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Migranti, gli invisibili delle campagne

22 Oct Migranti, gli invisibili delle campagne

Immagine 8Sono invisibili e senza diritti. Secondo la Confederazione italiana agricoltori (Cia), i braccianti stranieri che lavorano nelle campagne di tutta Italia sarebbero 140 mila. Raccolgono frutta e verdura. Lavorano nelle serre e nelle vigne. Spesso sono indispensabili per la sopravvivenza del settore agricolo e per il mercato dei prodotti made in Italy. Per molti di loro, tuttavia, le condizioni di lavoro sono pessime, tanto che in Italia si è tornato a parlare di schiavitù e caporalato.
I migranti che arrivano nel nostro Paese sono tra le prime vittime della crisi. Una cittadinanza difficile da ottenere e mantenere, a causa di un sistema legislativo ambiguo e incompleto, li rende più vulnerabili sul mercato del lavoro. Alcuni cercano occupazione nelle campagne, trovando sfruttamento e povertà. Vivono ai margini e lontani dai centri urbani, in condizioni abitative precarie. In altri termini, ci sono, ma non si vedono.
Le rivolte nelle campagne di Rosarno e Nardò di cui è ricca la cronaca degli ultimi anni, hanno portato l’attenzione su di loro, ma il fenomeno si sta espandendo. Le proteste dei braccianti stranieri si sono allargate, toccando anche centri come Saluzzo e Alessandria, in Piemonte.
Yvan Sagnet ha 27 anni, è nato in Camerun e ha studiato al Politecnico di Torino. L’estate scorsa è andato a Nardò, in provincia di Lecce, per fare lo stagionale nella raccolta dei pomodori. Lì ha conosciuto il mondo dei caporali e del lavoro sottopagato e clandestino. Così, insieme ai suoi compagni, ha organizzato la protesta: un mese di sciopero contro lo sfruttamento.
Ora collabora con Flai Cgil e ha raccolto la sua storia in un libro: Ama il tuo sogno, edito da Fandango Libri. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza.

Un anno fa sei andato in Puglia per fare il bracciante agricolo stagionale. Cosa hai trovato?
Ho scoperto il caporalato. Ho visto i centri di aggregazione dei lavoratori. Non immaginavo una cosa del genere in Italia. È un sistema molto brutale, che non rispetta il lavoro e toglie la dignità alle persone: mi è venuto da riflettere sulla mia visione del Paese.
I braccianti venivano pagati a cottimo e senza contratto. La paga era proporzionale al numero di cassoni riempiti: 3,50 euro per 300 chili. In media un bracciante può caricare tra i sei e i sette cassoni. Il totale è di circa 25 euro al giorno, per 12 ore di lavoro.
Eravamo isolati dal mondo e in condizioni abitative pessime. I caporali, inoltre, ci costringevano a pagare una tassa di 5 euro per il trasporto. Non eravamo autonomi negli spostamenti e non potevamo andare a lavorare a piedi.
Non solo: ci obbligavano a pagare il panino per il pranzo e l’acqua. Le campagne dove lavoravamo, infatti, sono molto isolate dai centri urbani: niente bar e niente ristoranti. Non potevamo neanche farci da mangiare autonomamente, altrimenti si rischiava il licenziamento.
Se qualcuno di noi stava male doveva pagare 10 euro per arrivare in ospedale. In Puglia la temperatura in estate arriva fino a 40 gradi e qualcuno è finito in coma per disidratazione. Altri, invece, si sono intossicati per colpa delle sostanze chimiche presenti nelle piante.
Il caporalato è basato sull’isolamento dei lavoratori, li confinano lontani dai centri urbani, senza accesso a servizi e relazioni. Molti di loro, inoltre, non conoscendo la lingua, non riuscivano a interloquire con i medici. In queste condizioni per i caporali è molto facile ricattare.

Cosa avete fatto?
Abbiamo deciso di ribellarci e scioperare. Non ce la facevamo più. Il sistema imposto dal caporalato è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno fa niente. In quelle zone i caporali dettano legge.
Mi avevano tolto la dignità e per me era una cosa nuova. In Africa ci sono territori molto poveri, dove milioni di persone vivono in pochi chilometri quadrati, ma nonostante tutto, non è mai mancata la dignità.

E avete raggiunto risultati concreti.
A livello legislativo, è arrivata l’approvazione della legge 603 bis, che riconosce il reato di intermediazione e caporalato. Prima i caporali ricevevano sanzioni amministrative, adesso, invece, vanno incontro a sanzioni penali. Recentemente, in questo senso, sono stati arrestati imprenditori e caporali che hanno infranto la legge. È la prova che, nonostante i nostri limiti, siamo riusciti a raggiungere risultati tangibili.
La cosa più impressionante, però, è stata la reazione degli imprenditori. Durante lo sciopero, alcuni di loro sono venuti a implorarci di tornare a raccogliere i pomodori. Abbiamo capito che noi lavoratori eravamo una forza: avevamo potere contrattuale. È su questo terreno che riusciremo a vincere le nostre battaglie, anche in futuro. Lo sciopero mette in difficoltà il datore, perché si blocca la produzione.

Spesso le proteste innescano conflittualità con le popolazioni locali, scatenando, a volte, una vera e propria guerra tra poveri. Quale è stata la reazione dei cittadini alla vostra rivolta?
All’inizio non è stato semplice, ma con il tempo i cittadini di Nardò hanno capito le nostre motivazioni e sono stati solidali. Molti di loro sono venuti a dare una mano, portando da mangiare e dando sostegno economico alla Casa di resistenza: una struttura pensata per aiutare i ragazzi che stavano scioperando.
Per i lavoratori stranieri è difficile scegliere di scioperare. Per un bracciante in queste condizioni il lavoro è indispensabile: se non lavora non può permettersi neanche da mangiare. Ma nella Casa abbiamo incontrato l’aiuto dei pugliesi. Poi è intervenuta la Cgil, che ha interloquito con le istituzioni e la prefettura, aprendo dei tavoli di confronto.

Quello che hai raccontato è simile a ciò che è accaduto a Rosarno nel 2010 e a Castelvolturno nel 2008. Tutte realtà territoriali del Sud Italia. Ad agosto, però, la protesta si è allargata anche in Piemonte. Si può dire che si tratta di un problema nazionale?
È sicuramente un problema nazionale. Sebbene nel meridione la situazione sia peggiore, se non interveniamo si rischia che anche al Nord si espandano forme di caporalato simili a quelle del Sud. Oltretutto, lo sfruttamento dei lavoratori agricoli è un tema internazionale. In Spagna, ad esempio, succedono le stesse cose.
Questo accade perché gli imprenditori agricoli, soprattutto coloro che decidono di esportare i loro prodotti, tendono a sfruttare la manodopera per guadagnare di più. Il tutto viene giustificato dalla crisi dell’agricoltura. Con questa scusa, i proprietari dei terreni cancellano i diritti dei braccianti per fare più soldi. Non possiamo accettare più questa impostazione economica.

Credi che i migranti possano giocare un ruolo importante nella conquista dei diritti dei lavoratori?
Secondo me sì. Giuseppe Di Vittorio diceva che l’unità dei lavoratori è molto importante. E, oggi, gli stranieri, più degli italiani, sono pronti a mettere in pratica questo concetto. Sono accumunati dalle stesse precarie condizioni di vita. Vivono in ghetti e condividono le stesse esperienze.
Gli italiani, invece, vivono in un contesto più frammentato, per loro è più difficile unirsi. È necessario partire dalle battaglie dei migranti, per ottenere i diritti di tutti i lavoratori, compresi quelli italiani, risalendo la piramide dello sfruttamento. Per farlo, però, è necessario che i braccianti stranieri prendano coscienza dei loro diritti. Bisogna fare in modo che escano dall’isolamento. Solo attraverso la conoscenza potranno smettere di essere invisibili.

(andrea dotti)



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