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Non più complici ma responsabili

06 Oct Non più complici ma responsabili

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Dal movimento statunitense “Occupy Wall Street” fino ai ragazzi del Cairo e agli “Indignados” spagnoli: la richiesta di una svolta che riporti la finanza ad essere strumento capace di realizzare iniziative in grado di creare sviluppo e benessere per tutti è sempre più forte. Eppure, banche e istituti finanziari sembra si stiano muovendo su fronti ben diversi, e non soltanto loro: dal 2008 in poi gli Stati di tutto il mondo stanno intervenendo pesantemente per salvare le banche, trasferendo l’eccesso di debiti dai grandi soggetti finanziari al pubblico. E mentre i cittadini di tutto il mondo sono chiamati a “fare sacrifici” e ad accettare tagli al welfare e ai diritti, le lobby finanziarie lavorano per bloccare qualsiasi tentativo di regolamentazione. Ma davvero i singoli cittadini, pur essendo parte integrante del sistema economico e finanziario, sono impotenti e destinati a rimanere semplici spettatori di processi che di fatto influenzano direttamente le loro vite? Ne abbiamo discusso con Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica, che ha recentemente lanciato una campagna dal titolo “Non con i miei soldi!”

Lo slogan della campagna invita ad “un uso responsabile del denaro” per “non essere complici inconsapevoli della crisi finanziaria che ci sta impoverendo”. In che senso come singoli cittadini possiamo diventare complici di quello che sta accadendo in tutto il mondo?
È pazzesco vedere come cresca di giorno in giorno la distanza tra quelle che sono questioni di semplice buonsenso e la consapevolezza di noi cittadini. Mi spiego con un esempio: in qualunque tipo di operazione finanziaria esistono fondamentalmente due tipi di componenti, una di investimento e una di rischio. Ebbene, sempre più, oggi, tendiamo a non capire, a valutare con parametri non ragionevoli la componente di rischio. Viene meno sempre di più una questione semplicissima, che riguarda il fatto che il rischio è parte integrante delle questioni che riguardano il rendimento.

Questa scarsa capacità di percezione è quindi già complicità?
Mi spiego meglio: la finanza è una delle poche materie in cui si è dissociato il prodotto dal contenuto del prodotto stesso. Per essere ancora più espiliciti: se si compra un prodotto finanziario o si mettono soldi in una banca, la domanda rispetto a cosa verrà fatto col mio denaro sembra trascurabile, strana. Non sarebbe la stessa cosa se parlassimo di altri prodotti: quando uno, ad esempio, compra da mangiare vuole sapere cosa mangerà davvero, se sta cioè comprando una mozzarella o piuttosto dell’hemmental.  Invece in finanza ci siamo abituati a pensare che, visto che parliamo di qualcosa di “lontano”, confuso, la domanda di buonsenso su cosa stiamo concretamente comprando non possa essere fatta. Insomma, ci siamo abituati dal punto di vista culturale a non porci domande sulle responsabilità che stanno dietro alle operazioni di tipo finanziario. E questo riguarda le grandi istituzioni internazionali come i cittadini. La campagna “Non con i miei soldi!” è un modo per dire che possiamo e dobbiamo riappropriarci della capacità di comprendere e di scegliere anche in campo finanziario. Una scelta, questa, che diventa anche etica, perché sappiamo che tra i maggiori beneficiari di un sistema finanziario opaco, in cui si guarda solo al rendimento e molto meno al rischio, c’è la criminalità internazionale.

Eppure di fronte a fenomeni di portata globale come le speculazioni finanziarie, il dilagare di prodotti derivati scambiati privatamente o lo strapotere delle lobby, i cittadini si sentono spesso impotenti, semplici spettatori di processi su cui a prima vista non possono incidere. Questo malgrado il fatto che la finanza e la sua degenerazione stiano avendo impatti diretti e molto concreti sulle nostre vite, in termini ad esempio di tagli al welfare e allo Stato sociale. Come possiamo muoverci per fare la nostra parte e invertire questa rotta?
Possiamo cominciare col non valutare gli investimenti finanziari in termini esclusivamente di tasso d’interesse. Ovvero possiamo iniziare a chiederci che cosa verrà fatto con i soldi che mettiamo in banca, informandoci su dove e come verrà investito il denaro, e successivamente preoccuparci che questi soldi siano utilizzati in modo responsabile.  Ad esempio non andando contro criteri di trasparenza ed equità, di bene comune, chiedendo alla banca di non investire i propri risparmi in grandi multinazionali che hanno criticità importanti, in istituti che hanno investimenti nelle armi piuttosto che nell’energia nucleare o negli Ogm. Tutti questi aspetti comunque arrivano dopo il primo passaggio, che è quello di cominciare a farsi una domanda sul diritto ad avere chiarezza rispetto a come vengono usati i propri soldi.

“Trasparenza, disponibilità a rimettere  in discussione gli interessi in gioco in funzione di una più alta e condivisa finalità, rispetto delle pari opportunità, soluzione dei conflitti attraverso il dialogo e il confronto”: così Banca Etica definisce le sue caratteristiche. Ma davvero una finanza responsabile è una scommessa possibile?
Mi pare che prima di tutto dobbiamo interrogarci sul perché ci sembri una scommessa così forte. Stiamo parlando di faccende di buonsenso: sapere dove sono andati a finire i miei risparmi non mi pare una questione particolarmente rivoluzionaria, e invece viene vissuta come tale. Ecco perché dico che su questo dobbiamo farci qualche domanda.  Per fortuna gli esempi di finanza etica sono molti e di successo, sia per quanto riguarda gli istituti bancari sia per altre forme di investimento, come ad esempio i capitali delle cooperative sociali. Esiste poi un’alleanza tra le banche, che si chiama Global alleance for banking and values, che si propone di fare banca a partire dai valori, riunendo una quindicina di banche internazionali in tutti i continenti: i numeri di questa realtà sono tutti insieme molto significativi anche se in realtà molto piccoli, perché ognuno lavora nel proprio panorama nazionale. Ecco, una delle cose che accomuna queste realtà è che sanno dirti perfettamente dove mettono i soldi, come investono i denari che il risparmiatore versa loro. Certo questo non è la panacea, né la risoluzione della crisi internazionale, però tocca una delle criticità fondamentali legate al fatto che l’opacità e la non chiarezza consentono un uso non responsabile della finanza.

La finanza etica in Italia non si è ancora sviluppata al ritmo di altri Paesi europei. Come si spiega?
C’è un po’ la classica mentalità italiana per la quale qui abbiamo oltre 400 banche di credito cooperativo, che se vogliamo sono tra le più simili, anche per la loro storia, alle logiche e alle regole della finanza etica, e ognuna gestisce la propria, piccola realtà. Anche Banca etica in fondo ha le dimensioni di una banca provinciale, ma è una realtà nazionale. C’è da dire che in questi ultimi anni stiamo recuperando velocemente il terreno perduto, nel senso che come banca etica stiamo crescendo bene e possiamo vantare molti tentativi d’imitazione. Anche le più grandi e importanti banche italiane hanno creato o prodotti ah hoc che si richiamano, anche a volte in modo un po’ improprio, ai principi della finanza etica, e questo è certamente significativo: vuol dire che l’interesse per questo tipo di approccio cresce e si fa sempre più forte.

(federica grandis)



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