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“La sicurezza si costruisce con i diritti”

11 May “La sicurezza si costruisce con i diritti”

luiginotari-300x299Luigi Notari è entrato in polizia che aveva 22 anni. Era il 1976, il mondo era diviso in due, Stati Uniti di qua, Unione Sovietica di là. In Sud America l’eco delle bombe sulla Moneda era ancora vivo. E l’Italia democristiana navigava a vista, scossa dall’interno da movimenti antagonisti radicali che ne facevano tremare le fondamenta. Bombe, agguati, assalti, rapimenti, uccisioni. Pierpaolo Pasolini a Pietralata, Peppino Impastato sui binari, Aldo Moro nella Renault 5, Benny Petrone colpito a tradimento. La bomba alla stazione di Bologna. Un grande compromesso politico, la risposta dello Stato. Di lì a poco, la riforma della polizia, più civili e meno militari.
Tutte queste tappe, Notari le ha vissute da vicino. Con un punta di vista particolare: quello di un poliziotto – si sarebbe detto – “sinceramente democratico”, capace di vedere le contraddizioni del proprio corpo e voglioso di cambiarle. Di qui l’avvicinamento al sindacato, le tappe della costruzione del dibattito interno. C’è tutto, da Bologna a Genova, dagli anni di piombo a quelli della contestazione no global, nel libro Al di sotto della legge. Conversazioni su polizia e democrazia. Un dialogo a due voci (pubblicato dalle Edizioni Gruppo Abele) condotto dal giornalista de il manifesto Mauro Ravarino.
Sul libro e sull’immagine della polizia oggi, abbiamo voluto sentire proprio Notari.

Luigi Notari, partiamo dalle origini. Anno 1976, in Italia c’è una situazione complicata. E lei entra in polizia. Che scelta è stata, la sua, in quel momento?
Ammetto di essere diventato poliziotto un po’ per casualità. Non mi ero mai posto in maniera ostile verso i corpi di polizia, e tuttavia non era uno dei miei sogni indossare la divisa. Poi però, correva l’anno 1976, uscì un bando di arruolamento in Emilia Romagna rivolto ai giovani e finalizzato al servizio in polizia. Decisi di partecipare, considerandola una buona opportunità di lavoro e una forma di emancipazione dalla mia famiglia. Fui selezionato e assegnato alla scuola di polizia di Foggia. Avevo 22 anni. Tornai in Emilia a fine febbraio 1977, quando ebbi il trasferimento a Bologna, destinazione reparto celere.

Bologna, 1977, celere. Ovvero, vestire la divisa nella città più antagonista. Fu un’esperienza difficile?
In effetti sì. A quel tempo, la celere era un reparto molto duro, chiuso, con condizioni di disciplina interna molto rigorose. Spesso eravamo costretti e restare chiusi in caserma per giorni. Inoltre, aleggiava molto mistero, c’erano dei coni d’ombra difficili da illuminare. Senza contare il forte disprezzo che ci arrivava dall’esterno: dagli studenti e dagli antagonisti, certo, ma anche da parte di molti professionisti, in primis avvocati, che avevano di noi una bassa considerazione umana e professionale. Arrivato a Bologna, comunque, patii la situazione. Le piazze erano calde, io ne rimasi scioccato. L’impatto fu molto forte. L’11 marzo, durante durissimi scontri all’Università, fu ucciso Nicola Lorusso. La città cadde nel caos, c’erano ovunque armi, ovunque incidenti, ovunque manifestazioni. La situazione era precipitata.

Di lì a poco, per la polizia, sarebbe arrivato un momento fondamentale. Primo aprile 1981, entra in vigore la legge 121…
Fu una rivoluzione, il tentativo di avvicinare il corpo di polizia alla società, ai cittadini. Questo fu visibile in particolare con la perdita dello status di militari. La polizia diventa un corpo civile, più aperto, con maggiori garanzie anche sindacali. Ma la legge era incompleta e, per giunta, lo spirito della riforma non fu mai pienamente attuato. Senza contare il fatto che quello che doveva essere considerato un punto di partenza fu invece visto come un punto di arrivo.

C’è un passaggio, nel libro, in cui lei dice che “la polizia si autorappresenta come un totem”. Che intende?
Che polizia, carabinieri e le forze armate in generale hanno spesso un’immagine di se stesse molto fideistica, si rappresentano come divinità in cui credere. Di qui, derivano storture e cattive interpretazioni. I corpi armati si presentano come la rappresentazione dello Stato. Uno Stato che, dunque, ha come prima finalità quella di garantire la sicurezza. Tuttavia questa visione statuale parziale, intesa per lo più in funzione autoritaria, come quell’istituzione che protegge, che dirime i conflitti, finisce per generare e alimentare le parure. Come se ne esce? Rafforzando delle associazioni diverse: non più Stato/sicurezza, ma Stato/scuola, Stato/ospedali, Stato/diritti.

Sicurezza. Come concetto non le sembra che se ne stia abusando?
Molto. Declinare tutto in termini di sicurezza è pericoloso. Il rischio, come dicevo, è di alimentare paure sociali immotivate. C’è bisogno di cambiare prospettiva. Spostiamo il baricentro del discorso. La sicurezza è anche quella economica, tanto per dirne una. Un cittadino che ha un lavoro è un cittadino sicuro. Come sicuro è un cittadino che può godere di autonomia, garanzie, diritti. La sicurezza è un processo partecipato, una costruzione collettiva, di cui tutti siamo parte. I problemi non si risolvono soltanto con le leggi o con l’intervento delle forze di polizia, ma attraverso un percorso di cambiamento culturale forte.

 

(piero ferrante)



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