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Poveri anche di diritti

19 Oct Poveri anche di diritti

logo_caritasPoveri di diritti: questo il titolo del rapporto 2011 su povertà ed esclusione sociale in Italia, prodotto da Caritas in collaborazione con la Fondazione Zancan. Il titolo del rapporto chiarisce come alla crisi e alla perdita di denaro, si accompagni anche una progressiva perdita dei diritti fondamentali. In Italia se non si lavora non si ha un reddito sicuro, non si può mettere su famiglia e nemmeno comprare casa. Molto spesso si deve rinunciare anche alla salute. Gli effetti della povertà colpiscono alcuni particolari settori della popolazione: dal 2005 al 2010, i giovani che si rivolgono ai Centri di ascolto della Caritas sono aumentati del 59,6% e tra questi il 76% non studia e non lavora. Il 20% di chi bussa alla Caritas ha meno di 35 anni. In Italia, sempre stando ai dati del rapporto, sono 2,73 milioni le famiglie povere. E la povertà è aumentata anche tra i nuclei familiari che hanno come riferimento un lavoratore autonomo con un titolo di studio medioalto. Sotto la lente del rapporto anche le donne – in Italia lavora solo il 47% di loro – e le persone straniere, che rappresentano il 70% del totale delle richieste di aiuto ricevute nel 2010.  Abbiamo fatto alcune domande sulla situazione italiana a Walter Nanni, responsabile dell’ufficio studi e formazione di Caritas italiana.

Anche quest’anno nella redazione del rapporto avete notato difformità tra i dati ufficiali sulla povertà e le condizioni reali che le persone bisognose sperimentano tutti i giorni. Come spiegate questo scarto?
I dati ufficiali sono dati statistici ottenuti da campioni di popolazione, e sono tra l’altro derivanti da fonti diverse: Istat, Eurostat, Banca d’Italia. Caritas invece può dire di avere il polso della situazione sul territorio perché intercetta persone che non partecipano della popolazione campionaria “classica”: stranieri, senza dimora, carcerati. Dal punto di vista quantitativo è difficile definire la dimensione di un iceberg che è in gran parte sommerso. La diversità rispetto al passato è che non si è sempre poveri per tutta la vita. La nuova povertà è transitoria, può venire in alcuni periodi della vita e poi andare via. In questo senso abbiamo situazioni molto difficili da individuare e che possono cambiare notevolmente nel corso del tempo.

Questa crisi sta tagliando fuori le categorie sociali tradizionalmente più deboli o rischia di allargarsi anche a fasce apparentemente fuori pericolo?
La povertà si sta dilatando. Ormai, sono diversi anni che accogliamo nei centri di ascolto Caritas anche italiani, mentre tradizionalmente erano sempre più presenti gli stranieri. Abbiamo un numero crescente di nuovi poveri. Sono soprattutto persone e famiglie con un lavoro e una casa, che non possono essere considerati soggetti marginali o esclusi. Verifichiamo una presenza crescente di giovani: in 5 anni sono diventati una fetta importante, in tutto il 20% delle richieste di aiuto totali. Questo parziale è aumentato del 60% in pochissimi anni: un fatto preoccupante che indica una debolezza della classe giovanile e in parallelo una carenza delle famiglie d’origine, sempre più anziane e in difficoltà a farsi carico di figli e nipoti.

Cosa significa perdere diritti fondamentali nell’Italia di oggi e quali sono le vie d’uscita?
Il problema, secondo me, è più ampio: non solo ‘perdere’ diritti. Sulla carta alcuni soggetti ne sono totalmente esclusi, fin dall’inizio. L’esempio classico è quello della social card della prima edizione. Gli stranieri non venivano considerati nemmeno come possibili utenti. Ma esistono altri casi. In Italia ci sono 35 forme diverse di sostegno alla povertà, avviate soprattutto dall’Inps, dai governi centrali, dai ministeri e da forme diverse di solidarietà organizzata come ad esempio una serie di iniziative della Banca d’Italia, il sostegno al credito, l’inserimento lavorativo, prestiti. Ciascuna di queste è rivolta a una categoria differente di soggetti. Questo genera grande confusione e finisce sempre per tagliare fuori qualcuno. Gli stessi operatori Caritas faticano a orientarsi in un labirinto di soluzioni, sussidi, sostegni sempre diversi e in cui è difficile fare chiarezza.
Per di più tutte queste misure sono scollegate tra di loro e finiscono per essere scarsamente efficaci. Gli assegni familiari, ad esempio, sono un grandissimo dispendio di risorse economiche, ma alla fine il risultato è scarso. Si parla di 10/20 euro per beneficiario finale. Un’entità che potrebbe essere riconvertita nel beneficiare solo i portatori di vero bisogno.

A fronte di una crescita di richieste di aiuto, Caritas ha dovuto fornire maggiori risposte. In tempi di crisi e di tagli qual è la sostenibilità di questo sistema?
Quelle che tu chiami risposte purtroppo non sono aumentate. I centri di ascolto sono rimasti quelli che erano. È aumentato il numero di servizi nuovi, di offerte fatte, ma all’interno degli stessi luoghi e con le medesime disponibilità. Insomma abbiamo tentato di diversificare l’aiuto, specializzare il servizio. Sono nati fondi di emergenza, nuove possibilità di supporto economico, ci sono nuove carte acquisti nel mondo Caritas, c’è il microcredito diversificato per famiglie e piccole imprese. Quello che è cambiato è la fila fuori dalla porta: sempre più lunga. E con la fila è cresciuta anche l’insoddisfazione. Il mondo del volontariato italiano ha un grosso problema, quello del calo costante delle unità in servizio e l’aumento dell’età media di coloro che rimangono.

Una riduzione di fondi che in tre anni è arrivata a un totale dell’80% cosa significa per chi nel sociale e nel Terzo Settore lavora?
Dieci anni fa Caritas aveva fatto un censimento dei servizi socio-assistenziali in Italia e avevamo visto che il 32,7% dei servizi di assistenza e di aiuto della Chiesa erano in convenzione con l’ente pubblico. Esisteva quindi la possibilità per l’ente pubblico di sostenere forme di intervento avviate dal volontariato, dal privato sociale, dalle congregazioni religiose. Nel 2009 abbiamo rifatto lo stesso censimento. Il risultato dice che la percentuale di servizi con partecipazione pubblica si è drasticamente abbassata al 18%. Addirittura le mense che sono forme di aiuto per un bisogno fondamentale, hanno una percentuale irrisoria di convenzioni con l’ente pubblico: il 17,5% del totale. Questo vuol dire che il taglio drastico dei fondi welfare si sta riflettendo sulla soddisfazione dei bisogni fondamentali e nel rapporto con le istituzioni private e volontaristiche di solidarietà.

(toni castellano)



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