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Negazionismo? Chiamiamolo razzismo

16 Oct Negazionismo? Chiamiamolo razzismo

ovadiaUna legge contro il negazionismo. La proposta viene dal presidente della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici e trova la disponibilità dei presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani. All’origine, le diverse manifestazioni di negazionismo venute a galla in questi mesi, anche in sede accademica. Ultima quella di Claudio Moffa, docente dell’Università di Teramo che di fronte ai suoi allievi ha sostenuto l’inesistenza di documenti di Hitler che parlino di “soluzione finale”. Abbiamo chiesto un commento a Moni Ovadia, artista e intellettuale ebreo.

Come giudichi la proposta del presidente della comunità ebraica romana Pacifici di un testo di legge sul negazionismo?
Io credo che il negazionismo sia una forma malcelata di antisemitismo. Si nega lo sterminio degli ebrei nei lager perché si considera ogni ebreo come un individuo bugiardo e approfittatore, interessato a sfruttare la propria condizione per dominare il mondo. Queste affermazioni nei confronti di un popolo sono apertamente razziste. Dunque il negazionismo è razzismo. È una buona cosa che si pensi ad una norma di legge che condanni il negazionismo, ma da sola non può certo bastare a ristabilire un clima culturale più accogliente nei confronti delle differenze. Senza contare che in un Paese democratico, in cui ogni forma di razzismo è considerata reato, non dovrebbe servire un’apposita legge contro il negazionismo, proprio in quanto espressione di razzismo.

Claudio Moffa, il professore di Teramo che nega l’esistenza delle camere a gas, ha un passato in Lotta Continua ed è diventato giornalista professionista a «Paese sera», giornale vicino all’allora PCI. In che modo le vicende d’Israele possono portare anche a sinistra a un pregiudizio antiebraico?
La storia politica di una persona non la esonera dal diventare il contrario di quello che è stata. Abbiamo visto molti, politici e intellettuali, transitare da un’area partitica all’altra. È indubbio comunque che anche nella sinistra si annidi un pregiudizio antiebraico. Questo accade quando si ricorre a pericolose generalizzazioni, per cui si fa corrispondere un popolo, quello ebraico, con un governo, quello di Netanyahu, e con un territorio, quello di Israele. Si può criticare, ed è lecito farlo, il governo israeliano, ma collegarlo a tutto il popolo di Israele o a tutte le persone con una radice culturale e spirituale ebraica significa usare lo stesso assioma degli ultranazionalisti: «ein Volk, ein Land, ein Reich» (un popolo, una terra, un impero ndr.). C’è una frase di Ferdinand August Bebel, fondatore del partito socialdemocratico tedesco, che anche Lenin era solito ripetere: «l’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli». Vorrei usarla anche io per rispondere agli atteggiamenti antisemiti di certa sinistra.

Cosa bisogna fare perché in un tempo di generale smarrimento la mitologia del “sangue e del suolo” non venga vista come una risposta?
Bisogna combattere il nazionalismo e la discriminazione in ogni loro forma. L’indignazione scaturita dalle affermazioni negazioniste del docente di Teramo arrivano troppo tardi, quando nel Paese è ormai consolidato un clima di intolleranza e di odio nei confronti delle diversità. Arriva anche tardi la levata di scudi del presidente Pacifici in difesa di quegli eventi tragici e vergognosi per la storia dell’umanità, che è doveroso ricordare. Nei lager morirono 13 milioni di persone. Sei di queste erano ebrei. La verità è innegabile e dimostrata storicamente da una documentazione vastissima. Ma i negazionisti sono rimasti in pochi. Quello che non si spegne è il focolaio di persecuzione nei confronti di intere “categorie”. Oggi l’antisemitismo non è un fenomeno dilagante, ma le persecuzioni che vivono Rom, immigrati, omosessuali e “diversi” sono riconducibili a una medesima cultura dell’odio, segno di un “fascismo” serpeggiante che rialza la testa e riafferma movimenti razzisti e xenofobi nell’intero Paese. C’è bisogno di una nuova cultura che condanni con fermezza ogni forma di discriminazione e intolleranza.

Cosa consiglieresti a un giovane per capire la Shoà, oltre ai libri e ai film più noti come «Se questo è un uomo» o «Schindler’s list»?
Ci sono due pilastri che possono aiutare a capire. “Shoah”, il film documentario di Claude Lanzmann (Einaudi Stile libero) e, per quanto riguarda i libri, consiglio la lettura di Raul Hilberg “La distruzione degli ebrei d’Europa” (Einaudi). 

(manuela battista)



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