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Per il Pane e per la Pace

24 Apr Per il Pane e per la Pace

Immagine 9Qualcuno le chiama “le donne delle montagne”. Sono state oltre 35 mila le italiane riconosciute “partigiane combattenti”, di cui 3.564 arrestate e condannate, 623 fucilate o cadute in combattimento, 2.750 deportate in Germania. Madri, sorelle, figlie, operaie, tessitrici. Furono loro a tenere i collegamenti tra le basi partigiane, loro a curare, aiutare protestare. Le “staffette” piemontesi si raccontarono sul palco del teatro Carignano nel 2005, in occasione dei 60 anni della Liberazione, grazie ad un progetto dello Spi-Cgil e della Regione Piemonte dal titolo “Non mi arrendo, non mi arrendo!”, che è proseguito per tre anni raccogliendo storie e facendo memoria. Oggi, che ricordare costa sempre più fatica, le tante Mary, Lampo, Scheggia, Topolino, Kiki, Spada (questi alcuni dei loro nomi di battaglia) chiedono con insistenza solo un cosa: che quella memoria non vada dispersa e con essa i valori per cui hanno lottato. In occasione del 25 aprile, abbiamo intervistato Maria Airaudo, classe 1924, nome di battaglia Mary, che ha fatto la Resistenza nella 105° brigata Garybaldi, battaglione “Carlo Pisacane”, divisione Leo Lanfranco di Montoso. Oggi ha 87 anni e vive a Luserna San Giovanni, in Val Pellice.

Quando e perchè è iniziata la sua Resistenza?
La mia Resistenza è iniziata il 30 dicembre del 1943, a 19 anni. Perchè attorno a casa mia, a Bagnolo Piemonte, hanno giustiziato 13 persone innocenti. Il più giovane aveva solo 16 anni. Li presero a caso tra la popolazione, come atto indimidatorio perché non aiutassimo i Partigiani. Quel giorno ho capito che avrei fatto qualsiasi cosa pur di stare al fianco di chi ci stava liberando dai nazi-fascisti. Dalla loro violenza e dal loro terrore. Volevo – tutti noi volevamo – tornare ad avere il Pane, la Pace e la Democrazia.

Quali compiti aveva come Staffetta?
Facevamo di tutto. Perchè di tutto c’era bisogno. Portavamo abiti, cibo, notizie. E nel frattempo si doveva continuare a lavorare, sia per sfamare noi e le nostre famiglie – nella mia eravamo in otto e solo io lavoravo – sia per essere in regola con i lasciapassare e i documenti. Io lavoravo al cotonificio Mazzoni. Ci ho lavorato dal 1937 al 1946. Dal 1939 la fabbrica fu militarizzata. Lavoravamo solo per tessere la tela militare. I Partigiani non avevano niente. Né abiti, nè una base dove stare senza doversi continuamente spostare. Viveano il più possibile appartati, per non mettere a repentaglio la vita delle comunità che li aiutavano.

Da anni lei è impegnata in iniziative culturali, editoriali e di formazione sui temi della Resistenza. Incontra i giovani nelle scuole, cura pubblicazioni storiche e concorsi che stimolino la produzione di materiali su questo periodo della nostra storia recente. Insomma, il lavoro di Staffetta non è ancora finito…
è importantissimo che le nuove generazioni sappiano quello che è stato. Non c’è niente di più brutto che vedere una guerra distruggere tutto quello che si ha intorno: cose, persone, affetti. La guerra produce solo denaro per chi fa le armi. Non è con le guerre che si risolvono i problemi delle nazioni e dei popoli. Le armi non servono a nient’altro che ad ammazzare. Io voglio che tutto questo non si dimentichi. Non voglio che si perda quello per cui con tanto sacrificio abbiamo lottato quando eravamo poco più che ragazzini: il diritto alla libertà. Un valore sacrosanto, che oggi viene svilito. Libertà non è il diritto di fare i propri interessi, senza curarsi di nessun altro. Noi l’abbiamo conquistata perché fosse di tutti. Non dei più furbi e dei disonesti. Vedere con quanto egoismo, oggi, chi sta al potere approfitta dei beni comuni in spregio dei più deboli, di quanti sono messi in ginocchio dalla crisi, dalla perdita del lavoro, è una cosa che mi fa rabbia. Vorrei che nostra esperienza non sia passata invano, ma che serva per riflettere.

Quando aveva meno di vent’anni, la sua generazione ha conquistato per quelle successive la pace e la libertà. Cosa si sente di augurare o consigliare a chi oggi ha quell’età?
Di conservare questo dono prezioso che hanno ricevuto e farne tesoro. Di fermarsi a riflettere, ovunque siano, il 25 aprile, su quello che sarebbero le nostre vite senza queste conquiste. Noi siamo diventati vecchi, e a volte le parole cominciano a mancarci per dire quello che abbiamo passato. Auguro a tutti i giovani di non dimenticare. Per non arrendersi ed essere Resistenti. Sempre.

(manuela battista)



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