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Lo sport, una dimensione culturale e spirituale

30 Jan Lo sport, una dimensione culturale e spirituale

maria_Aiello_300x304“Dedico questa mia opera soprattutto ai giovani smarriti di fronte all’incertezza del futuro, con la convinzione che la conoscenza e la pratica dello sport aiutino a scoprirne i veri valori come impulso a giocare la partita dell’avvenire”. Basta leggere questa frase, queste che sono le prime parole con cui Maria Aiello, sottoforma di dedica, apre “Il tempo dello sport” (libro pubblicato dalle Edizioni Gruppo Abele), per spiegare il perché, oggi, possa essere importante raccontare la storia dello sport. Un lungo viaggio attraverso i secoli e le discipline, dalla Grecia antica e fino a noi, che aiuta a conoscere ma soprattutto a riflettere. Avvocato, studiosa di storia dello sport, sportiva prima come atleta e poi come dirigente, docente di Diritto e gestione dello sport presso l’UnieCampus, la Aiello ha risposto alle nostre domande, provando a tracciare con noi una chiave interpretativa di alcuni dei temi fondamentali racchiusi nel suo libro.

Sport: dilettantismo o professionismo? Ricompensa morale o economica? Il mondo delle discipline sportive si è da sempre interrogato su questo dilemma. Ce lo riassume?
Su questa domanda si potrebbe disquisire a lungo. Anzitutto non sembra corretto, anche alla luce delle fonti, ritenere che nell’antica Grecia le diverse discipline agonistiche (oggi sportive) venissero praticate a livello di dilettantismo puro. Tuttavia forme di dilettantismo riguardavano per lo più gli atleti aristocratici, ma non certo la totalità degli atleti che erano invece prevalentemente dei professionisti e che godevano di numerosi benefici fiscali e di diversi privilegi oltre a percepire premi in danaro. Quanto poi alla ricompensa morale, ai vincitori venivano tributati onori contingenti (trionfi al rientro in patria) e duraturi (statue, poesia, ecc.). Sappiamo che nel VI sec. a.C. Senofane di Colofone “lamentava che le poleis stanziassero più denaro per gli atleti che non per i filosofi” (come oggi si stanziano più risorse per un “calciatore” che non per uno scienziato). Nell’antica Grecia vi erano atleti di punta di origine modesta che potevano essere considerati veri professionisti in quanto traevano dai premi e dalle sponsorizzazioni pubbliche e private la loro fonte di guadagno. Nel medioevo la corresponsione al vincitore dei premi in danaro era ritenuta lecita. E’ però con De Coubertin alla fine del XIX sec. che si afferma l’idea dell’atleta dilettante, come lo stesso vocabolo di recente formazione linguistica sta a testimoniare. De Coubertin aveva dichiarato di rifarsi al modello dell’antica Grecia, ma lo fece con un voluto fraintendimento. Egli proponeva un modello di atleta dilettante, disinteressato, avulso dalle logiche di mercato. In tal modo però il fondatore delle odierne olimpiadi esprimeva una concezione elitaria dello sport, appannaggio solo del gentleman e non già del ceto più umile. De Coubertin inoltre propugnava il modello del dilettantismo rintracciando un nobile antesignano nell’antica Grecia “manipolando così la realtà storica con un implicito intento politico di carattere conservatore”. Comunque progressivamente il vincolo del dilettantismo è stato in buona misura superato ed in ciò possiamo cogliere un risvolto positivo in quanto a questa stregua lo sport, anche ai massimi livelli, si è aperto a tutti. Ora, che molti atleti di punta siano dei lavoratori, di per sé non è deleterio dal momento che in tal modo si offre a persone di talento l’opportunità di emergere. Tuttavia si può intravedere un rischio altissimo quando la sete di danaro diventa l’unico fine dell’atleta facendo venire meno l’etica dello sport. Peraltro oggi questo rischio interessa tutte le attività umane quando la passione cede il posto al profitto.

Anche il concetto di “disciplina” sportiva pare superato. Quella “intransigenza” e quel rigore propri dello sportivo hanno segnato il passo a pratiche antitetiche rispetto a qualsiasi “disciplina”. Ad esempio, il doping, cui lei dedica tutto un capitolo, quello finale. E’ come se oggi non si potesse più parlare di sport senza tirare in ballo, al suo fianco, l’uso delle sostanze dopanti. Esiste, secondo lei, una forma di liberazione oppure siamo avviati verso la morte dello sport?
Per certi versi anche la pratica del doping può essere considerata come uno degli effetti negativi della rilevanza del profitto nel mondo dello sport anche se, invero, il problema si è manifestato già nelle epoche passate in relazione al puro desiderio di vittoria, tant’è vero che oggi il doping è presente addirittura tra gli atleti amatoriali. Dobbiamo comunque osservare che non tutto lo sport è contaminato dal doping e che soprattutto in questi anni si sono sviluppate numerose iniziative e attivati strumenti efficaci per contrastarlo (si pensi agli interventi realizzati recentemente nel ciclismo con l’applicazione di sanzioni severe e la moltiplicazione di controlli più sofisticati). Non credo che si possa paventare una “morte” dello sport a causa del doping. Il doping resta certamente un problema che tuttavia può essere fronteggiato grazie a risposte di tipo “culturale” da parte della comunità sportiva, in particolare sollecitando l’intervento e le risposte concrete delle istituzioni chiamate a formare le fasce giovanili.

Nelle sue Memories Olympiques, De Coubertin associava cultura e sport. Oggi, questi due concetti paiono impossibili da relazionare e lo sport fa sempre più categoria a se stante. Dove ci siamo ‘persi’?
In realtà De Coubertin, più che fare dello sport una esperienza culturale, fece di esso un’esperienza di tipo politico-elitario utilizzando la dimensione culturale come “involucro” del suo ambizioso progetto. Da sempre sappiamo che lo sport è stato ed è per lo più espressione di cultura e patrimonio delle diverse civiltà, capace di esercitare su di esse una forte influenza: l’arte, la poesia, la letteratura, la musica e persino la medicina sono state e sono ancora attratte dallo sport fino a creare quasi una sorta di compenetrazione. Lo sport non è una categoria a se stante ma una componente culturale che fa parte della dimensione “spirituale – formativa” dell’individuo e della comunità in cui egli vive. Ora l’eventualità che lo sport possa diventare una realtà a se stante sembra, a mio avviso, piuttosto improbabile. Se poi si guarda solo al ruolo dell’atleta concentrato sulla preparazione tecnica e sull’attività per raggiungere il risultato e/o il record, il rischio che si perda il “contatto” con la realtà (i valori, le problematiche, la riflessione, ecc.) non sembra da escludersi. Anche da questo punto di vista ritengo importante il ruolo di chi forma e accompagna gli atleti nella propria attività.

Viceversa, sport e potere sono sempre andati e procedono a tutt’oggi, di pari passo. L’uno trae giovamento dall’altro, l’altro lustro dal primo. Cos’è una sottomissione o una sorta di ‘mecenatismo’ (spesso di Stato) cui non si riesce a fare a meno?
La domanda si può comprendere considerando il panorama italiano. Certo, storicamente in diversi contesti il potere ha “usato” lo sport per il perseguimento dei propri obbiettivi quali il prestigio e il consenso: dal panem et circenses dell’ antica Roma fino ai regimi totalitari del XX secolo peraltro questa mentalità ha riguardato soprattutto la tradizione europea, mentre, come possiamo osservare, negli Stati Uniti l’autonomia dello sport non è quasi mai stata messa in discussione dalla politica. Nella storia lo sport ha sempre cercato di rivendicare una propria dignità e autonomia e in particolare oggi questa e pare quasi rafforzarsi grazie all’esistenza di apposite organizzazioni e regole indipendenti. E’ vero, ad esempio, che i boicottaggi hanno segnato il panorama delle Olimpiadi, ma non hanno mai impedito la celebrazione dei Giochi. Ritengo che non si possa parlare di una sottomissione dello sport alle istituzioni politiche anche perché oggi queste ultime a fronte della crisi dalla quale sono affette, sentono in realtà il bisogno dello sport; infatti i grandi eventi sportivi, ad esempio, sono ambitissimi proprio perché capaci di promuovere l’immagine di un Paese e la sua economia anche se talora queste speranze si rivelano illusorie ed addirittura fallimentari (si pensi alle conseguenze dei Giochi olimpici di Atene 2004). Oggi il punto chiave sembra da rintracciare nella capacità dello sport stante la sua autonomia e la sua stessa natura, di offrire alla società-comunità e alle istituzioni valori e speranze stimolando le coscienze ed esaltando le qualità individuali.

(piero ferrante)



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