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Perchè picchiano, perché uccidono?

03 Jun Perchè picchiano, perché uccidono?

«Corpi massacrati, esposti, tagliati – afferma il criminologo Duccio Scatolero in apertura del seminario organizzato dal Gruppo Abele alla Certosa 1515 di Avigliana – così molto spesso viene mostrato all’opinione pubblica l’essere umano. Nelle rappresentazioni mediatiche, il corpo è sovente trattato come “bene disponibile”. In questa cornice, si inserisce una crisi economica che spinge le persone in una lotta continua e individuale, che separa anziché unire, e acuisce le intolleranze tra individui. A parte l’ambito familiare su cui confluiscono speranze, sogni e soddisfazione di bisogni che non si trovano altrove, fino a esercitare una pressione spesso insostenibile. Mancando di idee, risorse e cultura delle relazioni umane, il “governo del territorio” gestisce questa condizione di crisi senza curarsi delle relazioni umane e se le istituzioni perdono il loro valore simbolico e di riferimento per i cittadini, si crea una sempre maggiore sensazione del pericolo, una paura atavica che qualcuno voglia farci del male». Il tutto più percepito che reale.

A partire da queste considerazioni, si è sviluppato il dibattito formativo moderato da Mirta Da Pra Pocchiesa, responsabile del Progetto Vittime del Gruppo Abele: «La paura è la madre di tutte le emozioni: un uomo spaventato è un uomo che può fare del male. Per comprendere le motivazioni e contrastare la violenza nei rapporti di genere, non si può sottovalutare la persona che agisce la violenza. Capire cosa c’è a monte delle botte, dei maltrattamenti e degli omicidi può aiutare a combattere efficacemente il modello comportamentale e culturale che solo in Italia causa ogni anno migliaia di vittime e la morte di una donna ogni tre giorni».

All’interno di una cultura narcisistica come quella della società di oggi si reagisce con la rabbia, si è incapaci di accettare qualsiasi frustrazione. Questa dinamica si innesca fin da bambini: spesso viziati e coccolati dalla famiglia, si diventa incapaci nello sviluppo dell’adulto di accettare qualsiasi frustrazione. E al rifiuto si reagisce con la rabbia. Il nucleo famigliare è, quindi, il primo luogo nel quale intervenire per prevenire la violenza. Proprio l’incapacità di ascoltare, soprattutto in famiglia, a creare disagio sociale, che in casi estremi porta all’omicidio.

Agire per contrastare questo odioso fenomeno “sottoculturale” si può: serve un processo di sensibilizzazione che porti a parlare del fenomeno e non rimanere nel silenzio: questo è un primo passo per la creazione di una rete di supporto per le vittime di violenza che coinvolga anche il territorio.

(report a cura di manuela battista e valentina pucci)
(video a cura di toni castellano)



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