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La speranza, merce commercializzata a basso costo

03 Apr La speranza, merce commercializzata a basso costo

6385844317_7a07f4f0de_bBingo! Un urlo, pochi istanti di precaria felicità. Qualche minuto di riassetto e via con una nuova mano. Era il 2001 quando, a Treviso, nel Veneto profondo, aprì la prima Sala bingo. Un fenomeno apparentemente sotto controllo, presentato come uno svago, come una perenne tombolata fuori stagione. Con il tempo e la sua conversione, con la diffusione dei dati, il controllo della mano criminale che spesso incassa e ringrazia lo Stato, il gioco ha perso socialità per trasformarsi in dipendenza.
Politicamente, si fa un gran dibattere. Le associazioni schierate contro il gioco tuonano contro i provvedimenti sempre troppo labili per parlare di un vero e proprio contrasto. La cultura prova a reagire con le sole armi possibili: le parole, la costruzione di storie, la messa in circolo delle esperienze, il confronto. Nasce così, Chiamano bingo! spettacolo teatrale della compagniaSudatestorie, che sarà in scena oggi e domani (3-4 aprile, sempre alle 21) allo Stalker di Piazza Montale 18 a Torino.
Uno spettacolo profondo e documentato, che parte dal mito decaduto dell’idea di speranza e su come, anzi, nella società alle prese con la crisi, sperare sia, talora, addirittura controproducente. Abbiamo sentito i due autori, Christian Castellano e Enrico Seimandi.

Le sale bingo, poi quelle slot, i nuovi spazi della partecipazione e dell’incontro. La società affonda, la gente gioca. E si affida alla speranza di un futuro non da costruire, ma da vincere tutto, veloce e subito. Come possono la cultura in generale e il teatro in particolare parlare a questa società?
C.C.: E’ proprio su questo punto, sulla speranza, che il nostro lavoro ha voluto calcare la mano. Chi produce speranza, chi la commercializza, chi la consuma: ognuno ha il suo ruolo preciso in questo gioco. Abbiamo provato a lavorare immaginando il sistema azzardo come una torta multistrati, individuando i protagonisti che ne fanno parte, le loro caratteristiche, i loro ruoli. Lo Stato, il grande manovratore, che non si fa vedere e che nasconde il terreno sotto la sabbia; il concessionario, che mi mette la faccia di bronzo; il giocatore, che è il consumatore, e che ne esce un po’ più pallido. Non vuole, questa, essere una visione apocalittica, però è quello che accade, è la realtà. Facendo del teatro, è fondamentale creare un’immagine, che per noi è questa. Un’immagine che non vuole puntare il dito contro il consumatore, ma contro i numeri piuttosto, che sono sono gli occhi di tutti, se tutti siamo capaci a leggerli.
E.S.: Quando ci siamo trovati di fronte al potenziale dello spettacolo a quel che potevamo fare noi per contrastare l’azzardo, c’è subito venuto da pensare sul fatto che, forse, il contrasto e la prevenzione siano azioni che spettino piuttosto ad altri. Alla politica o alle istituzioni, ad esempio. Poi abbiamo cominciato a riflettere, ad incontrare gli operatori dell’Asl, e abbiamo capito che, in verità, il teatro può veramente dire molto. L’arte ha degli interventi più sul corto cammino, vero. Perché, tanto per dirne alcune, le manca una costanza sul territorio, la possibilità di originare o far parte di reti stabili, la capacità di prestare un orecchio d’ascolto. L’arte può però fare missione di divulgazione. Può raccontare. E raccontando, suscitare moti nelle persone. Si parte dalla ragione per arrivare all’emotività. Si parte dalla descrizione per arrivare alla vibrazione. In questo il teatro può fare moltissimo, come forma artistica grazie al contatto diretto che mantiene con il pubblico. E’ innegabile che, attraverso il cinema, con un film, si possano dire più cose e in maniera più completa. Però, manca la relazione empatica con la platea, con lo spettatore che smette di essere tale e diventa interlocutore.

Il gioco è dipendenza e la dipendenza, se la si vuole vedere nera, è una forma di schiavitù. Dunque, l’antitesi della cultura, che punta ad esaltare la libertà d’espressione e di pensiero. Ma come può l’arte, in questo contesto, porre valide alternative?
C.C.: Non è detto che la cultura possa e riesca a farlo. O meglio, non è detto che la cultura abbia l’interesse di porre valide alternative. Potrebbe essere, al contrario, che nutra grandi interessi. Come quelli, anche se in forme diverse, dei grandi concessionari del gioco. Personalmente, non ho una concezione astratta della cultura. Tuttavia, ne sono innamorato e ritengo che possa essere, ed è, un settore privilegiato in cui si possano realmente trovare strade nuove. Non tutti scelgono questa strada, però. Questo è il tipo di cultura che non migliora il mondo, ma lo ripropone identico, peggiorandolo. Noi saremmo certi di essere arrivati al risultato che ci proponiamo con questo spettacolo se, dopo averlo visto, gruppi di persone si riunissero per organizzare flash mob contro l’azzardo o incursioni di vero o proprio luddismo nei confronti di slot machine o apparecchi legati al gioco. Però non escludo che possa accadere che qualcun altro maturi la voglia o la curiosità di giocare. Tra le due c’è una terza strada: ovvero che il giocatore possa rientrare in sala slot con una coscienza diversa di fronte alla macchina, sapendo bene quelle che sono le dinamiche sottese.
E.S.: Con l’informazione. Per questo, ad esempio, stiamo cercando più possibile di entrare nelle scuole, a contatto con gli studenti, parlando con loro e ascoltando le loro riflessioni. Oggi le sollecitazioni che arrivano ai ragazzi sono molte. Il problema delle sale slot a poca distanza dalle scuole è innegabile e più volte è stato denunciato. Resta però tutto il mondo di internet a loro completa disposizione. Un mondo che loro maneggiano con grande disinvoltura e attraverso il quale vengono precocemente in contatto con il gioco. L’informazione e la relazione diretta possono scardinare questo sistema, sostituendo le buone pratiche dell’arte alle cattive pratiche dell’azzardo.

Come è nato Chiamano Bingo?
C.C.: Nasce da un bando del Comune di Torino sul pericolo delle democrazie. Artisticamente, invece, lo abbiamo pensato per raccontare un sistema. Io stesso, per oltre un anno, prima di licenziarmi, ho lavorato come cameriere in una sala bingo. Un’esperienza che mi ha lasciato tantissimo, dal punto di vista della conoscenza di quello specifico mondo. Alla base, poi, ci sono esperienze forti. Ci siamo confrontati non solo con i dati, ma soprattutto con chi lavora a stretto contatto con i giocatori patologici, in particolare con gli operatori dell’Asl.

Il teatro civile è di certo una delle pagine più belle dell’arte moderna. Tuttavia, spesso viene considerato un’arte minore. E’ capitato anche a voi?
E.S.: Da subito, abbiamo proposto lo spettacolo a molti teatri. Ma ci siamo trovati spesso di fronte a dei no molto espliciti, come se non fosse missione teatrale quella di raccontare questo tipo di realtà. In molti casi, siamo stati liquidati con sufficienza, accusati di fare del teatro ideologico. E invece parlare di attualità non ha nulla a che fare con l’ideologia come spesso viene intesa. E’ piuttosto un’operazione di verità.

(piero ferrante)



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