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Mafia, quelle domande sospese

18 Nov Mafia, quelle domande sospese

Saviano_Vieni_Via_Con_MePerché parlare di mafia nel nostro Paese è così difficile? Perché si rischia di essere fraintesi, strumentalizzati o persino minacciati? Perché il fronte della lotta alle mafie non sempre riesce ad avere la compattezza necessaria, unendo politica, magistratura, associazioni, mondo della cultura, dell’informazione? Dopo la polemica tra il ministro Maroni e Roberto Saviano, momentaneamente placatasi con un ragionevole armistizio, abbiamo cercato di approfondire domande che restano ancora aperte, sullo sfondo. Con un editoriale che trovate nella rubrica Gli analfabeti e con un’intervista a Marcello Ravveduto, storico e giornalista, curatore del libro “Strozzateci tutti”, raccolta di articoli di ventitre giornalisti meridionali uniti dall’impegno antimafia.

Il titolo del libro è la risposta a una frase pronunciata dal premier nel 2009: “Se trovo chi ha fatto le nove serie della Piovra e chi scrive i libri sulla mafia che vanno in giro in tutto il mondo a farci fare una bella figura, giuro che li strozzo”. Perché avete ritenuto di dover rispondere?
Strozzateci_tutti_copertinaAbbiamo voluto dare al premier una risposta prima di tutto civile. La nostra presa di posizione non ha infatti nulla a che vedere con la politica intesa in senso “partitico”: il presidente del consiglio poteva appartenere a qualsiasi schieramento, quelle dichiarazioni erano e restano tuttora gravi, inaudite. Non c’è nessun capo del governo in nessun Paese del mondo che si permette di attaccare in questo modo chi fa cultura sul tema delle mafie. Il presidente del consiglio, con le sue parole, ha cercato di isolare chi scrive, chi fa il cineasta o chi fa documentari, mettendo all’angolo tutto il mondo della cultura antimafia. Allo stesso tempo, però, non possiamo dimenticarci che il giorno successivo alle dichiarazioni nessuno della classe politica del Paese ha risposto o preso posizione a tutela di chi scrive contro le mafie. Gli unici che si sono fatti sentire sono stati Michele Placido, Remo Girone e Carlo Lucarelli, perché tirati in ballo. È evidente che questo silenzio non era tollerabile. Così ci siamo incontrati, arrivando da diversi mondi, dal giornalismo alla ricerca universitaria, dall’insegnamento al lavoro nel pubblico, e ci siamo detti: a questo punto dobbiamo farci “strozzare” tutti.

Perché la maggior parte del mondo politico reagisce così di fronte a chi parla di mafia?
Perché quella politica è pienamente coinvolta nei fenomeni mafiosi e perché la mafia stessa si nutre dei rapporti della politica. Accade quando la criminalità si inserisce negli appalti pubblici, quando governa il sistema dei servizi negli enti locali, quando ha bisogno di stringere rapporti di potere. In effetti mafia e politica si guardano a distanza, almeno formalmente, ma  spesso si incontrano sulla base di una via comune che è quella della costruzione del sistema di potere. Ed essendo il sistema politico italiano ancora così fortemente  clientelare, il rapporto politico diventa spesso rapporto privilegiato, diventa favore, diventa scambio. È di queste dinamiche che la criminalità si nutre, generando prima sistemi para-clientelari poi veri e propri rapporti mafiosi.
Secondo Curzio Maltese la trasmissione di Fazio e Saviano ha successo anche perché non conduce battaglie politiche ma sociali. Questo vale anche per le mafie?
L’antimafia non può essere una battaglia politica. Ci è stato spesso chiesto se la nostra sia una posizione politica o ideologica. L’unica ideologia che ci distingue, come ripeto sempre, è l’ideologia dell’antimafia. Credo che l’antimafia sociale sia uno degli elementi nuovi della lotta alle criminalità: a battersi contro camorra o ‘ndrangheta non sono più cittadini schierati politicamente, o almeno non sono soltanto loro, ma la maggior parte delle nuove generazioni. E questo davvero è un dato su cui riflettiamo troppo poco: l’impegno civile “non schierato” ha sostituito in grossa parte l’antimafia dei partiti politici. Questo è un aspetto non secondario, sul quale in questi anni, anche soprattutto grazie alla presenza di Libera che ha ristrutturato e riorganizzato il mondo dell’antimafia sociale, dobbiamo puntare. Una sfida essenziale per rendere  la lotta alle mafie una battaglia neutra dal punto di vista politico, ma non neutrale dal punto di vista della questione democratica e del rispetto della legalità costituzionale.

Credi che un giornalismo che insegue la cronaca giudiziaria, alla scoperta dei lati oscuri del potere, sia sufficiente?
Credo che oggi di fronte a noi ci sia un grande, complessivo problema, che è quello della questione giornalistica italiana. Certo, la cronaca giudiziaria è importante, così come importante è farla venire fuori soprattutto quando scopre rapporti di potere tra politica e mafia. Ma la giudiziaria, da sola, non basta e non può bastare. Nella storia del nostro Paese diversi giornalisti hanno provato a fare “il salto”, affrontando il tema delle mafie non soltanto dal punto di vista meramente investigativo. Basta ritornare qualche anno indietro, ai tempi dei servizi televisivi di Jo Marrazzo. A poco a poco in Italia sono venute a mancare una serie di voci del giornalismo d’inchiesta che andavano al di là della cronaca giudiziaria e che scendevano nei territori, tra la gente, analizzando l’impatto del fenomeno mafioso nella storia e nella vita delle persone.  Ricordo benissimo le immagini che ritraevano Marrazzo mentre andava a bussare alla porta del mafioso o della famiglia che viveva in un territorio dominato dalla criminalità.  Col suo lavoro Marrazzo si poneva il problema di capire come la mafia fosse un sistema di potere ma allo stesso tempo creasse una sorta di consenso sociale sul territorio. La criminalità non è soltanto un insieme di violenti né una semplice aggregazione di potere, ma piuttosto la dimensione di una cultura, di una civiltà, di un territorio che ha “introiettato” dentro di sé logiche clientelari, servili. Questo dovrebbero fare i giornalisti: raccontare la nuova geografia del potere mafioso, che lentamente sta impossessandosi della politica, ma anche dell’economia, della cultura, della testa della gente.

Il titolo del libro è la rivendicazione di un diritto/dovere del giornalista a raccontare ciò che accade e, insieme, un moto di libertà e orgoglio. Credi che sia difficile oggi essere giornalisti in Italia?
Basta citare le classifiche sulla libertà di stampa: persino una serie di piccoli paesi dell’Asia ci superano in quanto a possibilità di scrivere liberamente ciò che pensano.  In pochi, però, denunciano che sempre più spesso anche all’interno dello stesso mondo giornalistico viene applicato una sorta di patto consociativo per rendere più forti alcuni temi rispetto ad altri, o per distrarre l’opinione pubblica spostando l’attenzione su argomenti che esulano rispetto a quello che sono le vere questioni del Paese. Anche per questo noi ci vogliamo far “strozzare”, perché non è possibile raccontare un’Italia che non è vera, un’Italia che non è quella che conosciamo. Il nostro è un grande Paese con tante risorse civili, naturali, architettoniche, ma è anche il Paese delle mafie. L’Italia va descritta per quella che è, ed è esattamente questo che i giornalisti non riescono più a fare, legati da lacci e laccioli e da periodiche riproposte di leggi in grado di mettere bavagli a chi vuole solo raccontare la verità.

Nel libro descrivi l’impegno antimafia come un esercizio di memoria e di resistenza civile…
Studiando la storia dell’Italia mi sono accorto che era possibile legare con una specie di filo rosso i momenti di costruzione dell’identità nazionale. Ho ritrovato lo stesso linguaggio che descriveva l’Italia come una nazione unita nel Risorgimento, nella Resistenza antifascista e negli uomini che oggi ricordano e fanno memoria degli eroi dell’antimafia. Mi sono reso conto di come ci sia una fortissima continuità, in termini di linguaggi usati, di valori di riferimento, anche di retorica, a volte, all’interno di questi tre momenti della storia. Non solo: il movimento di resistenza antimafia ha caratterizzato innanzitutto il Mezzogiorno e per il Mezzogiorno stesso rappresenta una sorta di riscossa. È evidente, infatti, che se vogliamo ricordare i patrioti del Risorgimento e i partigiani antifascisti dobbiamo guardare essenzialmente alle città del centro-nord, mentre per trovare gli eroi della resistenza antimafiosa basta fermare gli occhi sulle centinaia di targhe, steli e monumenti dedicati alla memoria di questi uomini nel Sud del nostro Paese. È proprio da questo capovolgimento della geografia italiana che si vede che c’è un Sud che nella lotta alla mafia si è speso coi suoi uomini migliori. Quello stesso Sud, peraltro, che non ha partecipato né al Risorgimento né alla Resistenza. Essere stati ed essere antimafiosi oggi significa riconoscere questa unità di intenti, al di là di ogni barriera culturale e geografica, significa difendere la Costituzione e la democrazia. E significa quindi essere patrioti repubblicani.

(federica grandis)

 



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