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Non solo “vicini”: l’esperienza del cohousing a Torino

28 Feb Non solo “vicini”: l’esperienza del cohousing a Torino

tessitori_miniLa cronaca recente ha riportato il tema della casa all’attenzione del pubblico. A Milano, e poi anche a Roma, si è scoperto un vasto numero di immobili di proprietà pubblica, ufficialmente destinati al sostegno delle fasce deboli, inutilizzati o affittati a prezzi di favore a persone che propriamente svantaggiate non sono.
Notizie di questo genere suscitano sdegno e sconcerto in particolare fra i cittadini, e non sono pochi, che faticano a pagare affitto o rate del mutuo per avere una casa dignitosa. L’ultimo rapporto Uniat (Unione nazionale inquilini, ambiente e territorio), con dati relativi al 2009-10, ci dice che le famiglie intestatarie di un mutuo in Italia sono 3,3 milioni, di cui 838mila a rischio insolvenza e 230mila con situazioni lavorative precarie. Nel solo 2009 i provvedimenti di sfratto sono stati 61.484. Torino in particolare ha registrato nel 2010 il primato nella crescita dei pignoramenti di alloggi, con un +54,8% rispetto all’anno precedente. Dati che non fanno che confermare come spesso il costo delle case sia troppo elevato rispetto ai redditi medi percepiti.
Come possibile risposta a questi problemi – e alle situazioni di spreco e privilegio venute alla luce – si sono sviluppate in alcune città delle proposte alternative, che puntano a trasformare gli svantaggi in opportunità.
Una di queste è il “cohousing”, che letteralmente si può tradurre incoabitazione,  ma è qualcosa più di una semplice convivenza. Nato in Danimarca negli anni 70, in tempi molto più recenti ha cominciato a diffondersi anche da noi. Abbiamo rivolto alcune domande a chi da anni lo sperimenta. Ruben Nasi è il responsabile dei progetti di coabitazione sociale dell’associazione torinese Acmos, e segue le comunità che abitano gli immobili di edilizia popolare Tessitori, in via San Massimo, e Filo Continuo, in corso Mortara. Lui stesso vive nella prima dal 2006.

Come nasce il cohousing a Torino?
«Quella dei Tessitori è la prima esperienza di cohousing torinese ed è nata come risposta a due differenti esigenze. Da un lato la necessità, per il Comune, di provvedere alla riqualificazione dello stabile di via san Massimo, in condizione di degrado edilizio e abitato perlopiù da persone segnate da varie forme di disagio. Dall’altro il desiderio di molti giovani di conquistarsi un’autonomia abitativa. Nel 2006 come associazione ci siamo fatti portavoce di questa seconda esigenza presso l’Assessorato alla Casa di Torino, e insieme abbiamo studiato il progetto di cohousing.»

Come funziona il progetto? Qual è il vostro ruolo?
«La nostra è una coabitazione a carattere sociale. In cambio degli alloggi in cui viviamo, paghiamo un affitto calmierato al 10% dell’equocanone, più le utenze e tutte le spese di ristrutturazione degli appartamenti, che prima del nostro arrivo erano praticamente inagibili. In più, ci impegniamo a essere un punto di riferimento per gli altri inquilini e a farci carico di alcune necessità comuni.»

L’esperienza del cohousing sociale si fonda su tre punti: cura delle relazioni, cura degli spazi, gestione e prevenzione dei conflitti. Come si concretizzano nella vostra quotidianità?
«In primo luogo nella promozione di “attività sociali” che coinvolgono gli abitanti del palazzo per farli sentire partecipi della vita comunitaria. Iniziative semplici che vanno dalla castagnata autunnale alla grigliata collettiva, dalla proiezione di un film a tema in occasione di una ricorrenza alla periodica assemblea di condominio. Poi coinvolgendo le persone nella cura degli spazi comuni: sfatando l’idea che lo spazio pubblico sia un luogo “di nessuno”, ma anzi trasmettendo la convinzione che si tratti di una proprietà “anche nostra”, della quale “anche noi” siamo tenuti ad occuparci. Infine, rispetto ai conflitti, il nostro intervento in caso di problemi tra gli abitanti consiste nell’abbassamento della soglia dello scontro, in modo da renderlo confronto o discussione. Facilitando la comunicazione crediamo si possa arrivare non solo a gestire i momenti di tensione, ma anche a prevenirli.»

E come vi ponete verso l’esterno, quali rapporti ci sono fra le vostre comunità e il tessuto sociale cittadino?
«Dietro ogni progetto c’è un tavolo di coordinamento composto da esponenti della comunità, del Comune, dei servizi sociali, della circoscrizione, dei vigili urbani ecc.. Il cohousing non punta a sostituirsi ai servizi già esistenti, ma a tessere relazioni fra le persone, a rinsaldare quei legami sociali che si sono spezzati per mancanza di informazione e dialogo, a facilitare le comunicazioni con le istituzioni, rese spesso difficili da eccessi di burocrazia.»

Nel giugno del 2009 il Comune di Torino ha deliberato che i progetti di coabitazione solidale, da sperimentazione, diventassero politica pubblica, e ha destinato altri alloggi a questo scopo. La prova che il cohousing funziona?
Questo sviluppo è motivato anche dalla sostenibilità economica. I costi per il Comune sono quasi zero. Mentre i ricavati a livello sociale sono altissimi. Appartamenti che restavano inutilizzati, perché la loro ristrutturazione sarebbe stata troppo onerosa, sono oggi abitati come alloggi popolari. Inoltre la funzione di collegamento che svolge una comunità di cohousing favorisce il buon accesso ai servizi pubblici laddove ve ne è la necessità, e rende abitabili e piacevoli contesti prima segnati da un grave disagio ambientale e sociale. Per tutti questi motivi, e grazie alla sua flessibilità e adattabilità alle situazioni più diverse, ci sono buone prospettive di crescita del progetto anche in altre città.»

(toni castellano)
 



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