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Lo sport e quella sfrenata corsa al farmaco

15 Feb Lo sport e quella sfrenata corsa al farmaco

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Lamberto Gherpelli con Damiano Tommasi, presidente dell’Associazione calciatori

Morti sospette, tante. Insabbiamenti, più d’uno. Inchieste, indagini, interrogatori, processi, deposizioni, sentenze, condanne. Affari che turbinano, bilanci truccati finalizzati all’acquisto (in nero) di sostanze. Mercati a cielo aperto, altri sommersi. Scommesse, frodi e truffe. Per la serie: quando la realtà supera l’immaginazione. Perché lo sappiamo, non siamo in uno degli hard boiled di Massimo Carlotto. Qui non c’è nessun Alligatore. Eppure, anche nel mondo del calcio, che risalta sempre più per gli eventi laterali che per le imprese dei campioni, ci sono tanti coccodrilli. Cannibali per soldi prima ancora che per fama. Calciatori scommettitori, scommettitori criminali, criminali affaristi. I ruoli sono fumosi, le carte si mischiano, fino a confondersi in un unico mazzo. C’è chi si accomoda al tavolo della spartizione, c’è chi tace e c’è chi denuncia. Lamberto Gherpelli si è iscritto a quest’ultima schiera. Quella dei non arresi. Per le Edizioni Gruppo Abele, da pochi giorni, ha scritto Qualcuno corre troppo. Il lato oscuro del calcio. Lo abbiamo intervistato, per provare a riflettere insieme.

In questo calcio moderno – lo dice lei, lo diceva Zeman – qualcuno corre troppo. Così tanto che le strategie di contrasto e di controllo non riescono a stargli dietro?
Vorrei che il mondo del calcio, facesse finalmente un esame di coscienza. L’abuso di farmaci non allunga la vita e gli stessi integratori, come suggerisce il professor Vanacore dell’Istituto Superiore di Sanità, vanno assunti con moderazione. Dopo quattro anni di ricerca mi sento di rivolgere un appello ai medici sociali: “Non somministrate ai calciatori quello che voi non assumereste mai, se non in presenza di patologie”. Il calciatore, l’atleta, lo sportivo della domenica non deve diventare un potenziale malato.

In tutto il libro, lei sciorina storie e numeri che sono impietosi. Indipendentemente dal blasone della squadra e dalla categoria, in Italia il calciatore è ben lontano sia dall’icona del leale combattente, sia da quella dell’uomo in salute. Anzi, nel mondo del pallone, malattie generalmente rare come la Sla o la leucemia, raggiungono livelli anche 100 volte superiori rispetto alla media nazionale. Il tutto affinché l’atleta renda sempre e comunque al 100%. Come si ferma tutto questo?
Capire il limite oltre il quale non si può andare, convincersi che anche se leciti i farmaci vanno maneggiati con cura, affidarsi a mani coscientemente responsabili non solo dei nostri risultati sportivi, ma anche della nostra salute, sono passaggi culturali obbligatori. Difficilissimi, ma imprescindibili. Bisogna saper scegliere da che parte stare.

Lei lo spiega bene: i calciatori hanno cominciato a porsi delle domande soltanto dopo aver appeso le scarpette al chiodo. Crede che ci sia stato un input scatenante che ha consentito questa presa di coscienza?
Sì. Le morti premature di molti ex calciatori hanno fatto paura. Si è percepito che il pericolo era reale e non ascrivibile solamente ad una tragica fatalità o ad un destino avverso.

Nelle scuole, l’educazione fisica riveste un ruolo sempre più marginale. Di conseguenza, accade che lo sviluppo cognitivo e quello psicologico non vadano di pari passo con quello fisico. Anche a scuola, d’altronde, la competizione ha sostituito la collaborazione e, sin da piccoli, i bambini sono educati ad un agonismo sfrenato, di contrasto più che di confronto. Quanto crede che la scuola possa incidere?
Ha un ruolo fondamentale, ma spesso sono gli stessi genitori a volere fortemente un figlio campione e a pretendere che dal primo giorno impari i gesti del fuoriclasse – salvo dover fare presto i conti con un’altra realtà. E allora c’è quel padre che, con equilibrio e lungimiranza, fa provare al proprio figlio diverse pratiche sportive alla ricerca di quella che più gradisce e, di contro, quel genitore che, deluso dai risultati, lo ritira dallo sport e gli fa sentire tutta la propria delusione e quello, ancora più negativo, che costringe il ragazzino a continuare con ininterrotte richieste di performance fino a portarlo all’esaurimento e alla frustrazione. Vorrei che in tutte le scuole italiane fosse proiettato il video promosso dall’AIC (Associazione Italiana Calciatori) “Una macchina sola” per sensibilizzare i giovani sul tema dei danni provocati dall’ipermedicalizzazione.

(piero ferrante)



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