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Napolitano: “Negare la cittadinanza ai bambini nati in Italia è una follia”

22 Nov Napolitano: “Negare la cittadinanza ai bambini nati in Italia è una follia”

napisanIl presidente della Repubblica chiede al Parlamento di intervenire sullo status dei bambini di origini straniere nati nel nostro Paese. 

“Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri. Negarla è un’autentica follia, un’assurdità”. A dirlo è il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che questa mattina ha ricevuto al Quirinale i rappresentanti delle chiese Valdesi e di altre comunità di fede italiane. Per Napolitano “è arrivato il momento di affrontare temi come quelli di una legge quadro sui rapporti fra le minoranze religiose e lo Stato e il diritto di cittadinanza di chi vive in Italia ed è nato da immigrati. Ora si apre un campo d’iniziative anche maggiore che nel passato”, ha aggiunto il presidente della Repubblica, sottolineando anche l’importanza di “un fattore nuovo e decisivo come la presenza di Andrea Riccardi al ministero per la Cooperazione e l’integrazione”.
“Abbiamo centinaia di migliaia di figli di immigrati che pagano le tasse, vanno a scuola e parlano italiano e che non sono né stranieri né italiani, insomma non sanno chi sono. È una vergogna”, aveva detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, durante la dichiarazione del voto di fiducia a Monti. La legge Italia ad oggi non prevede lo “Jus soli”, ovvero il diritto di cittadinanza acquisito per il semplice fatto di essere nati in questo Paese. La condizione giuridica dei bambini di origine straniera nati in Italia è strettamente legata alla condizione dei genitori: se i padri ottengono la cittadinanza – dopo 10 anni di residenza legale – questa si trasmette anche ai figli sulla base dello “Jus sanguinis”. Dall’altro lato, la legge prevede che i minori di origine straniera nati in Italia possano fare richiesta di cittadinanza al compimento del 18° anno di età (ed entro il compimento del 19°), a condizione che siano in grado di dimostrare di aver vissuto ininterrottamente sul territorio italiano. In questo quadro normativo, la condizione di questi bambini è esposta a una serie di fragilità di natura burocratica, che di fatto rendono spesso difficile l’acquisizione dei requisiti previsti dalla legge. È sufficiente, ad esempio, che un minore sia rientrato per qualche mese nel Paese dei genitori per interrompere il decorso dei termini; basta anche essere stati iscritti in ritardo all’anagrafe, magari per la temporanea condizione di irregolarità del genitore, per far slittare l’inizio del termine dal quale far decorrere i 18 anni minimi per poter fare domanda.
Il risultato pratico delle scelte legislative italiane in fatto di cittadinanza (legge 91 del 1992 e modifiche successive) vede ad oggi centinaia di migliaia di bambini di origine straniera vivere in una sorta di limbo del diritto, essendo italiani di fatto ma restando esclusi da tutta una serie di diritti per i quali è prevista la cittadinanza italiana.
Intanto prosegue la campagna nazionale “L’Italia sono anch’io”, sostenuta da 19 organizzazioni della società civile, tra cui Libera e Gruppo Abele,  che sta proponendo una raccolta firme per chiedere proprio una riforma del diritto di cittadinanza che preveda che i bambini nati in Italia da genitori stranieri regolari possano essere cittadini italiani e una nuova norma che permetta il diritto elettorale amministrativo ai lavoratori regolarmente presenti in Italia da cinque anni. Per tutte le informazioni e per aderire alla campagna si può andare sul sito Litaliasonoanchio.it



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