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Per la giustizia e i diritti, intervista a Luigi Ciotti

24 May Per la giustizia e i diritti, intervista a Luigi Ciotti

24.05.2010 | Rapporto Diritti Globali

Un dialogo del presidente del Gruppo Abele con Alessio Scandurra, pubblicato sull’ultimo Rapporto annuale sulla globalizzazione e sui diritti del mondo.

Anche quest’anno l’abbiamo vista prendere posizione numerose volte contro lo stato della giustizia in Italia, mentre continua il suo costante impegno per l’affermazione della cultura della legalità. Intanto però nel Paese, da un canto vengono svelati sempre nuovi episodi di sospetta corruzione delle istituzioni, mentre dall’altro sembra affermasi l’idea che legalità significhi cieca e assoluta fermezza nei confronti dei più deboli. Sta cambiando qualcosa nel significato nel nostro Paese della nozione di legalità?
E’ difficile crederlo, trovandosi di fronte a un potere che sa essere severo con i deboli quanto spesso accomodante con i potenti. Da un lato c’è una politica di governo che fa fatica a sottoporsi al controllo pubblico, che cerca costantemente scorciatoie, che rende più opache le procedure, dimenticando – o, meglio, cercando di fare dimenticare – che la democrazia è anche definizione e rispetto di procedure, di regole, di bilanciamenti. L’esercizio della giurisdizione è una di queste regole; l’obbligatorietà dell’azione penale, è un’altra; l’indipendenza della magistratura è una terza. Se si alterano le regole del gioco democratico e si esercita il potere al di al di fuori delle forme costituzionalmente previste, si mina alla radice il patto di convivenza. Dall’altro lato, vi è, per tante persone, il mancato riconoscimento dei diritti stabiliti dalla nostra legge suprema: la Costituzione repubblicana. Tutta la recente normativa sui migranti, parti cospicue del “pacchetto sicurezza”, ma anche molti dei provvedimenti amministrativi e locali sull’ordine pubblico e il “decoro urbano”, indicano una strada molto pericolosa: dietro la cortina fumogena della “sicurezza”, sull’onda delle paure dei cittadini (che sono sempre legittime e degne di ascolto, ma che talvolta vengono promosse ed enfatizzate da campagne politico-mediatiche), si sta affermando una logica autoritaria e discriminatoria: chi non ha peso sociale non ha diritti riconosciuti. La questione dei migranti è senza dubbio la più evidente e mi permetto di dire anche la più scandalosa. La loro criminalizzazione, in particolare attraverso l’introduzione del reato di clandestinità, è funzionale a un mercato del lavoro che conserva sacche di vero e proprio schiavismo. Le vicende di Rosarno sono una ferita che costituisce uno spartiacque. Anche perché, dopo, non è successo nulla; così come non era successo nulla prima. La riduzione di decine e decine di migliaia di persone a “esercito industriale di riserva”, a una massa ricattabile e priva del minimo diritto non è solo questione di legalità, di un caporalato aggressivo e tollerato, nel Mezzogiorno come al Nord: è questione di diritti umani, quotidianamente violati. Questo per dire che la legalità che va riaffermata è quella che realizza la Costituzione e rispetta sino in fondo i diritti delle persone, non quella che invece diventa strumento di privilegio e di sopraffazione!
Non bisogna però dimenticare di valorizzare il positivo, che pure esiste e cresce; specie tra i giovani, dove la domanda di giustizia, l’impegno sui tanti versanti dell’educarsi alla legalità e alla responsabilità trova sempre nuove, diffuse e più mature espressioni.


Lei ha affermato che nel nostro Paese oggi si stanno negando i diritti dei più poveri e degli immigrati, ha denunciato una “sterilizzazione” delle città ed è arrivato ad invocare “meno solidarietà e più giustizia”. Cosa sarebbe all’origine di questa degenerazione del rapporto tra giustizia e solidarietà?
Appunto il fatto che i valori più profondi, quelli che fanno comunità e che realizzano giustizia, sono stati sostituiti da una logica individualista e competitiva che soffoca i più fragili. Verso i quali si può, al massimo, esercitare un’ambigua “beneficenza”, non riconoscimento di diritti e di eguaglianza. In questo modo, anche la solidarietà rischia di venire piegata a rimedio consolatorio, che cala dall’alto e si esercita a patto che non venga messo in discussione l’esistente e le tante ingiustizie che lo caratterizzano. La vera solidarietà e la vera giustizia sono quelle di riconoscere diritti, oltre che ovviamente esigere doveri. Questo crescere da un lato del paternalismo e dall’altro dell’intransigenza, non solo non risolve i problemi, limitandosi al massimo a spostarli o a renderli ancor più invisibili, ma determina una preoccupante deriva etica e culturale.

Quale strada potrebbe portarci fuori da questo guado?
Non si sono risposte facili e soluzioni semplici. Certo, basterebbe dare ascolto alla Costituzione e alle proprie coscienze, ma anche questo forse è insufficiente. Occorre riprendere, con tutta la fatica e il tempo che ci vogliono, un cammino educativo che rimetta al centro le persone. Finché l’immigrato verrà considerato solo “braccia”, “forza lavoro” di cui servirsi al minor costo possibile, è difficile che si cessi di sfruttarlo o di avvertirlo come una minaccia. Naturalmente, non è solo questione di approccio individuale, di atteggiamento da parte dei singoli. Se la globalizzazione resta un fatto solo economico, non può dare risposte alla ricerca di una qualità diversa della vita. Stare nella globalizzazione dovrebbe significare pensare il mondo come una casa comune, non come occasione per esportare problemi e cicli produttivi o per importare merci a basso costo. E’ necessario un impegno collettivo per recuperare la dimensione del “noi” e della comunità, senza la quale siamo destinati alla solitudine affollata che ci circonda e ci narcotizza.

Nel 2009 abbiamo ascoltato il vostro grido di allarme sulle aziende confiscate alla mafia, e poco dopo chiuse per cessazione attività, sulla quinta mafia e sulla vicenda di Fondi, ed infine il vostro no alla vendita dei beni confiscati alle mafie. Ma qual è dal vostro osservatorio lo stato attuale della lotta alle mafie in Italia?
Vedo un’alternanza di luci e di ombre. E’ innegabile un grande sforzo sul fronte repressivo – operazioni e arresti per le quali vanno ringraziati i magistrati e le forze di polizia, il cui sforzo peraltro non è mai venuto meno – e iniziative che vanno nella direzione auspicata, come l’Agenzia nazionale sui beni confiscati, che speriamo riesca a rendere davvero residuale l’ipotesi della vendita. Ma altrettanto evidente, su altri piani, è il rilassamento, la disattenzione. Nelle vicende accennate, come in altre misure di contrasto più che mai necessarie per colpire la “zona grigia” che alimenta il crimine organizzato. Faccio un esempio: la finanziaria del 2006 prevedeva la confisca e l’uso sociale dei beni dei corrotti, ma di quella norma non si è saputo più nulla. A fronte di queste contraddizioni va però riconosciuto che il lasso di tempo che ci separa dalle stragi mafiose del 1992 e 1993 non è certo passato invano. C’è stato e c’è un movimento reale di mobilitazione delle coscienze, di impegno, di protagonismo che ha messo radici robuste specie tra i più giovani, nelle scuole, nelle parrocchie, nelle associazioni. C’è una comunicazione, uno scambio e persino una saldatura, in altri tempi impensabile, tra questi pezzi di società e di sociale e le parti delle istituzioni che maggiormente e direttamente sono protagoniste del contrasto alle organizzazioni criminali: magistratura, forze di polizia, apparati investigativi. La “Giornata delle memoria e dell’impegno” che annualmente, come Libera, organizziamo con i familiari delle vittime della mafia è frutto di un fermento che poggia su basi ormai consolidate. Quest’anno, il 20 marzo 2010, si è tenuta significativamente a Milano, a ribadire che le mafie sono questione globale e tanto più pericolose laddove, come nel capoluogo lombardo con il prossimo Expo 2015, vi sono concentrazioni finanziarie, grandi opere e afflusso di risorse pubbliche e private. Anche in questa occasione la risposta è stata grande e la partecipazione convinta.

Quest’anno è stato anche l’anno della campagna antirazzista “Non aver paura, apriti agli altri, apri ai diritti”, della approvazione del “pacchetto sicurezza” e dei terribili fatti di Rosarno. Qual è la rilevanza e la declinazione del tema immigrazione nelle politiche penali e della sicurezza in Italia oggi?
Come ho detto, gli immigrati sono stati trasformati – da certe norme di legge e nell’immaginario di tanti cittadini – nello spauracchio sul quale scaricare ansie e insicurezze. Personalmente provo indignazione, anzi disgusto, per le tante forme di sfruttamento, per non dire schiavitù, che colpiscono le persone immigrate arrivate nel nostro paese. Non ci sono e non ci devono essere cittadini di serie A e di serie B, né garanzie differenziate: i diritti o sono universali o non sono diritti. Noi abbiamo sempre cercato, con tutti i nostri limiti, di essere in prima fila a denunciare la deriva che ha trasferito le problematiche dell’emigrazione, dell’emarginazione, delle dipendenze, delle tante forme di disagio, dalla sfera del “sociale” a quella del “penale”, dal piano delle politiche sociali a quello del contenimento repressivo. Una denuncia alla quale si sono associati tanti altri gruppi e associazioni, tante espressioni della Chiesa. Consentitemi di ricordare il Cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi, la cui voce si è spesa con coerenza e generosità in più di una delle difficili situazioni di lacerazione e di negazione della dignità e dei diritti di molte persone, a partire da quelle immigrate e dai rom. Insomma anche qui, come per la lotta alle mafie, il quadro non consente ottimismi e distrazioni, ma ci mostra pure una rete attiva e organizzata che, in mezzo a molte difficoltà, non demorde nel suo impegno quotidiano.

Cambiamo tema. Sulle dipendenze, avete sempre sostenuto politiche impegnate su diversi piani, dalla formazione dei giovani alla lotta al narcotraffico e all’impegno nella cooperazione internazionale, dalla prevenzione, alla cura e alle sue articolazioni, al reinserimento sociale e lavorativo, alla riduzione dei rischi e dei danni. A fronte di questo, il ruolo del controllo penale sul tema delle dipendenze è ancora centrale, ed in Italia oggi ci sarebbero più tossicodipendenti in carcere che nelle comunità. Qual è il ruolo che al sistema giustizia dovrebbe spettare nel contrasto al consumo di droghe, e qual è la situazione del nostro Paese?
Quello delle tossicodipendenze è uno dei risvolti più significativi, anche sotto il profilo quantitativo, dello spostamento nella sfera penale di questioni prettamente sociali, educative e sanitarie. Anche qui – o forse soprattutto qui – il carcere è divenuto la scorciatoia privilegiata, la risposta automatica, il tappeto sotto il quale nascondere un problema che è costituito dalla vita di decine di migliaia di persone, dalle loro sofferenze e da quelle delle loro famiglie. La vicenda delle droghe, sotto il versante del consumo, non dovrebbe proprio riguardare lo strumento penale. Invece, circa la metà degli ingressi annuali in carcere e un terzo delle presenze risultano dipendere dalla legislazione sugli stupefacenti. Un dato di fronte al quale non si fa nulla, eppure basterebbe rileggere gli atti parlamentari e le cronache giornalistiche dell’epoca, per scoprire che neppure i proponenti dell’attuale normativa volevano il carcere per i consumatori. Anzi, promettevano che neppure una persona tossicodipendente sarebbe finita in cella. Il che è paradossale, di fronte al fatto che una consistente parte del sovraffollamento delle carceri è dovuto essenzialmente alle violazioni di quelle norme, e in specifico alla detenzione di modiche quantità di sostanze, il più delle volte per uso personale. Era inevitabile, dato che si è voluto caricare lo strumento penale e carcerario di una funzione impropria. A costi umani incalcolabili, ma anche con costi economici esorbitanti, dato che tenere in carcere – e in quali condizioni! – una persona tossicodipendente costa almeno il doppio che non affidarla a una comunità o a un altro servizio! Tutto questo però non sembra insegnare nulla. Tanto che si continuano a progettare piani per le carceri che prescindono da una riflessione e una revisione della legge sulle droghe. Pensiamo a quanto si potrebbe fare per adeguare e rafforzare i servizi sul territorio, per sostenere i ragazzi e le famiglie con le centinaia di milioni che si ipotizzano per un pilastro, quello repressivo, che assorbe gran parte delle risorse disponibili. Bisognerebbe invece spostare attenzioni e risorse sugli altri pilastri, per i quali, guarda caso, mancano sempre le risorse: quello educativo e preventivo, quello del sostegno terapeutico, quello dell’inclusione sociale.

Il tema delle droghe ci trascina dentro il tema dell’esecuzione della pena e del carcere. Rispetto al carcere, il 2009 è stato segnato massimamente da due fatti: l’emergenza sovraffollamento e la morte di Stefano Cucchi. Le due vicende sono collegate? Quali mali evidenziano? E quali sono le possibili soluzioni?
A parlare sono i fatti: questo è un carcere che non rieduca e che non può assolvere ai propri compiti. Il livello del sovraffollamento è tale da aver compromesso qualsiasi funzione diversa dalla pura e semplice custodia. Ora, con la sentenza del tribunale di sorveglianza di Cuneo, vi è anche una ratifica formale del fatto che non è lecito tenere le persone recluse in queste condizioni. Vedremo come l’Amministrazione penitenziaria affronterà la questione, ma non è solo lei a potere e a dovere dare risposte: il sovraffollamento mortifica anche gli sforzi degli operatori, non solo i detenuti. Il problema è a monte: è nel complesso normativo che produce e riproduce sovraffollamento. La legge sulle droghe, come detto, quella sull’immigrazione e quella sulla recidiva. Tre sole leggi producono i due terzi degli ingressi in carcere. E non è certo con un piano straordinario di edilizia carceraria – tempi e costi a parte – che si fronteggia questo dato. Tanto meno con misure ancor più estemporanee e discutibili, come le “navi-carcere”. Bisogna decidersi a riconsegnare alle politiche sociali, alla sfera sanitaria, alle agenzie educative ciò che sinora si è voluto impropriamente delegare a un’istituzione che svolge una funzione strettamente penale. Occorre un salto di qualità a livello legislativo ma anche uno da parte delle associazioni, del tessuto vivo delle comunità, della cooperazione, del volontariato. E’ necessaria una mobilitazione collettiva, proposte e progetti in grado di condizionare positivamente chi ha il potere e il dovere di cambiare questo stato di cose. Le vicende dolorose e inquietanti come quella di Stefano Cucchi – o quella emersa proprio in questi giorni di Giuseppe Uva – ci dicono che bisogna fare presto.



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