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La storia senza fine degli Opg

30 Mar La storia senza fine degli Opg

manconiGli Ospedali psichiatrici giudiziari dovevano sparire domenica 31 marzo del 2013. I circa 1400 detenuti ‘ospiti’ avrebbero dovuto completare la misura di sicurezza fuori dall’Opg, visto che questi non garantiscono cura e rieducazione, previsti dalla legge. Anzi, sono stati giudicati dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale strutture “inconcepibili”.
Qualcosa però è andato storto e le strutture inconcepibili accoglieranno i loro ospiti per altri dodici mesi. Ne abbiamo parlato a Luigi Manconi, presidente di A Buon Diritto, Senatore della Repubblica Italiana dal 1994 al 2001 e oggi nuovamente eletto in Senato.

Com’era prevedibile pochi giorni fa il Governo ha deciso il rinvio della chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. Come si è arrivati a questo finale – senza sorpresa – e cosa si profila all’orizzonte?
È una decisione insieme fallimentare e inevitabile. Fallimentare perché corrisponde a una dichiarazione di resa. Inevitabile perché le condizioni sotto il profilo sociale, economico e strutturale, purtroppo non consentivano altre soluzioni. Nonostante una norma precisa, con una scadenza determinata, e nonostante una certa dotazione economica si è constatata l’incapacità di fornire soluzioni migliori di quelle attuali, certamente. Le Regioni non hanno fatto quanto prescritto dalla legge, ovvero quanto era di loro competenza per trovare una soluzione alla chiusura degli Opg. Io penso che la prima motivazione risieda nella mancata volontà politica, da collocare in un quadro economico certamente di enorme difficoltà. In questo contesto è necessario che gli enti – in questo caso quello regionale – procedano ad individuare delle priorità. Il destino dei poveri cristi che stanno negli Opg, a mio avviso, doveva essere una di queste priorità. Non è stata considerata tale, quindi è una questione di merito, di scelte politiche in relazione alle sofferenze sociali che la crisi economica non solo riproduce e perpetua, ma anche allarga e radicalizza.

In Italia sono circa 1400 le persone rinchiuse negli Opg. Cosa succede a coloro che vivono l’internamento ogni volta che la chiusura viene rinviata?
La situazione, nella sua dimensione tragica, è molto semplice. I vecchi Opg, in stato disastroso, continueranno a essere attivi e quindi a riprodurre una condizione di inciviltà giuridica e di mortificazione della dignità di quanti vi sono internati.
È una situazione che il capo dello Stato definì un orrore, già due anni fa. In questi due anni l’orrore è, se possibile, ulteriormente precipitato; e nei prossimi mesi, i 12 previsti dal rinvio, i rischio è che l’orrore degeneri ulteriormente. Siamo in presenza di una situazione che non può far altro che diventare ancora più crudele e inumana.

L’alternativa agli Opg proposta dalla legge 9/2012 è di fatto la nascita dei mini Opg regionali. Poco più di un cambio di nomenclature. Quali proposte alternative sono auspicabili, nel rispetto dello spirito della Legge Basaglia e della dignità delle persone detenute con gravi problemi psichici?
Esclusi coloro che risiedono nelle case lavoro, negli Opg si trovano oggi circa 1200 internati, ma la cifra è tuttora incerta . Tra questi vi è una quota – forse maggioritaria – costituita da persone che la magistratura di sorveglianza ha già definito “non socialmente pericolose”. Per queste persone la permanenza negli Opg non è necessaria, perché ne è decaduta la ragione fondamentale: la pericolosità sociale, appunto. Ma all’esterno dell’Opg, nella società, nel territorio, nella vita collettiva non esistono strutture che forniscano cura, tutela e assistenza, in grado di accoglierli. E dunque continuano l’internamento.
Si tratta di persone che rimangono in Opg contro quanto disposto dalla legge. Cioè in una condizione di illegalità.
Poi ci sono le persone ritenute tuttora socialmente pericolose dalla magistratura di sorveglianza. Per costoro la legge immaginava quelli che sono stati definiti mini Opg. Qui bisogna intendersi, perché, che sia un Opg che rinnova l’infausta memoria del passato, lo determina la qualità della struttura e le funzioni cui assolve. Perché se, infatti, quel mini Opg regionale conserva una prevalente funzione custodiale, non risolve in alcun modo il problema, riproducendolo e perpetuandolo. La funzione custodiale, secondo la nuova norma, deve essere in ogni caso integrata, ma soprattutto sovradeterminata dalla prima e vera funzione, quella di assistenza e cura. Si tratterebbe di strutture sorvegliate, ma prevalentemente dedicate a cura, assistenza, terapia, rieducazione, intervento psicologico e recupero sociale. È questo fa la differenza, non le dimensioni.

Sul tema del carcere Lei si spende da anni, in politica, nell’ambito sociale e culturale. Nei primi giorni della nuova legislatura si è impegnato in prima persona depositando tre DDL sull’introduzione del reato di tortura nel codice penale, il “numero chiuso” la concessione dell’amnistia e dell’indulto. Nodi che affrontano questioni più vaste ma che comprendono anche le condizioni dei detenuti con problemi psichiatrici. Dopo che saranno rese pubbliche le motivazioni del rinvio, sarà presentato un disegno di legge ad hoc per gli Opg?
Parlo per me: la questione non è semplicissima. Il mio orientamento sarebbe quello di rinnovare e implementare la legge attuale (9/2012) che è una legge condivisibile e che andrebbe applicata con la massima attenzione e tempestività. Il vero problema è finanziare questa legge e attuare quel coordinamento tra la conferenza Stato-Regioni e a i diversi assessorati regionali alla sanità, in modo che possano programmare e sottoporre progetti precisi e dettagliati a una commissione unitaria. Stiamo parlando di sei Opg, non di 206 carceri! Stiamo parlando di 1200 persone non di 66.000. Possibile che l’Italia, un paese di 60 milioni di abitanti, non riesca ad affrontare la condizione di un numero così contenuto di persone che hanno problemi di salute mentale? Questa è la mia domanda. Quindi io penso che il primo passo sia applicare quella legge, concretizzarla, tradurla in atti e strutture e servizi.

Il neo presidente della Camera Laura Boldrini ha espresso pochi giorni fa durante la trasmissione “Che tempo che fa” la necessità di trovare quanto prima una soluzione al problema carcerario. Quanto questa battaglia per la dignità degli esseri umani è compresa dalla generalità dei cittadini?
Direi: quasi per niente. Quello che l’Italia sia la culla del diritto è un dato storico-letterario, che i decenni successivi hanno provveduto a scolorire, fino a rimuovere. Oggi l’Italia è un paese dove i principi del garantismo sono fragilissimi. Prevale una concezione, che definirei sostanzialmente vendicativa, dell’amministrazione della giustizia e dell’esecuzione della pena. Un’idea solo ed esclusivamente risarcitoria, legata a un diffuso sentimento di rivalsa sociale, dove quanto previsto dall’art. 27 della Costituzione (il fine di rieducazione e di integrazione sociale del condannato)viene considerato un lusso che non possiamo permetterci. Per capirci, il carcere costituisce il luogo della rimozione. La collettività vuole cancellare il carcere dalla propria vista. Non a caso tutti i nuovi istituti vengono realizzati fuori dalle mura cittadine, lontano dallo sguardo pubblico. Si vuole cancellare la presenza di ciò che il carcere evoca: il luogo dove si ritiene venga rinchiuso e recluso il male. Per questo penso che alla coscienza nazionale sfugga la percezione di come l’esecuzione della pena in Italia sia sostanzialmente, nella gran parte dei casi, una pratica inumana e degradante.

E come si può favorire un’attenzione generale dell’opinione pubblica su questo tema?
Per invertire la tendenza c’è bisogno di cultura. Fare per esempio, con umiltà, quello che stiamo facendo noi adesso, che è piccolissima cosa e tuttavia non inutile. Parlarne con grande franchezza, senza retorica e senza pietismo, senza enfasi e senza sentimentalismo. In altre parole, un discorso che riguarda e interroga tutti: sulla dignità e sulla possibilità di emancipazione per ogni individuo che cada- dunque per ciascuno di noi- e per la sua residua speranza di potersi rialzare.

(toni castellano)



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