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Migranti: diritti alla deriva

23 Apr Migranti: diritti alla deriva

immigrati_news_deliaNella notte del 18 aprile l’ultima tragedia nel Canale di Sicilia, su un’imbarcazione di appena 30 metri che si stima trasportasse almeno 850 persone: 28 i sopravvissuti. Il naufragio sarebbe dovuto a due cause: lo spostamento dei migranti su un lato dell’imbarcazione e l’errata manovra dello scafista.

I migranti scappano da crisi umanitarie, despoti, guerre, conflitti sanguinari. Vengono da diversi paesi dell’Africa: Eritrea, Somalia, Mali, Sudan, Libia. Su cento che si imbarcano cinque muoiono affogati. Il 91% degli imbarchi avviene nei porti libici, attualmente in mano a milizie che approfittano della crisi politica in atto.
Le stime dicono che dal 1988 al 2014 i morti nel Mediterraneo sono stati oltre 21mila. Non sono numeri ma persone. Negli ultimi anni il fenomeno ha assunto proporzioni sempre maggiori: basti pensare che dal 2002 al 2013 le vittime sono state 6.700, mentre solo nel 2011 le vittime sono state, secondo Amnesty International, 1.500 e l’Organizzazione Internazionale della Migrazione (Oim) stima che per i primi due mesi e mezzo del 2015 le persone morte in mare siano già 900.
Per molte di queste persone l’Europa è la terra promessa. E l’Italia è solo la porta di ingresso: sono pochi gli immigrati che rimangono nel nostro Paese, la maggior parte cerca di raggiungere le nazioni in cui ha un parente, prevalentemente nel Nord dell’Europa. A confermarlo sono i dati 2014 sui richiedenti asilo: in Germania sono arrivate 173.070 richieste, 75.090 in Svezia, 63.660 in Italia, 59.030 in Francia, 23.850 in Olanda, 14.820 in Danimarca e 13.870 in Belgio (fonte: Unhcr).
Questi numeri appaiono ancora più impressionanti se si tiene conto del rapporto tra numero dei rifugiati e popolazione del paese che li accoglie: in Svezia è dell’11,5%, il 4,4% in Olanda, il 3,5% in Francia, il 2,3% in Germania e il 2% nel Regno Unito. In Italia, invece, il rapporto è pari all’1,2% della popolazione totale.
La maggior parte delle persone che arriva sulle nostre coste non ha un’immediata disponibilità economica, spesso si imbarca solo con un nome o un numero di telefono impresso nella memoria.
Per fronteggiare questa emergenza, a 15 giorni dal tragico naufragio del 3 ottobre 2013 in cui morirono 366 persone, l’Italia istituì l’operazione Mare Nostrum, una missione di salvataggio dei migranti che cercano di attraversare il Canale di Sicilia; costata nove milioni e mezzo di euro al mese e aveva un doppio carattere: salvataggio e tutela dei migranti. Mare Nostrum impegnava 32 navi militari e ha messo in salvo 150 mila persone in un anno.
Dal novembre 2014 a Mare Nostrum è subentrata Triton, operazione di sicurezza dell’Unione Europea che attualmente costa tre milioni di euro al mese e viene finanziata con fondi europei; ha l’obiettivo di tenere in controllo sulle frontiere del Mar Mediterraneo con limiti precisi: le 6 navi militari impegnate non possono spingersi oltre le 30 miglia.
Secondo l’Oim il passaggio da Mare Nostrum a Triton ha avuto un costo molto alto in termini di vite umane. “Il bilancio di migranti morti mentre cercavano di attraversare il Mediterraneo risulta oltre 30 volte superiore a quello registrato per lo stesso periodo dell’anno scorso quando i decessi fino al 21 aprile erano stati solo 56″.

 

(delia coroama)



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