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La scuola delle ‘finestre aperte’

12 Feb La scuola delle ‘finestre aperte’

marcorossidoria“Ti svegli la mattina, vai a scuola, stai con i ragazzini di una classe, non una tantum o per un periodo, ma ogni giorno e per anni; e fai, osservi, ascolti, proponi, porti avanti, come adulto esperto di apprendimento che guida bambini a imparare. Nel fare questo, continui a imparare a tua volta e devi lasciare che ciò avvenga, accoglierlo”. C’è tutto il potenziale rivoluzionario dell’educazione nelle parole di Marco Rossi-Doria. Maestro, co-fondatore del progetto per la riscolarizzazione dei ragazzi che abbandonano la scuola “Chance”, Sottosegretario all’Istruzione dal 2011 al 2014. Una vita messa al servizio della scuola, in un rapporto continuo con i bambini. A suo modo, un ingegnere del futuro. Da pochi giorni, per le Edizioni Gruppo Abele, è uscito il suo ultimo libro, “La scuola è mondo. Conversazioni su strada e istituzioni”. Un lungo colloquio con Giulia Tosoni, nel quale Rossi-Doria salda la riflessione sull’educazione, l’urgenza di scelte politiche coraggiose e la vocazione formativa di un maestro che fa del dialogo il suo punto, inevitabile e insindacabile, di partenza. Abbiamo riflettuto con lui sul libro, sul senso della scuola oggi, sulle opportunità future.

Professor Rossi-Doria, partiamo dal titolo, La scuola è mondo. Lei non utilizza la congiunzione, ma una forma verbale. Un titolo che evoca un senso di respiro, di apertura, di condivisione, di un’istituzione non stagna, barricata su stessa. Come mai questa scelta? E quanto, oggi, la scuola riflette le trasformazioni sociali e culturali in atto?
Sì, volevo dare proprio un senso di… apriamo le finestre… È una scelta che sento sempre più necessaria, indispensabile. La scuola da anni e anni deve cambiare. E da anni, in molte sue parti, sta cambiando. Ci sono migliaia di docenti che già la stanno cambiando e che, con fatica, inventiva, dedizione intelligente accolgono e rendono vive per migliaia di bambini e ragazzi le trasformazioni sociali e, al contempo, le grandi questioni che accompagnano la storia umana. Al contempo troppe conservazioni resistono entro una scuola sterilmente trasmissiva che mortifica bambini e ragazzi. È urgente uno scatto in avanti. Ed è una questione di lavoro nel profondo. Non bastano gli annunci. Troppi annunci promettenti ma poco attuati si sono ripetuti. Ci vuole una scuola con la libertà di fare e di rispondere responsabilmente per quel che fa come innovata comunità nella quale si apprendono le cose del mondo, andando ad esplorarle davvero. Perché si impara molto meglio e perché intanto il mondo è lì, ogni giorno, ogni momento e i ragazzi già imparano in mille modi, anche molto nuovi. È ora di aprire davvero le porte. La politica – non quella dei talk show in tv, parlo della nostra grande polis – deve imparare a riconoscere il tanto lavoro buono che si fa a scuola, guardando ai processi di innovazione con equilibrio e comprensione per le grandi complessità richieste dalle opere, pazienti e innovative, che avvengono ogni giorno a scuola e vagliando e valutando i risultati, certo, ma in modo condiviso con chi opera… E, poi, vanno finalmente intaccate le resistenze conservatrici che impediscono a scuola e mondo di parlarsi e fanno male a tanti nostri ragazzi. Ecco, nel libro provo a dire come fare questo, come fare sì che la scuola produca più apprendimento e anche più equità basata sul riconoscimento di ciascun bambino e ragazzo.

C’è un concetto che permea gran parte della sua riflessione: il dialogo. Secondo quello che dice nel libro è ciò da cui passa l’apprendimento. Ci spiega come?
Il libro si ferma a lungo e a più riprese su questo, si interroga e cerca risposte, manifesta dubbi e fa tanti esempi anche molto concreti. Quello dell’apprendimento legato al dialogo è un tema complesso. Ogni volta che la storia umana ha fatto un salto in avanti, questo è potuto accadere perché si dovevano risolvere grandi e piccole questioni che coinvolgevano la società, le comunità, la vita e che, così – indagando e lavorando insieme – hanno portato gli esseri umani a una più ampia comprensione del mondo, aprendo a nuove prospettive e mostrando ancor nuovi quesiti da affrontare. Ogni volta, se guardiamo a questi processi, si vede che “discutendo si impara”, a condizione che vi sia un confronto dialogico, anche complesso, che abbia un metodo che ricerca, anche da prospettive diverse, il cosa fare, il come, il perché e i significati più generali, teorici, che emergono o si mostrano all’orizzonte… Ebbene a scuola, come nella storia del mondo, la cosa che funziona meglio – che fa imparare di più in termini di metodo ma anche più nozioni tra loro interconnesse e più cose sugli altri e su stessi e su come operare nel mondo – è proprio questo procedere, tra laboratorio, discussione ben costruita, confronto, esplorazione ulteriore, formalizzazione condivisa e rigorosa, nuova ricerca e così via…

C’è un altro passaggio molto importante, quello delle “seconde occasioni”. Tema che, da un lato, evoca il pericolo della dispersione scolastica e dall’altro chiama in causa la poca capacità del sistema educativo di far rientrare chi, per un motivo o per un altro, ne è uscito…
Sì, il libro rivendica il valore delle tante buone esperienze fatte, spesso non riconosciute dalla politica. Mostra ciò che, nei fatti, impedisce al sistema – tra scuola e fuori – di includere a pieno titolo decine di migliaia di nostri ragazzi nella società con una prospettiva di futuro accettabile. Fa vedere le strade possibili per battere la dispersione scolastica e anche per dare un futuro a chi – ora adulto – non ha finito la scuola da ragazzo. Ne parlo con molta enfasi non solo perché me ne sono occupato nella vita. Ma perché oggi un grande Paese non può uscire dalla crisi, trovare le vie di nuovo sviluppo, partecipare appieno alla complessa vicenda delle nuove produzioni e scoperte, raggiungere progressivamente una maggiore equità e coesione territoriale e sociale se ancora ha quasi il 20 percento dei suoi ragazzi che non finiscono la scuola e almeno altrettanti che la finiscono avendo imparato poco. Una nazione che già fa pochi figli non può proprio più permettersi di lasciarli indietro. E’ una grande questione repubblicana. Perché dobbiamo dare valore concreto all’articolo 3 della Costituzione. Ed è, al contempo, la questione economica decisiva per uscire dalla crisi perché oggi senza sapere e competenze diffuse non c’è possibilità di farsi valere nel mondo globalizzato.

Edilizia scolastica. Secondo il report Ecosistema Scuola, in Italia il 32,5% degli edifici è a fatiscente e il 41% si trova in zona a rischio sismico. Soprattutto quel che emerge è che lo stato peggiore delle scuole lo si ritrova proprio nelle aree dove più alto è il tasso di dispersione scolastica, ovvero nel Sud Italia. Come dobbiamo interpretare questo dato?
I dati a disposizione sono tanti e mostrano tre cose: che abbiamo un enorme patrimonio di edilizia scolastica (circa 40 mila edifici in ogni angolo del Paese), che nel tempo non è stato sistematicamente manutenuto ma ha, sì, avuto attenzioni riparative grazie a tanti interventi compensativi molto differenziati per territorio e parziali, che, comunque, così non è sicuro e non è economicamente né energeticamente sostenibile. Inoltre si tratta di edifici costruiti, per lo più, non per fare scuola-laboratorio ma scuola-trasmissiva: la cattedra e i banchi disposti per la lezione frontale, le aule tutte uguali, i laboratori, quando ci sono, come aggiunta e non come parte integrata con le aule, il rapporto tra dentro e fuori fondato sulla separazione come è per le istituzioni chiuse al mondo, ecc. Dunque, oggi – al Sud ancor più che al Nord, per la grave situazione che abbiamo nel Mezzogiorno – si tratta di pensare a un grande investimento, a un new deal che trasformi il nostro patrimonio edilizio, lo renda sostenibile, lo dismetta dove è necessario per costruire scuole di nuova concezione, lo trasformi dove si può, pensando sì a renderlo energeticamente valido ma anche pedagogicamente utilizzabile al fine dell’innovazione della scuola. Ci vuole un piano nazionale vero, forti investimenti, linee-guida innovative, un decentramento che dia alle scuole risorse e possibilità di decidere, insieme agli enti locali, come manutenere nel tempo i luoghi, ecc. Una grande sfida – anche qui – che abbia caratteri di priorità politica: stiamo parlando dei luoghi dove i nostri figli passano larga parte del loro tempo nel momento decisivo per imparare le cose del mondo.

(piero ferrante)



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