Il primo vero attacco diretto allo Stato è l’omicidio di Francesco Fortugno, del 2005, ma è relativamente recente. In quel caso, per la prima volta, la società civile e lo Stato hanno reagito.
E poi c’è anche un fattore culturale. Alcune zone calabresi, abbracciate da Sila e Aspromonte, sono completamente in mano alle cosche: spesso sono realtà di montagna, anche se il mare è a pochi chilometri. Si tratta di aree isolate e dimenticate, anche a causa di veri e propri muri geografici.

Di ‘ndrangheta, infatti, si è sempre parlato poco. L’hai definita il cono d’ombra dell’informazione.
Per fortuna le cose stanno cambiando. L’omicidio di Fortugno e la strage di Duisburg hanno acceso i riflettori su questa realtà. I media ne parlano e si scrivono libri sull’argomento. La Calabria e la ‘ndrangheta sono stati da sempre il grande buco nero del giornalismo. Ora però qualcosa si sta muovendo e stanno nascendo anche le prime testimoni giustizia donne, come Giuseppina Pesce a Rosarno.

Hai voluto precisare che in questo libro non si parla di sangue. È possibile raccontare la violenza senza sangue?
In realtà il sangue c’è: si parla di stragi e morti ammazzati. Però abbiamo deciso di non indugiare solamente su questo aspetto. Nello scrivere un libro a due mani abbiamo dovuto fare un lavoro di mediazione e alla fine abbiamo raccontato una storia dove l’autore sembra essere uno solo.
Questa forma ibrida, tra romanzo e inchiesta giornalistica, permette al tempo stesso di appassionarsi alla storia di Rosy Canale e approfondire le vicende di ‘ndrangheta. E questo si può fare senza incentrare necessariamente il racconto sul sangue.
Abbiamo deciso di lavorare e discutere su ogni singolo aspetto, anche stilistico, con l’obiettivo di non creare sensazionalismo. E soprattutto abbiamo scelto di rispettare la storia delle persone, anche se queste sono parenti dei boss. Sono consapevole che si tratta di un lavoro controverso, ma il nostro obiettivo non è dare delle risposte precise, ma lasciare in sospeso molti interrogativi.

(andrea dotti)



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