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No-profit una marcia in più all’economia italiana

10 Aug No-profit una marcia in più all’economia italiana

terzosettore_433x324Il Terzo Settore contribuisce al 4,3% del Pil con un volume annuo di entrate stimato in 67 miliardi di euro. A metterlo nero su bianco è il Rapporto I.t.a.l.i.a.- Geografie del nuovo made in Italy diffuso da Unioncamere, Fondazione Edison, Fondazione Symbola e Aiccon. I dati più recenti certificano che nel nostro Paese ci sono 11.808 cooperative sociali, 4.720 fondazioni e oltre 21.000 organizzazioni di volontariato. Inoltre, negli ultimi anni il comparto sociale non solo è cresciuto in termini di occupati, ma è riuscito anche a tappare i buchi di un Welfare frammentato e depotenziato da anni di austerity e spending-review. In un’economia in fase di profonda evoluzione quale ruolo è chiamato a ricoprire il Terzo Settore? Lo abbiamo chiesto a Paolo Venturi, direttore del centro studi Aiccon (Associazione Italiana per la Promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit).

Stando ai risultati della vostra indagine come definirebbe il Terzo Settore oggi e quali sono, secondo lei, i principali cambiamenti che ha subito dall’inizio della crisi a oggi? La nostra ricerca aveva l’obiettivo di connettere il Terzo Settore all’interno del meccanismo del made in Italy, al quale crediamo che stia apportando un grande contributo. La qualità di beni e servizi, infatti, non può che nascere da un’infrastruttura solida fatta di capitale sociale, ma anche di relazioni in cui è la società civile ad essere la grande protagonista. La crisi economica ha avuto un impatto profondo sul sociale, un comparto che oggi sta subendo una forte evoluzione: anzitutto sta incorporando dosi massicce di elementi produttivi, ovvero la dimensione economica è entrata a far parte anche dell’universo associativo e del volontariato. La conseguenza di questo aspetto è una importante crescita  (e nei casi positivi di professionalizzazione) del settore. Non si fa più no-profit solo nella logica donativa (tipica del volontariato e dell’advocacy) ed erogativa (propria, invece, delle fondazioni): oggi si può fare no-profit senza trascurare la dimensione produttiva. I dati Istat ci dicono che opera in questa ottica oltre un’organizzazione no-profit su tre.

Il Terzo Settore conta su migliaia di associazioni. Tante, forse troppe? Anche questo settore, un po’ come l’intera economia italiana, soffre di eccessiva frammentazione?La polverizzazione dei soggetti del no-profit è un dato indiscutibile. In questi anni le associazioni più grandi, soprattutto quelle storiche, faticano a incorporare nuovi volontari. I giovani preferiscono costruire fra loro nuove associazioni fortemente identitarie e tese a produrre beni relazionali. L’atomizzazione dell’associazionismo significa che molte di più rispetto al passato sono destinate a chiudere, ma significa anche un alto tasso di rigenerazione, non tanto nei settori socio-assistenziali quanto in quelli legati agli stili di vita. Equo e solidale, lotta allo spreco, eco sostenibilità sono ambiti che stanno attirando una forte partecipazione giovanile. Perché non è vero che i giovani non fanno più volontariato, semplicemente non lo fanno più con le associazioni tradizionali e nelle modalità tradizionali.

Qual è il rapporto tra l’economia tradizionale e i modelli che stanno emergendo negli ultimi anni? I dati ci dicono che oggi l’occupazione non è più generata nelle grandi aziende. E quando il lavoro manca, si tende a crearlo: in questi anni abbiamo assistito allo sviluppo di un nuovo ecosistema creato dai giovani fatto di co-working, di incubatori. Si tratta di nuove imprese costituite per far fronte a nuovi bisogni. I protagonisti di questo universo sono ragazzi orientati non unicamente al business perché sanno che l’impatto sociale è fondamentale. Entrare in connessione con questo fermento è una grande opportunità per il Terzo Settore, perché oggi c’è la necessità di creare nuovi servizi che rispondano ai nuovi bisogni di socialità. Credo che una delle più grandi sfide che viene posta a chi si occupa di sociale oggi sia quella di creare nuovi spazi, cambiare la cultura dei luoghi per rigenerare le relazioni. Oggi c’è un fortissimo bisogno di relazioni anche se siamo nell’epoca dei social network, o forse proprio per questo. Facebook e Twitter producono contatti e contribuiscono alla diffusione di idee e prodotti. Ma non risponde al bisogno di relazioni, ambito in cui invece l’associazionismo è ferrato e può dare delle risposte.

Una delle peculiarità del Terzo Settore è quello di avere un forte radicamento con il territorio, pur operando in un contesto globalizzato. Quanto hanno influito scandali come quello di Roma Capitale nella percezione che i cittadini hanno di questo comparto? Senz’altro hanno avuto un grande impatto perché è la reputazione l’asset fondamentale del Terzo Settore. Basta un’associazione che si comporti male per far sì che il giudizio negativo si estenda all’intero comparto. L’opinione pubblica risponde di pancia a scandali come questi e quindi fatica a discernere. Mentre il percorso di costruzione della reputazione è molto lungo, quello di distruzione è pressoché immediato. Tuttavia io credo che l’erosione di fiducia non sia irreversibile: chi non ricorda le inchieste sulla Missione Arcobaleno che alla fine degli anni ’90 aveva l’obiettivo di aiutare i profughi albanesi durante la guerra del Kosovo? In quel caso si è riusciti a voltare pagina. Per contrastare l’impatto di questi casi di corruzione bisogna puntare su trasparenza e legalità. E il passaggio dal no-profit che assiste al no-profit che cooproduce insieme ai cittadini potrebbe rappresentare un ottimo anticorpo al malaffare.

Quali sono le peculiarità del Terzo Settore italiano nel panorama internazionale? Nel modello americano c’è una forte dicotomia: da una parte le foundation che erogano e dall’altra le charity che fanno attività. Manca però un soggetto intermedio: le cosiddette social enterprise o imprese sociali, di cui invece l’Italia è molto ricca. L’Italia ha una tradizione storica fortemente orientata al no-profit: pensiamo ai Monti di Pietà che erano istituzioni molto diffuse capaci di produrre un’economia senza fini di lucro. Anche rispetto all’Europa, l’Italia ha una dimensione cooperativa molto forte. Quella legata all’ambito dell’inserimento lavorativo, ad esempio, oltre a dare dignità a tante persone è anche in grado di produrre profitti e un risparmio significativo per la pubblica amministrazione. No profit significa not for profit: ovvero associazioni che non nascono per fare profitti ma per obiettivi di natura sociale. Non per questo il profitto in sé va demonizzato: pensiamo alla Lega del Filo d’Oro, se non avesse prodotto profitti da reinvestire nello sviluppo dell’attività oggi sarebbe ancora legata a cinque famiglie. Credo che il Terzo Settore debba avere il coraggio di crescere e di fare investimenti, per essere quella leva di rilancio per il Paese di cui ha le potenzialità.


(valentina casciaroli)



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