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Morti sul lavoro: una “catastròfa” senza fine

28 Nov Morti sul lavoro: una “catastròfa” senza fine

la_catastrofa_paolo_distefanoRosario Spampinato, che ha perso la vita per l’esplosione di una caldaia nella cartiera in cui lavorava. Maria Cristina Allegretti, 36 anni, precaria in un negozio di prodotti alla spina, morta schiacciata da una cisterna piena del detersivo che stava spostando. Ioan Tohanean, schiacciato da una catasta di pannelli di legno­­. Tutte morti bianche, tutte in sole 24 ore, sabato scorso. E mentre il presidente Napolitano parla di “tragedie sempre evitabili”, l’Italia continua ad essere maglia nera per il numero di persone che perdono la vita sul lavoro. Storie di italiani e di migranti, di donne e di uomini, storie troppo presto dimenticate, rimosse, almeno finché, come in questi giorni,  la cronaca nera non le rende di nuovo attuali. Paolo Di Stefano, inviato del Corriere della sera,  ha scritto da poco un libro che racconta una delle più grandi tragedie sul lavoro degli ultimi 60 anni: quella di Marcinelle. Una catastrofe che nel 1956 strappò la vita a 262 minatori di dodici nazionalità, 136 dei quali italiani,  provenienti per la maggior parte dall’Abruzzo, dalle Marche, dal Veneto. Abbiamo intervistato Di Stefano per capire cosa lega quella tragedia alle odierne morti sul lavoro. E per cercare di scoprire perché, oggi come allora, dopo qualche ora di “sdegno”, queste tragedie si scordano così in fretta.

Perché ha scritto, a cinquantacinque anni di distanza, un libro su Marcinelle? Cosa ha da dirci, oggi, il racconto di quella tragedia?
Quando ero piccolo, la mia famiglia ha fatto le valigie e dalla Sicilia è migrata in Svizzera. È stata questa la molla più profonda che mi ha portato ad innamorarmi delle memorie e dei documenti che ho raccolto per scrivere questo libro. Immigrazione e morti bianche, allora come oggi, sono legate in maniera fortissima. La “catastròfa”, come dicevano e dicono ancora gli immigrati italiani francesizzati, è quella successa a Marcinelle, ricordo ancora oggi indelebile soprattutto per chi è sopravvissuto e per chi in quella miniera ha perso un padre, un figlio, un fratello, un amico. Per scrivere il mio libro ho incontrato vecchi minatori, vedove, figli, persone la cui esistenza è stata fortemente segnata da quell’avvenimento. Mi sono imbattuto in storie bellissime, in immigrati italiani che da quell’evento hanno tratto una chiara coscienza di un rapporto con la “madre patria”, alla quale tanto hanno dato senza avere in cambio niente. È anche questa la ragione per cui, all’epoca, i più hanno preferito rimanere in Belgio, e diventare belgi a tutti gli effetti. «Con il nostro lavoro e con i soldi che mandavamo al paese abbiamo rimontato l’Italia e siamo stati pure maltrattati», mi diceva Geremia. «Eravamo 50 mila in tutto il Belgio, 30-40 mila solo nella Vallonia. Il Belgio per mille operai ricevuti regalava all’Italia da 2.500 a 5.000 tonnellate di carbone. Non so se mi spiego: ora viene uno che ha bisogno dello psichiatra, come il senatore Bossi, a dire che noi del Sud siamo parassiti: non sanno che noi, dopo la guerra, abbiamo messo in piedi l’Italia!». Ecco, queste sono le storie che ho raccolto, storie di vecchi che ricordano e che sanno, che hanno capito sulla propria pelle come andava il mondo, cioè come funzionava l’Italia della ricostruzione e come tuttora funziona l’Italia della politica, che è in mano a classi dirigenti perfino peggiori di quelle di allora.

Cosa differenzia Marcinelle dagli incidenti sul lavoro dei nostri giorni?
Pochissimi elementi. È pazzesco come in 55 anni tanto poco si sia mosso. Dal 1946 al 1963, in Belgio, sono morti quasi 900 italiani. Ma in quanti se ne ricordano? Nel solo 2011, in Italia sono morti sul lavoro 57 migranti. Ma si tratta di un dato che conoscono quasi solo gli addetti ai lavori, i giornalisti, qualche tecnico Inail. Allora come oggi è enorme la difficoltà che abbiamo a tenere a mente le nostre tragedie più grandi. E, ancor peggio, governi e autorità continuano a far promesse, a cavalcare nelle ore immediatamente successive ai fatti la retorica delle cose da fare, ma puntualmente non accade mai nulla e di lavoro si continua a morire. A Marcinelle in quel giorno d’agosto arrivò re Baldovino, si mossero governanti, vescovi belgi, tecnici, ma dall’Italia non arrivò nessuno. La retorica, da casa, di Giovanni Leone e Giuseppe Saragat, è la stessa dei politici di oggi. Drammaticamente identica. 

Come si fa, oggi come allora, a dar voce al grido di chi resta?
Da un punto di vista meramente tecnico io scelgo di trascrivere tutto, parola per parola, delle persone che incontro.  Il tentativo è quello di non perdere nulla, persino del modo attraverso il quale queste tragedie vengono raccontate da chi resta. Nel lavoro su Marcinelle, come negli altri che seguo per ilCorsera, tento di raccontare attraverso la pagina la “musica” della voce delle vedove, dei ragazzi che hanno perso i padri, e di chi, in quella miniera, ha lasciato un’intera famiglia, cercando di unire al piano del contenuto la “grana” della voce. È un lavoro quasi sempre di sottrazione, nella costante attenzione al tenersi lontano dalla  caricatura, dall’eccessiva enfatizzazione delle emozioni.

Ma qual è il confine che separa la necessità di dar voce alle vittime, e più in generale, agli ultimi, dal rischio essere troppo invasivi, o peggio, di essere additati come coloro che sulle storie delle vittime “fanno cassa”?
Si tratta di una questione complessa e molto delicata. Ci sono alcuni momenti in cui la gente ha un bisogno enorme di parlare, di far conoscere la propria storia a tutti, di rendere pubblico il vissuto, ma scrivere sempre tutto, sin nei particolari, alzando la temperatura emotiva a livelli eccessivi, non è possibile. Anzi, è un errore, è un forzare troppo la mano. Allora il lavoro di sottrazione, in questi casi, è quello che serve, così da rendere pubblica una storia che necessita di essere raccontata senza “svenderne” i contenuti. In altri momenti, invece, il giornalista è un elemento di disturbo che fa irruzione in un ambiente privato, e in quei casi sta alla sensibilità di ciascuno saper farsi da parte, saper essere osservatore “non invasivo”, così che la naturalezza delle storie, la loro autenticità, rimanga tale e non venga trasformata, amplificata dall’intervento di uno spettatore esterno qual è il giornalista.

A Marcinelle, per la gran parte, a perdere la vita furono migranti. Gli stessi che oggi “sbarcano sulle nostre coste”, sono “un peso per la nostra economia” o si rendono protagonisti di “episodi di delinquenza”: perché i media faticano ancora così tanto a ad emanciparsi da queste etichette? Perché sui giornali “tira” ancora così tanto il racconto della “cattiva” emigrazione?
Il racconto dell’aspetto costruttivo e positivo dell’immigrazione è nei fatti, nella storia, nei numeri di questo Paese. Certo, il riconoscimento di questo aspetto da parte della stampa e persino delle autorità non c’è stato per Marcinelle e neppure oggi c’è. Né nell’analisi del presente, né nella memoria corretta e lucida dei fatti. Il lavoro da fare, informazione e terzo settore insieme, è ancora molto. E la proposta del presidente Napolitano, che ha rilanciato l’urgenza del riconoscimento di cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia, è un importante primo passo. Ma la strada resta tanto lunga quanto necessaria.

(federica grandis)



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