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La speranza non è in vendita

04 Jan La speranza non è in vendita

Immagine 15In un mondo d’ingiustizie sempre più intollerabili, la speranza rischia di diventare quasi un lusso, un bene alla portata di pochi. Ma una speranza “d’elite”, una speranza che esclude, in realtà è una speranza falsa. E per fermare questa compravendita di speranze di seconda mano bisogna trasformare la denuncia dell’ingiustizia in impegno per costruire giustizia. Queste le premesse da cui nasce “La speranza non è in vendita”, l’ultimo libro di don Luigi Ciotti, un lavoro costruito attraverso quarantacinque anni di faccia a faccia con le persone, di incontri, di strada fatta a fianco degli ultimi. Un testo “per non cedere alla rassegnazione, al cinismo e all’indifferenza. E per ricordarci che la strada dell’impegno è scandita da tre parole: corresponsabilità, continuità, condivisione”.

Pubblichiamo l’introduzione al libro appena uscito per i tipi di Giunti-Edizioni Gruppo Abele

Finché c’è vita c’è speranza. Il detto è molto antico ma vero solo per metà. Non basta infatti essere vivi, per sperare: bisogna anche credere nella giustizia e impegnarsi a costruirla. Non c’è speranza, senza speranza di giustizia. In un mondo d’ingiustizie sempre più intollerabili, la speranza rischia di diventare un bene alla portata di pochi. Vogliamo dire no a questa “falsa” speranza,esclusiva, fondata sulla disperazione degli esclusi. Ma soprattutto vogliamo esortare a costruire la speranza vera, la speranza di tutti. È un compito che richiede molto impegno. Non è sufficiente indignarsi, riempire le piazze, esibire mani pulite, un profilo morale trasparente. L’etica individuale
è la base di tutto, la premessa per non perdere la stima di sé. Ma per fermare il mercato delle “false” speranze bisogna trasformare la denuncia dell’ingiustizia in impegno per costruire giustizia. Quarantacinque anni di faccia a faccia con le persone mi hanno insegnato che la strada dell’impegno è scandita da tre parole: corresponsabilità, continuità,
condivisione.
Corresponsabilità è vivere in modo generoso il proprioruolo di cittadini. È sapere che le ingiustizie poggiano su complicità e silenzi, ma si avvantaggiano anche degli ostacoli di una legalità formale, scritta più nei codici che nelle coscienze. I codici sono importanti, soprattutto se garantiscono il bene collettivo. Ma coscienze più inquiete, più coinvolte, più aperte al dubbio e alla ricerca di verità, non avrebbero permesso alla nostra democrazia di ammalarsi.
Continuità è trasformare l’indignazione passeggerain sentimento stabile, in motivazione che nutre l’azione e si lascia nutrire dall’azione. Quanti indignati di ieri sono i rassegnati, o peggio, i cinici di oggi? La denuncia è certo necessaria, ma acquisisce pieno valore soltanto quando è seguita da una proposta e dall’impegno nel portarla avanti.
Condivisione è sapere che da soli non andiamo danessuna parte, ma nemmeno illuderci che da qualche parte possano andare i movimenti, i gruppi, le associazioni che si affidano ciecamente alle scelte dei propri leader. Il “noi” cambia soltanto se esclude la delega. Non possiamo guarire dall’individualismo che ha minato le basi della nostra convivenza senza assumerci ciascuno la propria parte di responsabilità.
L’individualismo ha minato la politica: in molti dicono di volere un cambiamento, salvo poi spendere più energie nell’affermare se stessi che nell’impegnarsi a costruirlo. La politica non è un gioco di specchi narcisistici. La politica nasce quando la preoccupazione per la propria vita individuale è sostituita dall’attenzione per il bene comune.
Etica e democrazia, Costituzione e legalità, immigrazione e sicurezza, crisi economica e vuoto dei diritti, mafie e disoccupazione, educazione e cultura.
Saranno questi i percorsi della nostra riflessione. Abbiamo cercato di non cadere in due “peccati” del sapere. Il primo è la superficialità, l’occuparsi dei problemi perché fanno “notizia”, fanno “tendenza”. Il secondo è il tecnicismo, quel parlare oscuro, per iniziati, che – come ci ha insegnato Primo Levi – è una delle forme più subdole di potere. Peccati che generano parole vuote o troppo specifiche, incapaci dunque di far capire e di far immaginare, cioè di suscitare speranza.
Ho scritto, non a caso, «abbiamo cercato». Come per tutte le cose e le riflessioni fatte in questi anni, dietro a questo piccolo libro c’è un lavoro collettivo di cui qua e là si trovano tracce anche testuali. Dal Gruppo Abele a Libera, sono debitore ai tanti amici e collaboratori che hanno compiuto insieme a me questo ormai lungo cammino, nella convinzione che obiettivi grandi o piccoli si possano raggiungere solo nella corresponsabilità, nella continuità, nella condivisione. Tra questi amici ringrazio, in particolare, Fabio Anibaldi senza il cui aiuto nella stesura del testo questo libro non avrebbe visto la luce. La mia firma è allora solo un segno, inadeguato, per rappresentare questo impegno comune.

(luigi ciotti)



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