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Migranti in piazza per i diritti. Di tutti

03 Mar Migranti in piazza per i diritti. Di tutti

cecileDiritto al lavoro, diritti nel lavoro e una nuova cittadinanza fondata sulla mixitée: queste le tre parole d’ordine dello sciopero dei lavoratori immigrati. Sessanta piazze in tutta Italia il primo marzo scorso hanno ospitato i cartelli, gli striscioni e le proteste di 150mila persone migranti, che per il secondo anno consecutivo hanno aderito ad uno sciopero con l’intento di far capire agli italiani quanto importante sia l’apporto degli stranieri nella vita del nostro Paese. Cécile Kyenge Kashetu, coordinatrice nazionale e portavoce del movimento Primo Marzo, la rete di associazioni che ha promosso e organizzato la giornata di mobilitazione, ci racconta numeri, ragioni e protagonisti dello sciopero.

Perché questa seconda edizione dello sciopero dei migranti? In quanti hanno aderito?
Il primo marzo sono scese in piazza 150mila persone immigrate. Bologna, Torino, Roma e altre città di questo Paese hanno ospitato una manifestazione la cui affluenza è scesa rispetto allo scorso anno, ma che ci ha lo stesso riempiti di gioia. Il primo marzo 2011 lo abbiamo dedicato alla memoria di Noureddine Adane, il ragazzo tunisino ventottenne che si è dato fuoco in via Basile, a Palermo, per protestare contro l’ennesimo controllo da parte della polizia municipale. Noureddine aveva una casa, aveva un permesso di soggiorno e un regolare lavoro, ma era stanco. Stanco di essere etichettato, discriminato, scansato. Il suo sogno era quello di mettere da parte un po’ di soldi per far arrivare in Sicilia il resto della sua famiglia. E quel sogno si è infranto contro la nostra durezza. Mi piace anche ricordare come la nostra battaglia sia partita, lo scorso anno, dai fatti di Rosarno. La situazione italiana di oggi è diversa da quella di un anno fa: non c’è stata un’altra Rosarno, ma migliaia di migranti, oggi, rischiano di perdere il permesso di soggiorno, e quelli che il permesso non ce l’hanno vengono troppo spesso additati come criminali e condannati al lavoro nero gestito dai “caporali”. Il primo marzo non si è concluso con le manifestazioni in piazza ma deve rinnovarsi ogni giorno nel quotidiano lavoro che siamo chiamati a fare per trasformare la società dal basso, con rigore e determinazione. 

Diritto al lavoro e diritti nel lavoro: queste le parole d’ordine del Primo Marzo 2011. Le occupazioni della gru e della torre a Brescia e Milano, le vicende di Pomigliano e Mirafiori e quelle degli scioperi dei metalmeccanici descrivono oggi una situazione forse ancora più grave rispetto a quella che vi ha portati in piazza un anno fa. Cosa significa, in piena crisi economica, chiedere il diritto al lavoro?
Chiedere il diritto al lavoro significa chiedere condizioni uguali per tutte le persone: perché i contratti di lavoratori stranieri e italiani continuano ad essere diversi? Un Paese fondato sull’uguaglianza dei diritti fondamentali delle persone, un Paese che ha ratificato la convenzione di Ginevra, non può accettare che questo accada. Chiedere il diritto al lavoro significa anche denunciare come le persone sottoposte al lavoro nero siano più facilmente ricattabili e quindi candidate alla clandestinità. Se un lavoratore migrante perde il lavoro, nell’arco di sei mesi deve trovare un altro impiego, altrimenti diventa clandestino e colpevole di un reato. Poi finisce nei centri d’identificazione e di espulsione e, alla fine, per effetto dei respingimenti, rischia di essere chiuso in vere e proprie prigioni.

Il vostro comitato lotta per diffondere una nuova idea di cittadinanza, fondata sulla “mixitèe”: cosa significa?
Abbiamo insistito sul concetto di “mixitèe” anzitutto per chiarire il fatto che quello del primo marzo non è stato uno  sciopero “etnico”. Abbiamo chiesto sia ai migranti sia agli italiani di scendere in piazza perché la cittadinanza che oggi viene attaccata è la cittadinanza di tutti: quando si indeboliscono i diritti di alcuni a venir meno è il diritto di ognuno di noi. Parlare di “mixitèe” significa parlare di una società che privilegia lo scambio culturale, l’interazione ancor più che l’integrazione.  “Mixitèe” vuol dire costruire un Paese dove tutti possano condividere i valori della propria cultura con quelli di altre culture, un Paese nel quale ognuno mantiene la sua identità, ma la diversità di ciascuno diventa una ricchezza.

Nella battaglia per i diritti è quindi possibile un’alleanza tra persone immigrate e cittadini italiani?
Certo che è possibile, è proprio quello che chiediamo. Noi stessi, del resto, ci sentiamo stranieri non dal punto di vista anagrafico ma perché estranei al clima di razzismo che avvelena l’Italia oggi. Ecco perché dobbiamo unirci, immigrati e italiani, in una battaglia di civiltà.

In che forme è possibile condurre questa lotta?
Le forme di mobilitazione possono evidentemente essere diverse. Noi abbiamo scelto l’astensione dal lavoro, che non può essere solo uno strumento nelle mani dei sindacati. Ovviamente non potevamo dichiarare uno sciopero generale come fanno le organizzazioni sindacali, ma ci siamo avvalsi del diritto di sciopero individuale, che è un diritto costituzionale, di tutti. In questo modo abbiamo voluto portare in piazza quella parte invisibile del Paese che, pur essendo nascosta o, peggio, emarginata, contribuisce in modo importante all’economia italiana.

Nelle piazze di Roma, Bologna e Torino sono stati esposti molti cartelli di solidarietà con le rivolte in Libia e Tunisia: come può l’Italia, anche l’Italia dei migranti che oggi qui vivono e lavorano, fare la sua parte in queste lotte per i diritti e la democrazia?
Quelle fatte in Egitto, Tunisia o Libia, pur nell’evidente diversità, non sono battaglie così distanti da quelle che in molti, oggi, conducono qui in Italia. La giornata del primo marzo, del resto, ha visto molti comitati manifestare anche contro quello che sta avvenendo in Libia e a sostegno delle proteste del popolo che si sta ribellando. L’Italia ha le sue colpe per aver preso accordi con Paesi come la Libia in materia di respingimenti. Ma ora, con tutta l’Europa, ha una preziosa occasione per cambiare le politiche sull’immigrazione, e per mettere in atto ciò che sulla carta esiste già, ovvero la libera circolazione delle persone.
 
A proposito di “carte”, lei ha partecipato personalmente alla stesura del testo della Carta mondiale dei migranti firmata in Senegal la settimana scorsa, che afferma per ogni individuo la libertà di poter circolare e installarsi ovunque desideri. Era necessario un altro documento di questo tipo? Non basterebbe ratificare le tante convenzioni internazionali che già esistono?
Ne abbiamo discusso molto attentamente. Il fatto è che questa carta hadoppiamente senso, perché tutte le convenzioni scritte fino ad oggi sono state redatte dalle istituzioni e dagli Stati. Nessuno ha mai chiesto a noi migranti quali fossero le nostre esigenze. Vogliamo che le priorità in materia di immigrazione e di diritti alla libera circolazione vengano individuate anche con l’apporto migranti: ecco perché ci siamo ritrovati, immigrati di tutto il mondo, in Senegal. Ed ecco perché prima di arrivare alle Nazioni Unite per chiedere un riconoscimento “ufficiale” di questa carta chiederemo ad associazioni e organizzazioni non governative di “testarla”, nella convinzione che chiedere e applicare la libertà delle persone significa partire dalle storie, dai vissuti, dai desideri delle persone stesse.

Oltre ad essere coordinatrice del movimento lei è consigliere provinciale a Modena e responsabile del forum della cooperazione internazionale e immigrazione. Quali pregiudizi rischia un cittadino immigrato che decide di fare politica?
È difficile impegnarsi in politica in quanto migrante, e nel mio caso è doppiamente difficile perché sono donna.  È complesso, in quanto donna, conciliare i tempi:  io sono madre di due figlie, una di 18 e una di 16 anni,  ho un marito, sono un medico. Trovare tempi e attenzione per ogni cosa è un’impresa più che mai difficile, per me come per tutte le donne. È però complesso anche impegnarsi in politica in quanto migrante, perché ti ritrovi sempre a combattere affinché non ti vengano attribuiti ruoli “tanto per…”. Del tipo “abbiamo bisogno di un immigrato per riempire quel posto”, “abbiamo bisogno dei migranti per far vedere che il nostro è un partito aperto”. Bisogna avere le idee chiare e soprattutto essere determinati. Non è facile, perché il rischio è sempre quello che gli altri ti guardino come se occupassi quel posto così, tanto per occuparlo. Bisogna sempre dimostrare il doppio rispetto a quello che dimostrano gli altri. In più, non è detto che tutti nel partito la pensino come te, oppure che condividano il fatto che tu, migrante, possa occupare un posto di responsabilità. Non è facile, per nulla, l’unica via d’uscita è partecipare a tutto campo, fare corsi di aggiornamento, formarsi. Solo così si possono combattere i troppi pregiudizi dei quali ancora, inutile negarlo, siamo vittime.

(federica grandis)



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