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Per i diritti umani non esiste “zona franca”

28 Feb Per i diritti umani non esiste “zona franca”

Immagine 3Il 23 febbraio scorso ha segnato un passaggio cruciale per la giurisprudenza europea in materia di immigrazione e asilo. Con una sentenza molto attesa, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha di fatto dichiarato illegale la pratica italiana dei respingimenti di migranti in acque internazionali, condannando il nostro Paese a risarcire con 15.000 euro ciascuna delle persone che aveva intentato la causa. Si tratta di 11 cittadini somali e 33 eritrei, passeggeri di un barcone che il 6 maggio 2009 era stato bloccato dalle autorità italiane 35 miglia a sud di Lampedusa, con a bordo circa 200 persone fra cui bambini e donne in gravidanza: tutte ricondotte contro la propria volontà in Libia, senza avere la possibilità di chiedere protezione umanitaria. Molte di queste persone sono state in seguito a lungo detenute nei “centri d’accoglienza” della Libia di Gheddafi, subendo violenze a abusi. Alcune sono morte tentando nuovamente di raggiungere l’Italia con mezzi di fortuna. Altre ancora sono riuscite successivamente ad arrivare in Europa, e una di loro si è vista riconoscere lo status di rifugiato proprio dal nostro Paese.
A rappresentare le vittime presso la Corte Europea, gli avvocati dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani Andrea Saccucci e Anton Giulio Lana. Abbiamo domandato a quest’ultimo di aiutarci a focalizzare il significato, anche “politico”, della sentenza.

Come avete rintracciato le persone respinte in Libia il 6 maggio 2009? L’iniziativa del ricorso è partita da loro, o dal Consiglio italiano per i rifugiati i e dalla vostra associazione?
Le persone sono state rintracciate presso dei centri d'”accoglienza” libici tramite il Consiglio italiano per i rifugiati, il cui personale ha spiegato loro l’iniziativa che intendevamo intraprendere come Unione forense per la tutela dei diritti umani. Ventiquattro di queste persone hanno aderito, e hanno conferito la procura legale al sottoscritto e all’avvocato Andrea Saccucci. Una volta ricevuto tale mandato noi, che siamo specializzati in diritto internazionale, abbiamo esposto il ricorso, nel maggio del 2009.

C’è consapevolezza fra le persone migranti, e in particolare fra coloro che fuggono da situazioni di persecuzione e guerra, dei propri diritti e degli strumenti per farli valere?
Le persone che ci hanno conferito mandato sono state evidentemente edotte su ciò che facevano e su quello che firmavano. Il grado di consapevolezza era ovviamente un po’ “generico”, non esteso agli aspetti più tecnici. Va detto che la consapevolezza sul funzionamento del Tribunale di Strasburgo e della Corte europea dei diritti dell’uomo non ce l’hanno neppure certi avvocati o giornalisti italiani, che continuano a chiamarla approssimativamente “Corte Ue”. Diciamo che, in linea generale, alle persone rintracciate è stata illustrata la motivazione di questa risoluzione giudiziaria, e 24 delle 200 coinvolte nell’episodio di respingimento hanno deciso di aderire.
Perché il ricorso contro il respingimento in mare è stato presentato alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, e non presso un tribunale italiano?
La differenza è sostanziale: noi abbiamo lamentato una violazione della Convenzione europea per i diritti dell’uomo (Cedu), e l’organo deputato a valutare infrazioni alla Convenzione è la Corte europea. In particolare abbiamo voluto segnalare la violazione dell’art.3, cioè il respingimento verso un Paese, quello d’origine, dove sussisteva il rischio che le persone venissero torturate o peggio uccise. La Corte europea è un meccanismo sussidiario: prima di ricorrervi è necessario il passaggio dai tribunali nazionali. Quando però, come nel nostro caso, non esistono meccanismi interni da adire, ossia tribunali competenti in materia, ci si deve rivolgere direttamente all’organo europeo.

Quali sono gli aspetti salienti, e maggiormente innovativi, della sentenza del 23 febbraio scorso?
È la prima volta che lo Stato italiano viene condannato per un respingimento collettivo in alto mare, con la violazione dell’art.3 della Cedu. È anche la prima volta che viene riconosciuta la violazione del art.4, protocollo 4, ossia la norma che vieta le espulsioni collettive. Un altro aspetto importante, di carattere più generale, è il fatto che la Corte abbia bocciato in maniera inconfutabile la prassi dei respingimenti in alto mare che era stata intrapresa dal governo Berlusconi, e in particolare dall’allora ministro degli interni Maroni. La linea difensiva dei respingimenti si basava sul principio che in alto mare non sia possibile l’applicazione del diritto italiano, né di quello comunitario, dunque si possa fare quel che si vuole. Invece la Corte ha detto in maniera chiara che non esiste zona franca: non esiste una zona in cui i diritti umani possano essere impunemente violati. L’applicazione della Convenzione europea per i diritti dell’uomo si estende anche all’ambito del mare aperto, internazionale.

Visto questo precedente, è probabile che altre persone vittime di respingimenti in mare scelgano di ricorrere contro l’Italia? Cosa vorrebbe dire per il nostro Paese dover affrontare altre cause simili?
Mi sembra molto probabile. Se gli effetti della condotta illegittima perdurano, se ancora oggi sono persistenti, allora si può ritenere che la violazione sia continua o continuata, e richiedere di nuovo alla Corte europea di pronunciarsi per coloro che sono stati respinti in quello stesso episodio o in altri. Teniamo presente che sono stati circa una decina i respingimenti operati dal nostro governo dal 2009 in poi.

Come valuta il risarcimento di 15.000 euro riconosciuto alle vittime?
Se ci si pone nella prospettiva delle sofferenze vissute da ciascuna di queste persone, è certo una somma molto modesta. In realtà risulta una cifra in linea con la giurisprudenza di Strasburgo, quindi tutto sommato congrua con la logica della Corte europea, tenendo conto dei riconoscimenti ottenuti in casi simili.

Crede che davvero, come hanno dichiarato esponenti di governo, questa sentenza influenzerà nel futuro le politiche italiane sull’immigrazione? Qualcosa è già cambiato?
Non mi pare ci sia ancora stato, da parte del nuovo governo, un segno di discontinuità. Bisogna anche tenere presente che in questi 100 giorni la presidenza Monti ha dovuto dare la priorità a questioni più interne. Sul piano internazionale sta cominciando a muoversi solo ora: c’è stato un primo viaggio di Monti in Libia, e, come detto dal ministro Riccardi, questa sentenza darà occasione per ripensare la politica in materia di immigrazione e in particolare di asilo. Questa è la risposta più intelligente che il mondo politico poteva dare. Mi sembra un commento avveduto, sensibile rispetto a questi temi e alle obbligazioni e agli impegni che uno stato assume. Insomma, è una risposta consapevole.

(cecilia moltoni e toni castellano)



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