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L’integrazione si fa ‘strada’

03 Nov L’integrazione si fa ‘strada’

pianoggiovaniIl Gruppo Abele è nato sulla strada, e sin dai suoi primi anni di vita si è occupato degli adolescenti. Se prima erano soprattutto i ragazzi che a Torino arrivavano dal Sud Italia ad avere difficoltà di integrazione, oggi sono i giovani migranti stranieri a vivere spesso in solitudine e clandestinità, esposti a rischi che sulla strada sono ordinari.
Accanto a quelli dei migranti, nelle periferie metropolitane, compaiono sempre più spesso anche “nuovi” segnali di disagio dei giovani italiani. Nel 2008, a Torino nei quartieri di Madonna di Campagna, Borgo Vittoria, San Paolo, ha mosso i suoi primi passi il progetto “La strada come luogo educativo”, finanziato dalla Fondazione CRT e animato dagli operatori e dai mediatori culturali del Piano Giovani del Gruppo Abele. Un modo per favorire l’incontro con e tra ragazzi stranieri che frequentano parchi, piazze e spazi aperti della città, tramite lo sport e il gioco. Nel 2010 è arrivato poi il programma “Nuove biografie familiari, nuovi contesti educativi”, attività di strada con particolare attenzione al contatto e alla conoscenza delle famiglie dei ragazzi migranti per sostenerle e orientarle nel modello educativo italiano. In questi giorni il Piano Giovani del Gruppo Abele ha pubblicato “Io non sono una cosa sola. Il lavoro educativo in strada con adolescenti di origine straniera”, testo che racconta da vicino i progetti in atto sulla strada. A spiegarci il perché di questa idea sono Stefano Zanotto, Diego Gallea, Cristina Govor e Sadjia Bendou; operatori e interpreti culturali del Piano Giovani. Il libro è in distribuzione gratuita e si può richiedere scrivendo a giovani@gruppoabele.org o telefonando allo 0113841060.

Come nasce il progetto di questo libro?  Qual è il senso del racconto delle storie che incontrate?
Questo libro è la conclusione del progetto sviluppato con la fondazione Crt, iniziato a gennaio 2010 e terminato a luglio 2011. Il senso è quello di dare visibilità alle storie e ai vissuti dei ragazzi e offrire uno strumento di analisi sul lavoro educativo per gli operatori del settore. Ogni capitolo prevede infatti una parte più narrativa e una più teorica-esplicativa.

Chi è l’operatore di strada? Come si può “educare” in un contesto come questo?
L’operatore di strada è una persona che si affianca alle altre persone che vivono la strada. Sa di doversi sedere su panchine che sono di altri, sa che nei giardini in cui entra deve muoversi in punta di piedi. L’operatore, o educatore, tesse relazioni. Noi ci occupiamo di adolescenti che vivono in strada, per la maggior parte provenienti dall’Est Europa o dal Nord Africa. Con lo strumento del gioco stimoliamo i loro lati propositivi, i loro talenti. Grazie al gioco fissiamo delle regole, e facciamo in modo che loro stessi ne diventino i tutori. I ragazzi con i quali lavoriamo spesso crescono dentro a un crogiuolo di culture che mescola le problematiche tipiche di chi si incontra in un parco giochi alla coabitazione tra culture nazionali diverse: darsi regole per giocare un torneo di ping pong tenendo conto del mese del ramadam, solo per fare un esempio.
Educare in questo contesto significa dunque mettersi accanto a questi ragazzi, comprendere le difficoltà dell’inserimento in una diversa società e anche confrontarsi con i luoghi comuni che il paese che li accoglie mette in atto: insomma vuol dire con-vivere, vivere insieme.

Spesso vi trovate a lavorare con adolescenti “in bilico tra culture diverse”, quella italiana e quella di appartenenza. Quali sono i modelli di identificazione con la società di arrivo e come vivono, i giovani che incontrate, la memoria della cultura d’origine?
Più che ‘memoria’ è una parte di loro, indefinita ma consistente. Incontriamo ragazzini che provengono da diverse parti del mondo, anche italiani. Il titolo di questo libro spiega appunto cosa sia l’identità: nessuno si sente una cosa sola. C’è il ragazzo che accoglie solo l’aspetto consumista della società occidentale, ma c’è anche quello che partecipa ad attività di volontariato al fine di integrarsi nella nuova società. C’è l’italiano che impazzisce per la cucina araba o viceversa. Per comprendere cosa significhi vivere in ‘bilico’ bisogna considerare anche quanto tempo il ragazzo ha vissuto nel suo paese prima di arrivare in Italia. Se è arrivato in età avanzata o nella prima infanzia avrà diverse ‘velocità di identificazione’. I ragazzi della seconda generazione, quelli nati in Italia da genitori migranti e che si identificano senza difficoltà, sono ancora una minoranza rispetto a quelli arrivati qui e nati altrove. Il processo di stabilizzazione delle presenze straniere è ancora in atto: molte famiglie sono ancora incomplete, non si sono ricostruite totalmente. Nel frattempo però le nuove generazioni hanno già cominciato a muoversi, adattarsi, essere parte di una società cui contribuiscono fin dalla nascita e che sentono loro.

Qual è la funzione della scuola nel processo di inclusione sociale dei giovani con cui lavorate?
Noi passiamo con i ragazzi un tempo che si potrebbe indicare come ‘doposcuola’, essendo però ben coscienti che il peso che la scuola ha nella prima integrazione del ragazzo è fondamentale. È a scuola che un giovane impara la lingua, trova i primi amici; è a scuola che si prevedono le difficoltà che incontrerà nel percorso di integrazione. Se l’esperienza a scuola è fallimentare, di seguito l’integrazione sarà tortuosa. Molto dipende certo dal carattere e dalle capacità dei ragazzi, alcuni problemi sono però imputabili alle istituzioni formative che di loro dovrebbero occuparsi. Abbiamo incontrato casi di ragazzi inseriti in classi con un’età anagrafica molto più giovane della loro, una collocazione che gli insegnanti motivano con lo scarso grado di preparazione ricevuto nelle scuole frequentate nel paese d’origine. In alcuni casi è esatto, in altri si tratta di ragazzi che devono solo imparare la lingua ma ben conoscono le altre materie. Per questi ultimi può essere degradante trovarsi con compagni di classe molto più piccoli. Altro caso è quello di giovani che, pur avendo una buona preparazione scolastica, arrivati qui sono costretti, per motivi di riconoscimento burocratico, a ripartire da zero. Il loro lavoro pregresso non viene attestato e dunque riconosciuto. Anche questo causa al ragazzo delle pressioni notevoli. Per di più va considerato che molti insegnanti – prevedendo le loro difficoltà – e molti genitori – avendo necessità finanziarie immediate – indirizzano questi ragazzi verso percorsi formativi di basso livello, poco impiego di tempo e improntati unicamente al lavoro.

Alcuni vostri ragazzi vi hanno detto di sentirsi “cittadini del mondo”. Come spiegano questa sensazione e come la raccontereste voi?
Cristina, che viene dalla Romania, risponde: “Ti dico prima quel che vuol dire per me, essendo anche io immigrata. Per me vuol dire trovare un equilibrio. Non essere troppo attaccati alla cultura d’origine e nemmeno a quella di approdo”.
Poi risponde Sadjia, che viene dall’Algeria: “Anche per me vuol dire inserirsi armonicamente nelle culture che si incontrano senza cancellare quella da cui si parte, è una sorta di viaggio. I ragazzi che ci hanno detto di sentirsi cittadini del mondo non hanno nessun problema con la cultura italiana, pur sapendo di essere nati e vissuti nei luoghi di una cultura altra”.
Infine Stefano, italiano: “Alcuni definiscono se stessi ‘marocchini, torinesi di Madonna di Campagna’. L’appartenenza alla città o al quartiere, pur essendo adolescenti e avendo avuto storie particolarissime, l’hanno già sviluppata, riconoscono con il luogo dove vivono dei forti legami”.

“Cosa penseranno di te?” è il titolo del capitolo del libro che riguarda le donne migranti e la loro emancipazione. Quanto è stato ed è ancora complesso questo processo per le ragazze che avete incontrato?
Occorre fare distinzioni rispetto alla provenienza delle ragazze. Le ragazze che conosciamo e seguiamo più da vicino vengono soprattutto dall’Est Europa e dal Nord Africa. Per quel che riguarda le ragazze dell’Est si può dire che il loro percorso di emancipazione proceda indipendentemente dal nuovo paese in cui vivono. Le donne dell’Est hanno da tempo un comportamento del tutto simile a quello delle donne dei paesi occidentali. Diversa è la situazione delle ragazze magrebine. Loro sono ancora soggette a forti restrizioni. Comportamenti emancipati sono difficilmente accettati nel paese di provenienza tanto quanto nella piccola comunità che formano qui in Italia. Per le ragazze è sicuramente pieno di ostacoli l’adattamento alla società occidentale: i rischi di ‘trasgressione’ sono moltissimi e comportano la disapprovazione della famiglia e della comunità più stretta. Per contro, non ‘trasgredire’ vuol dire in parte isolarsi e non integrarsi con le coetanee italiane. Ma la situazione sta pian piano cambiando. Il processo di adattamento ha avuto effetti, seppur spesso piccoli, anche sui genitori. E se si considera che tra poco queste ragazze diventeranno madri di altre ragazze, allora si possono facilmente prevedere nuove aperture, un nuovo futuro.

(toni castellano)



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