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L’ultimo saluto a Elisa Claps

04 Jul L’ultimo saluto a Elisa Claps

elisaSabato scorso Potenza ha detto addio a Elisa Claps, morta 18 anni fa, a soli 16 anni. Il corpo di Elisa è stato trovato il 17 marzo 2010 nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità e cosa sia successo davvero il 12 settembre 1993 – giorno della scomparsa e dell’omicidio della ragazza- sarà il Tribunale di Salerno a stabilirlo, nel processo che si celebrerà a partire dal prossimo 8 novembre. E che vede un unico indagato: Danilo Restivo. A salutare Elisa, sabato, c’erano migliaia di persone. A celebrare il funerale è stato don Marcello Cozzi, il responsabile di Libera Basilicata. Ecco l’omelia con la quale don Marcello ha salutato Elisa.

Ci sono momenti nei quali i nostri tempi non coincidono con i tempi di Dio.
Sono i momenti in cui ci terrorizza l’idea della rassegnazione, il pensiero di arrenderci al fato, e di stare fermi in attesa di una spiegazione. Noi, invece, abbiamo bisogno di sapere, di uscire dalle nostre case e di ribellarci al dolore soprattutto se non riusciamo a dargli un significato. Sono giorni di rabbia, di disperazione, giorni nei quali i passi diventano incerti perché incerto è l’orizzonte verso cui camminare. Ecco, in quei momenti, per una volta, vogliamo essere noi ad anticipare i passi di Dio.
Proprio come fa Marta che non accetta di farsi ingabbiare da quella cultura consolatoria che la vuole chiusa a casa a piangersi addosso, ma rompe ogni schema, lascia lì i suoi ospiti e corre incontro a quel suo Amico di cui si fida tanto, che tanto nel passato le ha riempito il cuore, soprattutto da quando ha imparato ad intravvedere nel suo sguardo non il piglio dogmatico di un Dio freddo e distante, ma il volto tenero e dolce di un Padre che ti prende per mano specialmente quando sei disorientato e quando imprechi contro il cielo perché quel cielo per te ormai è solo un contenitore vuoto. È solo a un Dio così che Marta può gridare con tutta la rabbia che ha dentro ma anche con la sfacciataggine di chi sa che può permetterselo: “Signore, intorno a me ognuno ha avuto qualcosa da dire, ma tu nel frattempo dove sei stato? Perché questo tuo silenzio? Se tu fossi stato qua tutto questo non sarebbe successo”. Quante volte Gesù lo ha sentito dire: “se tu fossi stato qua”.
Questo, oggi, è il grido sofferente della famiglia di Elisa, ed è il grido disorientato di un’intera comunità. Un grido che sintetizza tante domande: Signore, perché ad Elisa non le è stato concesso di vivere quell’esplosione di primavera che è l’adolescenza? Perché una mano omicida le ha impedito di sognare anche lei nella stagione degli amori? Perché a mamma Filomena e a papà Antonio gli è stato negato di essere i custodi di quella figlia che si affacciava alla vita? Perché Elisa non ha potuto vedere Luciano e Gildo che diventavano uomini, la loro gioia di donarsi a Irene e Caterina, ed insieme godersi l’arrivo di Sara e Federica? Signore, come è stato possibile?
Come è stato possibile stroncare la vita ad un fiore appena sbocciato e poi farlo marcire in un angolo buio come erbaccia da gettare? Come è stato possibile coprire, deviare, distogliere lo sguardo da una vita profanata in quel modo terribile? E come è stato possibile che tutto ciò avvenisse in una chiesa, Signore, la Tua chiesa?
E visto che ci siamo lascia che ti tratteniamo un po’ di più con noi. È da tanto tempo che ti aspettavamo. Quante cose abbiamo da dirti, quante amarezze confidarti, e quante domande abbiamo da farti, sperando che almeno Tu ci risponda.
Vorremmo raccontarti, per esempio, di chi in questa vicenda si è preoccupato di tutelare la propria immagine sociale piuttosto che restituire sacralità ad una vita immagine e somiglianza di Dio. Vorremmo confidarti del dolore solitario di una famiglia che troppe volte si è vista anteporre alle ragioni del proprio dolore, le ragioni di una onorabilità di casta. Vorremmo dirti di uno Stato che con le sue istituzioni è stato a volte assente, e quando c’è stato è stato indegnamente rappresentato. Vorremmo parlarti, con tanta sofferenza nel cuore, di chi ha preferito bisbigliare piuttosto che gridare, dimenticare piuttosto che mantenere sveglia l’attenzione, invocare carità e perdono contrapponendole alla giustizia, quasi come se queste parole non appartenessero, tutte, all’alfabeto del vangelo, del Tuo vangelo, e quasi come se non si completassero a vicenda, come anche Papa Benedetto ci ricorda: “il perdono non sostituisce la giustizia”. Quante volte, Signore, la prudenza e i tatticismi di ogni tipo sono state preferite alla verità, come se Tu non avessi mai detto che è la verità, solo la verità che ci fa liberi. Nient’altro.
Ma tu lo sai Signore, la verità è sempre più spesso oggetto di baratto in questo mercato delle apparenze, ostaggio di mille mediazioni e di interessi ricattatori, un manufatto vuoto e muto dinanzi al quale in troppi restiamo troppe volte tiepidi, proprio mentre ad essere spazzati via sono i fiori più belli: Elisa, Ottavia, Grazia, Anna Rosa, Heather ma anche Yara, Sarah, Melania. E anche noi, Signore, anche noi come Chiesa, quante volte ingabbiamo il tuo messaggio in un’infinità di giri di parole e preferiamo restare un passo indietro, arroccati e fermi nelle nostre dinamiche sempre più incomprensibili e fra le fredde colonne dei nostri templi, piuttosto che osare linguaggi e percorsi che ci facciano volare alto nella costruzione della speranza; ed invece, spesso, ci trasciniamo stanchi e privi di profezia. Eppure, tu ce lo hai detto con disarmante chiarezza: “non c’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio gridatelo sui tetti”. In Basilicata invece, la verità viene lasciata spesso sotto i tetti. Come è stato fatto con Elisa. Perdono, Signore, perdono.
Ci sembra di vederlo, Gesù, dinanzi al nostro sfogo. Ci sembra di vederlo dinanzi al dolore di Marta e di Maria, dinanzi a quelle parole cariche di sofferenza e che riecheggiano l’interrogativo di Ezechiele: “potranno queste ossa rivivere?”. Ci sembra di vederlo Gesù. Impietrito. Consapevole che non ci sono mai parole sufficienti a spiegare una morte, nessun tipo di morte.
Nessuna difesa d’ufficio da parte sua, nessuna retorica. Anzi, piange. Piange perché quel dolore è anche il suo, perché Lazzaro è un suo amico, ma piange anche perché la morte in qualunque modo arriva la vivi sempre come una profonda ingiustizia, una violenza ai tuoi affetti, uno strappo alla tua carne. Gesù condivide quel dolore, si pone alla sua scuola, lo accompagna, e lo accompagna fino al sepolcro. Il suo, però, non è un lamento funebre come quello di coloro che stanno intorno a quella tomba, le sue non sono lacrime di disperazione: Gesù piange per il dolore, ma non si fa schiacciare dal dolore.
No. Il problema non sono quelle due sorelle che si fermano sulla soglia di una preghiera impossibile accontentandosi di qualunque tipo di miracolo, purché si faccia; il problema non sono quei sapientoni che hanno capito tutto della vita e della morte e pensano che sia sufficiente una qualunque giaculatoria per mettere a tacere il dolore; il problema non è quando la rabbia ti spinge a vedere tutto buio e tu imprechi contro il cielo; e il problema non è neanche Lazzaro: anzi, lui già gode della pienezza di Dio. Elisa già gode della pienezza di Dio.
E allora, qui non si tratta semplicemente di rianimare un cadavere, qui la sfida a cui Gesù si sente chiamato è un’altra; è quella di Ezechiele: “sentii un rumore e vidi un movimento fra le ossa, che si accostavano l’uno all’altro… la carne cresceva e la pelle le ricopriva…”.
È la sfida di una comunità schiacciata dalla morte, e rassegnata perché intorno a sé sente solo odore di putrefazione (“Signore, già manda cattivo odore perché è di quattro giorni”); una comunità che non sa più scrutare gli orizzonti, che non sa più andare al di là di quel sepolcro, una comunità disorientata e lacerata alla quale, ora, però, bisogna ridare prospettive e restituire speranza; è questa la vera sfida.
“Togliete la pietra”, dunque, è da qui che si riparte. E’ da qui che deve riprendere un cammino interrotto. È questo il grido carico di vita del Signore: “Togliete la pietra”! Caino, fratello nostro, che hai barbaramente spezzato la vita di Elisa, togli il macigno dinanzi a quel sepolcro di menzogne e di falsità nel quale ti sei condannato a vivere per sempre, non c’è altra via che possa restituirti dignità e che ti consegni al perdono di Dio. Togliete la pietra, voi, uomini e donne senza nome ma dai nomi innumerevoli, che avete coperto e nascosto il “fuggiasco Caino”: fatevi svegliare dal ruggito del rimorso; le uniche parole che oggi abbiamo per voi sono quelle di Giovanni Paolo II: “convertitevi. Per amore di Dio convertitevi. Un giorno verrà il giudizio di Dio e dovrete rendere conto delle vostre malefatte”.
Togliete quel macigno che ha tenuto nascosta Elisa per 18 anni e fate uscire tutta la verità, perché una mezza verità significa condannare una famiglia e una comunità intera a restarci per sempre in quel sepolcro.
“Togliete la pietra”, dunque, facciamo rotolare via quei grossi macigni che in questa nostra regione nascondono ancora tanti segreti inconfessabili, usciamo dai sepolcri di esistenze in balia di troppe dipendenze clientelari, sciogliamo le bende che ci costringono in vite rassegnate a subire ciò che altri decidono per noi, spezziamo i tanti legami perversi che non ci fanno vivere liberi, da figli di Dio, usciamo dal buio etico di quel sepolcro culturale nel quale la donna è tenuta rinchiusa come bene di consumo, fragile cosa da utilizzare e poi da eliminare, o perché non serve più o perché non ha dato soddisfazione. Ed infine togliete il grande macigno della rabbia che non permette più al cuore di vedere che fuori dal sepolcro c’è una vita che ricomincia.
Non c’è sepolcro, non c’è macigno, non ci sono bende e non c’è puzza di putrefazione che possano soffocare la nostra profonda sete di  libertà, di dignità, di verità, di giustizia, di Dio.
Ma abbiamo bisogno di voi, cari giovani; Elisa aveva solo 16 anni, l’età di molti di voi in questa piazza. L’età dei sogni e delle ultime ingenuità, l’età delle speranze e delle prime delusioni, l’età nella quale ti porti il cielo negli occhi e la terra ti appartiene tutta, l’età nella quale senti scorrere impetuoso nelle vene il sangue della libertà. Questa comunità non può fare a meno di voi: fateci correre sulle vostre gambe veloci, perché il nostro passo è diventato pesante, prestateci i colori dei vostri sogni perché il nostro mondo sta diventando grigio, metteteci sulle labbra le vostre parole perché le nostre bocche sono sempre più tiepide, e riempiteci dei vostri slanci appassionati perché noi ci andiamo trascinando in troppi compromessi e le nostre mani non poche volte stringono mani sporche. È vero, ci vedete sempre più lontani, i nostri mondi sono spesso distanti dai vostri, non riusciamo più a trasmettervi speranza, i sogni hanno lasciato spazio alle fredde pianificazioni, ma credeteci, anche noi abbiamo tanta sete di libertà, un’enorme fame di verità e una grande nostalgia di bellezza e di futuro.
Mamma Filomena, c’è un giardino in cielo dove il Padreterno pianta quei fiori che in terra vengono spezzati troppo presto; lo ha affidato alla cura premurosa ed attenta di Maria, la mamma di Gesù: solo chi ha pianto sotto la croce del proprio figlio può capire il dolore di chi si è visto strappare dal proprio giardino il fiore più bello. Quando quel giorno Elisa arrivò sulla soglia di quel giardino, ad accoglierla trovò proprio lei. Maria la vide sola, fragile, smarrita, ed allora la prese per mano e la fece entrare. È bello immaginare che il primo pensiero di Elisa è stato per te: avrà raccontato a Maria delle vostre interminabili chiacchierate nella cucina di casa, le avrà fatto vedere con un pizzico di orgoglio quella maglia che poco tempo prima le avevi intrecciata ai ferri, le avrà confidato che lei era la pupilla degli occhi di papà Antonio e con un sorriso dispettoso le avrà detto degli innumerevoli scherzi e delle tante litigate con Gildo e Luciano. Poi, ad un certo punto, a Maria non le sarà sfuggito quel velo calato all’improvviso sugli occhi di Elisa, quella sua preoccupazione per voi che la cercavate dappertutto, e allora l’avrà stretta forte al suo petto e l’avrà rassicurata dicendole, come fanno tutte le mamme, che ci avrebbe pensato lei. Chissà, per non rattristarla più di tanto, forse non le avrà detto che nel frattempo lì sotto, in quella chiesa, lei stava già raccogliendo le tue lacrime segrete, la tua angoscia, la tua disperazione, e forse non le avrà neanche riferito che tu ogni giorno andavi lì ai piedi di quella statua che raffigurava proprio lei, la Madonna, a chiederle la grazia di avere un posto dove portare almeno un fiore per tua figlia. Le avrà solo detto, ad Elisa, che aveva un appuntamento con te, che sarebbe passato tanto tempo ma che alla fine quel giorno sarebbe arrivato.
Quel giorno è arrivato, ed è bello pensare, mamma Filomena, che questa moltitudine di gente proprio oggi ti sta accompagnando nel porre finalmente un fiore sulla tomba di Elisa, oggi che per antica tradizione la chiesa celebra la Madonna delle grazie, quella stessa cioè dinanzi alla cui immagine quante volte hai pregato. Non sappiamo se è una coincidenza, non ci importa, ci basta pensare che se è vero che i nostri tempi non coincidono mai con quelli di Dio, è anche vero che il Padreterno non manca mai agli appuntamenti, che Maria gli tiene l’agenda e che da oggi Elisa gli ricorda continuamente che c’è ancora tanta gente in attesa di essere inserita in quell’elenco: i tanti che ancora abitano la terra degli scomparsi, le vittime della violenza e delle mafie, quanti vivono nell’oblìo di una giustizia che non arriva, e tutti, tutti quelli che sulla terra quotidianamente fanno a pugni con la vita.
E allora camminaci accanto Maria, scrivi anche noi nella tua agenda, perché i nostri occhi sono ancora pieni di lacrime anche se non ci rigano più il volto, i nostri giorni sono ancora colmi di dolore anche se in lontananza scorgiamo la speranza, lungo le nostre strade c’è ancora buio anche se all’orizzonte vediamo il sole sorgere, e ci accompagna spesso il grido della croce anche se sentiamo risuonare forte l’annuncio della Pasqua.

(don marcello cozzi)



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