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Le mafie nel piatto

15 Sep Le mafie nel piatto

ultimacenaAlimenti, complicità, malaffare, una valanga di soldi. Alla cabina di regia la camorra, capace di gestire il mercato agroalimentare in Campania, ma non solo. Decidono prezzi, quali generi e dove distribuirli. Alterano quindi i meccanismi di un mercato tutt’altro che libero. Una realtà ben raccontata da Peppe Ruggiero, giornalista e autore di Biùtiful Cauntri, con un libro inchiesta dal titolo L’ultima cena (Verdenero), uscito ieri nelle librerie.
Luigi Ciotti ne firma la prefazione, che riportiamo integralmente.

Mi fa piacere presentare queste pagine perché le so frutto di una ricerca attenta, documentata, approfondita. Di quella passione che ha sempre guidato Peppe Ruggiero nell’impegno con Legambiente e con Libera, della sua determinazione nel denunciare le cose che non vanno per suscitare nella gente il desiderio di cambiarle.
Le notizie che ci vengono dal mondo dell’illegalità e del crimine suscitano in generale allarme e disgusto. Ma queste pagine sono tanto più inquietanti perché vanno a scavare dentro un tema che siamo abituati a considerare leggero, o comunque “innocuo”: quello del cibo. Raccolgono dati e storie allarmanti nella loro “normalità”. Perché qui non si parla di sequestri e omicidi, né di traffici di droga o armi, e neppure della mafia trasversale dei “colletti bianchi”, quella degli appalti, delle grandi operazioni finanziarie e del riciclaggio. Si racconta invece una mafia che bussa direttamente alle nostre porte, entra nelle nostre case, nella nostra quotidianità. Quella “mafia” che “si aggiunge un posto a tavola”, non invitata, per “mangiare” alle nostre spalle, speculando su ciò che abbiamo di più necessario, ciò di cui nessuno può fare a meno: il cibo, appunto.
Seguendo Peppe nel suo insolito tour enogastronomico, scopriamo che può esserci un fondo d’illegalità nel caffè che gustiamo al bar, un retrogusto di truffa nei nostri pranzi di famiglia, un ingrediente indigesto nella pizza condivisa con gli amici. Scopriamo che le mafie “ce la danno a bere” – e a mangiare – grazie a infiltrazioni profonde e consolidate in vari comparti del settore agroalimentare. E che a tutto questo come consumatori paghiamo un prezzo doppio: in termini di soldi – perché il prezzo delle merci sale per assicurare un margine di interesse a più persone – e soprattutto in termini di salute.
Sono tanti i prodotti alimentari che “puzzano” d’illegalità e di mafia. Il libro si sofferma su alcuni casi, tutti smascherati grazie al tenace lavoro delle forze di polizia e della magistratura. Dai forni abusivi dove si cuoce il pane bruciando legna trattata con vernici e sostanze tossiche, al pesce e ai frutti di mare pescati in zone e con metodi proibiti, conservati in modo inadeguato ma poi venduti comunque a cifre altissime nei negozi e sulle bancarelle. Dalla carne di animali infetti o dopati con farmaci pericolosi alle mozzarelle di bufala contaminate dalla diossina. Tutti prodotti sui quali i boss, senza nessuno scrupolo, lucrano ad ogni passaggio: la produzione, la distribuzione e la vendita. A volte avvalendosi della complicità proprio di chi sulla qualità di quelle merci dovrebbe vigilare – laboratori di analisi, veterinari – ma per avere la sua fetta di guadagno è disposto a chiudere un occhio o addirittura partecipare attivamente alla truffa. E approfittando anche dell’omertà di commercianti che, per convenienza o in molti casi per paura, sottostanno alle pressioni dei boss fino a consentire l’instaurarsi di veri e propri monopoli criminali su certi beni.
Speculano, le mafie, sui beni di prima necessità come sui prodotti più pregiati, sulle “eccellenze” dei territori. Tanto sanno che quei prodotti scadenti, adulterati, avvelenati sulle loro tavole non arriveranno mai. Perché loro ci stanno attenti, si trattano bene. Loro si procurano merce di prima qualità, facendosela recapitare perfino in carcere, come ci ricorda Peppe. E intanto investono anche nella ristorazione: sulla base delle recenti inchieste e dei sequestri di beni, si è stimato in almeno 5.000 i locali nelle mani della criminalità, fra ristoranti, pizzerie, bar, intestati perlopiù a prestanome e usati come copertura per riciclare i soldi sporchi.
Questo è insomma un libro “difficile da digerire”, ma che deve essere letto. Anche per stimolare una riflessione su come sia possibile sottrarsi a questi giochi criminali senza limitarsi a incrociare le dita ogni volta che facciamo la spesa, augurandoci che ciò che portiamo a casa non provenga da circuiti illeciti. L’alternativa di fatto già esiste. E lo sa bene Peppe, che dopo tanti “bocconi” amari, alla fine per dessert ci serve la speranza. Una speranza che ha il gusto di prodotti ispirati a logiche completamente diverse: non gli appetiti insaziabili delle mafie, ma la fame di giustizia, la sete di verità. Una speranza che si coltiva sulle terre un tempo di proprietà dei boss. Proprio lì, infatti, affondano le radici di un futuro diverso, pulito, sano, seminato e accudito nel presente dai giovani delle cooperative di “Libera Terra” sorte sui terreni confiscati. Dove l’olio, il vino, i cereali, le verdure sono prodotti coi metodi dell’agricoltura biologica, a sottolineare che la salute delle persone, e della natura, è più importante del profitto.
Sta a noi rafforzare questi percorsi, sostenere, attraverso le nostre scelte di consumo, questo diverso modo di intendere la produzione alimentare. Non solo per salvarci da ogni rischio di sofisticazione, contraffazione e speculazione sul cibo, ma anche per contribuire all’affermarsi di circuiti economici più equi, rispettosi dei diritti dei lavoratori e dell’integrità dell’ambiente, capaci di produrre uno sviluppo tanto materiale quanto sociale per i territori. Praticare un consumo critico e consapevole vuol dire informarsi, assumersi la responsabilità di acquistare prodotti “buoni” anche dal punto di vista etico. Che non siano legati a forme di sfruttamento delle persone – come è ad esempio il caso di tanti lavoratori migranti schiavizzati nelle nostre campagne – e neppure pagati al prezzo della loro dignità, sottomessa al ricatto del pizzo. E ancora, dobbiamo richiamare le responsabilità della politica, sollecitare meccanismi di controllo più efficaci sulla qualità di ciò che mangiamo, certificazioni che restituiscano trasparenza a tutto il processo produttivo.
Cambiare, come sempre, non è semplice e nessuno ha la “ricetta” in tasca, ma le ricette riportate in fondo a queste pagine mi sembra ci offrano già ottimi spunti. Provatele: saranno uno squisito antipasto d’impegno! Quell’impegno che più di tutto dà sostanza e sapore alla vita.

(don luigi ciotti)



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