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La violenza sulle donne? Nasce dal “modello unico femminile”

25 Nov La violenza sulle donne? Nasce dal “modello unico femminile”

lorella_zanardoSono 119 le donne uccise nel 2009 in Italia, 115 già solo fino a ottobre 2010. Una violenza in crescita, il cui record spetta al Nord con il 57% delle vittime. Bastano questi dati a sottolineare il significato del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Accanto alla violenza psicologica, fisica, sessuale, esiste però una violenza culturale. Ne abbiamo parlato con Lorella Zanardo, autrice del documentario Il corpo delle donne.

Quando si parla di violenza sulle donne ci si riferisce soprattutto a una violenza di tipo fisico o psicologico, mentre quasi mai ci si sofferma su quella culturale. Nel suo documentario, invece, questa violenza, che viene esercitata in modo sottile e perverso, emerge con chiarezza. Che cosa l’ha resa possibile?
La distrazione: è questa una delle nostre più grandi colpe. Per trent’anni non siamo stati attenti rispetto all’orientamento dei media. In particolare la televisione, privata ma soprattutto pubblica, che avrebbe doveri maggiori nei confronti dei cittadini, ha potuto agire indisturbata. Col nostro consenso silenzioso. Troppo spesso chi aveva i mezzi per poter fare una critica e fermare questa deriva non lo ha fatto, e quindi da trent’anni abbiamo cinque reti, due Rai e tre Mediaset, che mandano in onda il “modello unico femminile”, cioè un modello di donna oggettivato. E con un oggetto, si sa, si può fare quel che si vuole.  Ovviamente questo silenzio-assenso ha avuto conseguenze pesantissime sulla società e sulla cultura…

Le lotte compiute dalle femministe negli anni 70 in termini di ribellione agli stereotipi, costruzione di una nuova identità, fondazione di una scuola precisa di pensiero (la filosofia di Luisa Muraro o Adriana Cavarero, ad esempio) sembrano, guardando le immagini de “Il corpo delle donne”, lontane anni luce. Come immagina un “femminismo” oggi? Che tipo di racconto e di rappresentazione potrebbe avere, posto che sia plausibile?
Le giovani donne fanno fatica, oggi, ad accogliere i cosiddetti “ismi”. Io credo che tutte noi dobbiamo moltissimo al movimento femminista, senza le cui lotte ora saremmo certamente diverse, in peggio. Moltissime ragazze sono però piene di stereotipi, peraltro davvero superficiali, nei confronti delle femministe e verso quella che è stata la loro storia. Nelle scuole o nelle Università mi chiedono: «Ma scusi, lei è femminista? Perché le femministe – mi spiegano – non ci piacciono, non hanno “apparenza femminile”, non si truccano, non mettono i tacchi e odiano gli uomini». Ecco, al di là di questi stereotipi, sarebbe importante lavorare su cosa abbia davvero voluto dire essere femministe, così da cominciare un recupero culturale delle lotte degli anni 70. Oltre a questo, però, oggi le ragazze vogliono altro, chiedono una cittadinanza attiva, chiedono diritto di partecipazione senza parlare di “femminismo” in senso stretto quanto piuttosto di diritti delle persone, uomini e donne. L’altro giorno, guardando la trasmissione di Fazio e Saviano, sorridevo amaramente: dopo molte proteste noi donne della rete (Lorella Zanardo ha un sito molto frequentato, www.ilcorpodelledonne.net, ndr) siamo riuscite a convincere gli autori a invitare finalmente qualche donna nel programma. Peccato però che, ancora una volta, le donne siano state relegate a parlare di loro stesse, dei problemi del “femminile”. Vorremmo invece iniziare a parlare finalmente anche di altro, dei temi che riguardano tutta la società, anche perché siamo la maggioranza, non la minoranza.

Una (ri)conquista della dignità femminile può prescindere dalle battaglie per i diritti delle donne immigrate? O magari questa lotta comune, pur coniugata su modalità e questioni diverse, può essere una delle chiavi di volta?
Rispetto a questo ho qualche dubbio. Almeno quanto alla tempistica. Prima di tutto credo infatti che sia urgente che noi donne italiane conquistiamo i nostri diritti fondamentali e cominciamo finalmente ad avere potere e autorevolezza nelle decisioni politiche. Appena avremo ottenuto questo, allora sì che potremo e anzi dovremo, come prima cosa, occuparci dei diritti delle donne immigrate. Ma ora il rischio è che ce ne occupiamo senza che le nostre decisioni possano avere un peso effettivo. È difficile che ci consentano di costruire diritti per le donne immigrate quando non ci viene lasciato nessuno spazio di parola né di azione. In Italia tantissime ragazze e donne, soprattutto straniere, muoiono ancora per le terribili, brutali violenze che subiscono e certo questi dati ci interpellano e ci chiamano a muoverci. Ma ora non abbiamo potere quasi su nulla, abbiamo bisogno di ottenere l’autorevolezza necessaria per far sentire la nostra voce, anche in questo senso.

Finché alle donne non verrà garantita la possibilità di un lavoro decente, il diritto alla maternità, una via alternativa al precariato che non sia quella di sposarsi un uomo ricco, come ha detto con umorismo inopportuno il nostro premier, le cosiddette “scorciatoie” saranno sempre più appetibili. Non crede che la questione del femminile debba saldarsi a quella dei diritti sociali? E in cosa, rispetto a questo, la politica è in ritardo?
La nostra deve essere essenzialmente una battaglia per i diritti. Anche, e soprattutto, quelli sociali e politici. La partecipazione delle donne alla vita politica oggi viene relegata ai ministeri delle Pari opportunità, o al massimo a quelli senza portafoglio. Credo invece che sia urgente chiedere diritto di parola su tutta la gestione della società. Oggi più che mai serve che lo sguardo del femminile tocchi l’amministrazione della cosa pubblica, da quella comunale a quella del governo centrale, dai temi della sanità, della viabilità, dell’economia, fino alla cultura. «Essere due», come dice Luce Irigaray, passare a un soggetto doppio, avere un duplice sguardo, maschile e femminile, su tutto quello che riguarda la gestione della cosa pubblica: questo è il vero cambiamento cui siamo chiamate.

Qual è stato lo scarto, nel tempo, tra l’uso del trucco, una pratica antichissima, e le maschere chirurgiche di cui oggi le donne si servono per trasformarsi e così bloccare l’invecchiamento del proprio volto? Quanto di autodistruttivo c’è in questa dinamica?
Le donne si sono sempre truccate, il loro era un nascondimento, è vero, ma parziale e temporaneo. La chirurgia estetica invece è per sempre. E, come mi ricordava qualche giorno fa una migrante, “la vostra chirurgia estetica è come un burqa di carne”. Ecco, questa mi è sembrata una definizione molto pertinente, anche se devastante. Abbiamo lasciato che i media prendessero un potere totale sulla nostra fragilità. Il video de “Il corpo delle donne” ci viene soprattutto richiesto dalle associazioni di psicologi che si occupano di disturbi alimentari, come anoressia e bulimia: le immagini che la tv propone ci hanno reso schiave, appunto, fragili. Come si può pensare di avere 14-15 anni ed essere così forti da riuscire a opporre resistenza a quella che è l’immagine unica? I nostri schermi oggi propongono quasi esclusivamente donne giovani, anche sotto i 40 anni, con il volto chirurgicamente modificato. La mia non è una crociata contro la chirurgia, anzi credo che ciascuno abbia il diritto di rifarsi come vuole. Io critico piuttosto la rappresentazione: una televisione, soprattutto se pubblica, che manda in onda solo immagini di donne adulte chirurgicamente modificate, crea debolezza, insicurezza, cresce ragazze che, in mancanza di mezzi culturali e autostima, faranno di tutto per assomigliare all’immagine che viene proposta come vincente.

C’è stato un periodo, alla fine degli anni Settanta, in cui nella cultura giovanile il tema del desiderio veniva espresso in una forma liberante, a suo modo sovversiva. Poi il desiderio è diventato merce, oggetto di mercato. È possibile, e in che modo, riguadagnare una relazione che riesca a recuperare l’autenticità dei rapporti, anche dal punto di vista del desiderio? Si può ancora provare meraviglia per qualcosa che è stato così ampiamente codificato e programmato?
Certo che si può fare, si deve. Ma bisogna avere la forza e la voglia di lottare, di fare fatica. Quello su cui “Il corpo delle donne” sta lavorando è l’innalzamento del livello di consapevolezza: credo sia fondamentale riprendere a fare militanza, portare in giro nelle scuole, nelle associazioni questi temi. Negli ultimi trent’anni l’avvento dell’economia neoliberista ha portato a vederci tutti come consumatori, più che come persone. E come consumatori adempiamo meglio al nostro ruolo se veniamo resi fragili: anche il desiderio, in  quest’ottica, è stato imbrigliato, impoverito. Come ripetiamo sempre nelle scuole, le immagini delle ragazze in tv non hanno nulla di liberato, anzi. La soubrette messa sotto al tavolo in una gabbia di plexiglas è emblematica di dove sia andata a finire la nostra liberazione. In mutande, tacchi a spillo o a quattro zampe sotto a un tavolo non andiamo tanto lontano. Ecco cosa è successo: impossessandosi del nostro desiderio ci hanno reso consumatrici più “conformi”. A questo stato di cose, naturalmente, siamo chiamati a dire basta, per riprendere possesso anche di una nuova dimensione di desiderio e relazione affettiva. Troppo spesso però io vedo un Paese impigrito, che ha perso la fiducia in se stesso. Eppure, attraverso una protesta civile ma forte, insieme alle altre donne della rete siamo riuscite a fare molte cose buone, tra cui il blocco di molte campagne pubblicitarie offensive o lesive della nostra dignità. Bisogna soltanto riacquistare fiducia nelle nostre capacità. Una bella frase degli anni 70 diceva: “Volevano cambiare il mondo, facevano politica”. Ecco, dobbiamo tornare a fare politica in questo senso, una politica lontana dai partiti ma vicina alla vita, alle vicende e alle storie delle persone.

(federica grandis)



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