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Le tasche vuote dei lavoratori

28 Sep Le tasche vuote dei lavoratori

 

operaiNegli ultimi dieci anni oltre 5mila euro di reddito persi per i lavoratori dipendenti, che hanno visto diminuire il proprio potere d’acquisto fino a toccare la soglia della povertà. Parlano Bertinotti, Landini, Airaudo.

Salari a picco nel mezzo della crisi economica. Il nuovo monito sul crescente impoverimento del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti arriva dal rapporto Ires-Cgil, che ha analizzato i redditi degli ultimi dieci anni nel nostro Paese. Il risultato è che dal 2000 ad oggi, tra il significativo innalzamento del costo della vita prodotto dalla crisi e il progressivo aumento dell’inflazione, sono scivolati via dalle tasche di impiegati e operai ben 5.453 euro: «Questi dati – afferma Fausto Bertinotti a margine del convegno “Democrazia e rappresentanza a trent’anni dalla sconfitta sindacale alla Fiat” tenuto a Torino nella sede del Gruppo Abele – mettono in evidenza un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti. Nel 1974-75 le retribuzioni italiane erano le più alte d’Europa, oggi le più basse. In un quarto di secolo abbiamo assistito alla redistribuzione della ricchezza a totale sfavore del lavoro dipendente. Una chiara emergenza del nostro Paese, denunciata a più riprese non solo dall’Ires, ma recentemente anche dall’Ocse. Eppure l’agenda politica non viene minimamente intaccata dall’evidenza di questo problema e al tavolo di contrattazione tra industria e sindacato, dopo che si è fatto un accordo separato sul sistema di relazioni sindacali e un accordo sindacale separato per i metalmeccanici, si discute sull’architettura contrattuale, anziché di salari».
Ad impoverire i lavoratori, oltre all’abbattimento del monte salariale, si aggiunge l’aumento della pressione fiscale sul reddito da lavoro dipendente, che nel decennio di indagine è cresciuto di oltre il 13 per cento al netto dell’inflazione: «Gli interventi di detassazione sono necessari, ma sul contratto nazionale e non su quello aziendale» sottolinea il segretario Fiom Maurizio Landini, il quale indica una serie di misure urgenti per uscire dalla crisi: «Per quanto riguarda gli interventi del Governo – afferma – si rende necessaria una riforma fiscale che abbassi la pressione su lavoratori dipendenti e pensionati, senza dimenticare la lotta all’evasione, molto diffusa nel nostro Paese». La ricetta per la risalita non è semplice e coinvolge anche la legislazione sugli appalti: «La destrutturazione del sistema industriale è stata favorita da leggi che hanno permesso appalti e subappalti ad aziende e cooperative senza un sistema di controlli efficiente. Questo modus operandi ha consentito di abbassare gli stipendi, favorire la competizione sulla riduzione dei diritti dei lavoratori e anche l’irregolarità, dal lavoro nero al riciclo di denaro, all’infiltrazione di attività mafiose e malavitose». Dal punto di vista sindacale, la via d’uscita secondo il leader della Fiom è quella di ridurre la precarietà e le tipologie contrattuali oggi esistenti in Italia (un numero sproporzionato rispetto al resto d’Europa) e ridistribuire la ricchezza attraverso una contrattazione nazionale dei salari. Una partita ardua per il mondo sindacale, impegnato da un lato a recuperare la base dei lavoratori, oggi sempre più distante e sfiduciata, e dall’altro a contrattare con le imprese in un momento di crisi dell’occupazione: «Il sindacato deve tornare a rappresentare i lavoratori – riflette Giorgio Airaudo, segretario provinciale Fiom Torino – riconquistare la loro fiducia attraverso un’azione concreta di redistribuzione della ricchezza. Negli ultimi anni troppi soldi sono andati alla rendita e ai profitti delle imprese e troppo pochi al lavoro. Nella lotta per la riconquista del potere salariale, attraverso una contrattazione che non sia ostaggio delle imprese, ma parte in causa nella discussione, sta il punto di svolta per superare la crisi di rappresentanza sindacale e dei redditi dei dipendenti».



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