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La povertà che uccide

11 Jan La povertà che uccide

imghomelessMorire di freddo a venti giorni. È successo il 5 gennaio a Devid, un neonato che viveva in strada a Bologna con i genitori, italiani senza fissa dimora, e con altri due fratellini. La famiglia era già nota ai servizi pubblici, ma nessun intervento era scattato per togliere i bambini dalla strada. E forse per paura di perdere i figli, madre e padre non avevano mai chiesto aiuto. Così al piccolo non è bastato il ricovero in ospedale per superare la crisi respiratoria che lo ha colpito, probabilmente a causa delle precarie condizioni di vita. Un caso fra i tanti di emarginazione e povertà, eppure particolarmente amaro, perché la vittima è un bambino, malgrado una rete di tutela e salvaguardia per i minori che in Italia si credeva capillare e solida. “Quanto successo a Bologna riporta il nostro Paese negli anni del Dopoguerra – denuncia Paolo Pezzana, presidente della Federazione italiana organismi per le Persone senza fissa dimora (Fiopsd) – È un segnale preoccupante del degrado della concezione del servizio pubblico di tutela, perché la presenza di un’intera famiglia con dei bambini piccoli che vive per strada deve portare ad un’allerta immediata dei servizi, cosa che, nel pieno centro di una città come Bologna, non è accaduta”.
Proprio il 2010 è stato l’anno europeo di lotta alla povertà e lo scorso 16 dicembre gli Stati membri dell’Unione si sono impegnati, con l’adozione della Piattaforma europea contro la povertà e l’esclusione sociale, ad attuare misure concrete per far scendere di 20 milioni in 10 anni il numero di persone povere o a rischio di povertà, che oggi in Europa si conta siano circa 80 milioni, un quarto minorenni: “Credo che tra i nostri colleghi di Bruxelles il caso del piccolo Devid farà scalpore – afferma Pezzana – perché i due obiettivi cardine della piattaforma sono proprio la lotta alla povertà minorile e alla condizione di homelessness (senza fissa dimora, ndr)”. Per raggiungere gli ambiziosi obiettivi europei, Pezzana indica tre indirizzi operativi: “Per una riduzione concreta del numero dei senza fissa dimora è necessaria una conversione degli interventi emergenziali in interventi di accompagnamento. Le somme che vengono stanziate per l’emergenza devono essere destinate alla costruzione di percorsi progettuali che accompagnino le persone verso una condizione di vita più stabile. La seconda priorità, su cui in Europa tutti sono d’accordo, è tornare a mettere l’accento sul diritto alla sistemazione abitativa. Buona parte delle persone che si trovano a vivere senza dimora sarebbe in grado di provvedere a se stessa se avesse un alloggio a disposizione. Anche la morte di Devid probabilmente non sarebbe avvenuta se la famiglia avesse avuto una casa dove stare. Il terzo fattore è la necessità di investire, anziché disinvestire come si sta facendo in Italia, negli interventi socio-assistenziali. Lo Stato non può pensare di limitarsi a sostenere la cosiddetta “Italia che aiuta” fornendo qualche risorsa al mondo del volontariato e alle realtà caritatevoli. I problemi di chi è povero e senza dimora sono innanzitutto legati ad una mancanza di giustizia e alla negazione dei diritti fondamentali della persona. E il servizio pubblico deve essere presente e vigile, per rendere universali questi diritti”.

(manuela battista)



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