About Us

Precaryart. Uno spettacolo fondato sul lavoro

10 Jan Precaryart. Uno spettacolo fondato sul lavoro

ruzzaprecaryartIn Italia si stima che i lavoratori con un contratto precario siano tra i 3 e i 4 milioni. Circa due terzi degli under 35 con un impiego sono precari e oltre il 70% dei nuovi contratti stipulati tra datore e lavoratore si perdono in 40-50 tipologie di assunzione, tutte diverse dalla chimera del “tempo indeterminato”. Uno spettacolo “corale”, ma portato in scena da una sola attrice, torinese, trentenne, Elena Ruzza. Con l’obiettivo di entrare nelle storie concrete che stanno dietro alle cifre statistiche.

“Precary art. L’arte di vivere con dignità” porta in scena il mondo del lavoro (e i lavoratori) in un momento di grave crisi per quello che è un diritto fondamentale della nostra Carta costituzionale. Perché hai scelto di cimentarti con un tema così “aperto”?
Volevo raccontare un cambiamento in corso, perché credo che sia importante, adesso, una riflessione su questo tema. E’ necessario che vi si impegnino i politici, i sindacati, il mondo dell’imprenditoria. E la cultura deve avere questa prerogativa. Far riflettere, approfondire, scaturire dibattito. Al di là di quello che si legge o si ascolta sui media. Quella del “precariato” è una condizione che dall’ambito lavorativo ed economico si trasmette più in generale a tutta la vita di un individuo. E non è più soltanto una questione
“generazionale”. La crisi e la disoccupazione hanno fatto sì che molti adulti, perdendo il lavoro e dovendo ricollocarsi professionalmente, abbiano accettato un posto più “precario”, con meno garanzie e meno continuità.

Nel tuo spettacolo, uno dei personaggi in scena è “Giustina” la sindacalista, e il tuo spettacolo è sostenuto dalle tre principali sigle sindacali, Cgil, Cisl e Uil. Cosa pensi del ruolo dei sindacati in questa “rivoluzione” del mondo del lavoro?
Sono contenta che in molti, all’interno dei diversi sindacati, si siano interessati a questo lavoro. Soprattutto alla parte che mi ha vista impegnata nell’ascolto e nella registrazione di oltre 300 voci “precarie”. Più di 300 storie diverse, accomunate da un lato dalla privazione di certezze, dalla sospensione dei diritti e dal senso di sconforto, ma dall’altro anche dalla tensione (io la chiamo “arte”) di vivere con dignità, cercando il proprio talento e re-inventandosi.
Credo che il sindacato stia arrivando a capire che, in questi anni di acuirsi della crisi, è stato sbagliato creare un “etichetta” dal nome “precari”. Questo ha creato una spaccatura tra i lavoratori – mi si passi il termine – “d’antan” per cui è ancora possibile lottare e rivendicare dei diritti e quelli senza rete, giovani e non solo, che non trovano nel sindacato un punto di riferimento, che non conoscono o conoscono a stento lo statuto dei lavoratori, perché è una cosa che purtroppo non li riguarda, dispersi come sono in 45 tipologie contrattuali diverse. E invece il sindacato può giocare un ruolo importante e strategico per difendere i diritti dei nuovi lavoratori.

Oltre a dare voce alle ingiustizie, ai paradossi e ai compromessi di una “vita precaria”, lo spettacolo apre anche molti spazi di speranza…
Le storie che racconto all’interno dello spettacolo sono tutte frutto di incontri reali. C’è fantasia nella caratterizzazione dei personaggi, ma le vicende, sia quelle a lieto fine, sia quelle che lasciano l’amaro in bocca, sono veritiere. Così tra gli incontri di “Sole”, la donna e madre di due bimbi che vive attaccata al cellulare in attesa di un contratto interinale, c’è anche Pasquale, formaggiaio Slow Food, ex elettricista. Rimasto senza lavoro si è inventato un nuovo mestiere. La precarietà lo ha portato (costretto o stimolato) a scoprire un nuovo talento. Ha chiamato la sua impresa… “La capra campa”. Non per tutti però aguzzare l’ingegno basta. Ecco perché una buona politica dovrebbe tornare ad occuparsi del diritto al lavoro. Dignitoso. E per tutti. Questa è la base della nostra società e della nostra Costituzione.

Sulla condizione precaria del lavoratori, pesa anche quella altrettanto instabile dell’economia, in Italia e nel resto d’Europa (dove siamo stati e siamo ancora sorvegliati speciali per il nostro Pil in discesa). Come questo si riflette nelle storie che compongono il mosaico di “Precaryart”?
Ho scelto una metafora, nel mio spettacolo per descrivere la mia opinione. C’è la vecchia zia Europa, che si prodiga per preparare manicaretti per i suoi 27 nipoti. Il suo lavorare per assicurare il benessere di tutti non è “produttivo” secondo i canoni dell’economia… La felicità, il benessere non sono parametri interessanti per il Pil, il prodotto interno lordo che dà la classifica degli Stati più o meno ricchi e potenti. Allo stesso modo le persone, quando perdono il lavoro, sentono che viene a mancare, nei loro confronti, quel riconoscimento che per decenni i paesi “occidentali” hanno considerato come l’unico valido: “lavoro, produco, guadagno e consumo… dunque, esisto”. Molto umilmente in questo spettacolo faccio mio il pensiero che va facendosi strada tra molti, e cioé che non è il Pil l’unico indicatore della buona salute di una nazione.

“Precaryart” è un “processo in continuo divenire”. Che cosa vuol dire?
Come ho già detto il tema che affronto in questo spettacolo è aperto, problematico, in evoluzione. E così sarà “Precaryart”. Oltre a portare in giro questo spettacolo nei teatri e negli spazi che vorranno ospitarlo, continuerò a raccogliere le storie in un “Precary-port” aperto a chiunque voglia raccontarsi. Man mano che cresceranno le storie, nuove sostituiranno le precedenti all’interno del canovaccio principale dello spettacolo.

(manuela battista)



Facebook

Twitter

YouTube