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Malala: la lotta adulta di una ragazzina

03 Mar Malala: la lotta adulta di una ragazzina

Immagine 7É la vicenda di una ragazzina di undici anni che vive in una parte del mondo lontana. Non solo geograficamente.
È la storia della lotta per il mantenimento del diritto allo studio. Storia di Malala, scritto da Viviana Mazza, edito Mondadori, racconta la vicenda di Malala Yousafzai, la giovane pakistana che nell’ottobre del 2012 rimase gravemente ferita alla testa e al collo in un attentato della rappresaglia talebana mentre, a bordo del pullman scolastico, tornava verso casa. Attentato avvenuto al termine dell’occupazione della sua valle, durante la quale Malala aveva documentato, sotto falso nome, per la BBC le violenze del regime e le proibizioni imposte alle donne.
È la storia di una ragazzina, scritta per giovani della sua stessa età. Una storia importante, per i motivi che la stessa autrice ci ha spiegato.

Malala è stata definita nel 2013 dal Time, a seguito della sua candidatura al Nobel per la pace, uno dei personaggi più influenti dell’anno. È diventata simbolo della lotta per l’emancipazione femminile. Quali sono i tratti caratteristici della storia di questa ragazzina a renderla diversa da tante altre storie di violenza e coraggio?
La caratteristica principale è la sua adolescenza e la quantità di coraggio mostrata in un’età così giovane. È stata la più piccola candidata al Nobel per la Pace.
Per capire meglio le caratteristiche uniche direi che è importante soffermarsi su quelle che la rendono “normale”. Quando mi capita di andare nelle scuole a presentare il libro noto come i ragazzi rimangano molto colpiti dal fatto che qualcuno della loro stessa età abbia avuto una tale lucidità. Questo è sicuramente un punto fermo della storia.
È anche vero che in Pakistan, prima e dopo Malala, ci sono stati altri casi di ragazzi coraggiosi. Ricordo la storia di un ragazzino di 15 anni che per salvare i compagni di classe da un kamikaze che stava entrando nella sua scuola è morto, sacrificandosi pur di fermarlo. Non è nemmeno una novità che le ragazze o le loro insegnanti donne, siano nel mirino dei talebani. Altre ragazze sono state colpite, anche dopo l’attentato a Malala, e purtroppo non sono sopravvissute. Credo che proprio il fatto che Malala sia una adolescente aiuti i giovani lettori ad appassionarsi a problematiche che i loro coetanei sono costretti ad affrontare in luoghi lontani.

Fu proprio il padre di Malala a proporre sua figlia come contatto per un giornalista che racconta la condizione femminile in Afghanistan sul blog di una televisione inglese. Il padre che insegnava in una scuola femminile. Quanto conta l’estrazione familiare e la cultura di partenza per lo sviluppo di una consapevolezza sociale?
La storia inizia quando, nel 2009, un giornalista della BBC cercava una ragazza che potesse raccontare la chiusura delle scuole femminili per ordine dei talebani nella valle di Swat. Il giornalista si era rivolto al padre di Malala, perché sperava che una delle sue allieve, chiaramente sotto pseudonimo, potesse raccontare quel che stava succedendo. Però nessuna delle ragazze era disponibile. I genitori avevano paura per loro. Quando Malala ha iniziato a scrivere il il suo diario per la BBC, sia lei che il padre erano d’accordo in questa decisione.
L’estrazione familiare è importantissima. Pensiamo per esempio che il Pakistan, a differenza di tanti altri Paesi, Italia compresa, ha avuto una donna primo ministro: Benazir Bhutto. Benazir però non era una donna qualsiasi: veniva da una famiglia potente, ricca, importante. Il padre, ancor prima di lei, era già stato primo ministro, ed era stato giustiziato.
Malala ha vissuto di persona la differenza tra maschi e femmine, sin dalla nascita: lei stessa ha raccontato che nella sua comunità, i pashtun, quando nasce un figlio maschio ci sono grandi festeggiamenti, mentre quando nasce una femmina, è un giorno triste. Però il padre di Malala ha deciso di crescere sua figlia in modo diverso, imponendole meno limitazioni di quelle vissute da altre ragazze nella sua comunità. Questo non perché lui fosse di una famiglia ricca, anzi. Era un uomo che si era costruito da sé e nella sua crescita l’istruzione era stata fondamentale. Tanto da non volerla negare ai suoi figli, maschi o femmine che fossero. Quindi direi di sì, l’origine sociale, la zona del paese da cui provieni può contare molto in un paese come il Pakistan, però la storia del padre di Malala e della sua famiglia dimostra come l’istruzione sia anch’essa un fattore estremamente incisivo.

Il tuo libro ha un pubblico mirato, adolescenziale. Quanto è importante raccontare in occidente a un pubblico come questo la storia di Malala e del suo coraggio? Cosa imparano i ragazzi, quali sono le reazioni?
Per me quella del contatto con ragazzi in età scolastica è un’esperienza nuova. Sono rimasta colpita dal fatto che gli adolescenti che incontro non solo si appassionano alla storia, ma fanno spesso domande complesse che mi fanno riflettere. Domande che riguardano Malala e la sua vita dopo l’attentato: le sue scelte per il futuro, le sue difficoltà. Domande sulla differenza tra un posto come l’Italia, dove l’istruzione è un diritto a volte dato per scontato, e il Pakistan dove Malala e altri per ragioni diverse se lo vedono negare.
Io non ho romanzato la storia di Malala. Ho raccontato i fatti, dalla straordinaria violenza talebana alla ordinaria vita quotidiana della protagonista e delle sue compagne, nel Nord del Pakistan. Mi sono soffermata a descrivere cosa si mangia, come ci si veste, che cosa pensano le persone.
A volte i ragazzi si stupiscono quando scoprono che Malala e le sue compagne avevano letto Twilight, oppure che aveva un profilo su Facebook. Si stupiscono scoprendo che la valle di Swat è bella e verdeggiante. La ragione è che forse l’immagine di posti come il Pakistan è associata ad una idea vaga e uniforme di povertà e di deserto. Questo confronto con i ragazzi mi sta facendo riflettere molto su come raccontare meglio la realtà, al di là degli stereotipi, anche nel mio lavoro di giornalista degli Esteri al Corriere della sera.
La loro curiosità è l’aspetto più bello. Ed è per questo che, ogni volta che li incontro, mi presento molto brevemente e faccio partire subito le domande, perché voglio sentirle tutte, sia quelle preparate lavorando in classe con gli insegnanti sia quelle che nascono spontanee, sul momento.

(toni castellano)



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